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Quando uno fa CRAK!

di Hagi (10/05/2008 - 12:57)

Cos’è CRAK?

Questa è la domanda che mi opprime, mentre stilo ipotetiche interviste on-line, preparo comunicati stampa per la festa, spulcio indirizzi di posta elettronica - selezionando quelli buoni, ideo volantini, invento slogans, ipotizzo set percussivi da usare in una esibizione live, trovo un Dark Side per personaggi Disney, e passo il mio tempo attaccato ad un cellulare (la cui carica è stata ottenuta autotassando gli altri sventurati componenti di questa avventura, bella come l’Inferno).

Poi mi chiedono:

-“Cos’è CRAK?”

-“Crak nasce da un’dea di sei amici” (...BlaBlaBla...)
-“....No, perché ci siamo resi conto che a Roma la gente c’è, le opportunità pure, ma manca una visione organica...” (...BlaBlaBla...)
-“...Allora, creare circuito può servire a far emergere ciò che è nascosto, e che potrebbe valorizzare ulteriormente la città...” (...BlaBlaBla...)

Intendiamoci, queste non sono le solite cazzate. O meglio, lo sono, ma noi (siamo in sei – praticamente otto) ci crediamo da morire.

Poi però esiste un principio di realtà. Ché uno sarebbe portato a pensare che non c’entri niente, con CRAK!, invece c’entra, eccome. Facciamo un punto, magari sommariamente:

Io ho 35 anni, ma a luglio ne farò Trentasei. Alla mia età, mio padre aveva già fatto mia sorella, e avrebbe fatto me dopo altri sei anni. Alle sue spalle, un viaggio esistenziale, culturale e spirituale prima ancora che lungo. Mio padre lasciò l’India, dannandosi per sempre – a dare retta all’ortodossia brahmanica di cui faceva parte – e andando incontro a tante incognite. In  mano aveva una lettera di Tucci, che era pur sempre un punto fermo. Conobbe mia madre, si sposarono e misero su famiglia. All’inizio era dura, ma con le lezioni private, l’Università e l’Ismeo (oggi Isiao), mamma e papà tiravano su lo stretto necessario per poter pagare un affitto e fare studiare me e mia sorella. Poi mio padre è mancato, vent’anni fa, e ha lasciato a mia madre una cospicua pensione, con cui continuare l’opera di svezzamento dei suoi figli. Studi, vestiti, persino qualche svago.

E io?

Io in mano ho una quantità di pezzi di carta che altro che la lettera di Tucci, e non mi sono mai allontanato dall’Italia. Praticamente il contrario. Se ci si pensa, è sensato: i disagi della generazione precedente dovrebbero essere colmati mediante il lavoro, creandone di nuovi. E infatti è successo proprio così. La mia generazione è percepita un po’ da tutti come formata da cocchi di mamma, un po’sallucchioni; i bamboccioni di Padoa Schioppa. Dicono che l’età media si è allungata, quindi è accaduto anche all’adolescenza. Oggi si può essere considerati adolescenti fino a venticinque anni. E non mi pare proprio sano. Specialmente se di anni se ne hanno dieci di più: a ‘sto punto lo svezzamento dovrebbe essere finito. Invece non lo è.

Sulla carta faccio quello che faceva mio padre, anche se in ambiti diversi: sputo sangue per farmi spazio nel mondo della comunicazione, partorisco iniziative e mi aggrego ad altre, e intanto mi sostengo con lezioni private e qualche sporadica serata. Solo che mio padre ci tirava su una famiglia, io sono costretto a ricorrere ai prestiti di mia madre, perché le banche non me li fanno.

Ecco cosa posso permettermi a trentacinque anni: vivo in una stanza a Portuense, dividendo le spese con altri due coinquilini, e pago due volte l’affitto dell’attico a Balduina in cui sono cresciuto. Per una stanza spendo mensilmente l’equivalente di ottocentomila lire. Ho rinunciato alla macchina per la moto, ma per la benzina spendo ugualmente l’equivalente di quarantamila delle vecchie lire ogni dieci giorni circa. Ai miei bastavano per un mese, e avevano una Ford Capri 1700. 1050 centimetri cubi in più di Garuda, il mio Transalpone.

Quindi? Cos’ho fatto fino ad oggi?
 
In ossequio all’importanza della carta, inculcataci a forza dai nostri genitori, ho fatto tutto: un Liceo Classico, anzi due; una laurea, corsi di lingua (francese e inglese), corsi di Informatica (Cobol, C, DL-1), corsi di Musica (chitarra classica, percussioni, batteria), corsi di project management; un lavoro presso una società informatica, poi un’altra, e poi un’altra ancora. Però non posso fare il concorso alla Provincia, perché nella tonnellata di cartaccia che ho accumulato, manca la Patente Europea del Computer: 10 anni di lavoro da programmatore non sono equiparati ad un certificato di "Accensione PC e salvataggio documeto Word".

Ho progettato uno dei primi flussi di Helpdesk italiani, nel 1995, e me ne sono andato schifato dalle prospettive che apriva. A tutt’oggi mi chiedo se abbia fatto una cazzata. Dopo 13 anni non ho più il mondo in mano, e il tempo a mia disposizione su questa terra si assottiglia sempre di più, anche se faccio finta di niente. Poi anni di musica (ho suonato nei matrimoni, gettando ai rovi tutti i sogni che facevo da piccolo sul palco, per poi riprenderli suonando sui palchi buoni); lezioni di percussioni, recensioni di dischi... Già, poi ho scritto sui giornali. Stanco dell’informatica e dei pesi delle percussioni sulle spalle ogni notte alle tre del mattino. Qualcuno mi ha detto che lo sapevo fare, e io ci ho voluto credere perché mi piaceva l’idea. Due giornali cartacei, più saltuarie collaborazioni elemosinate da amici meglio introdotti di me. Qualche racconto breve e due romanzi non finiti. Forse è stata proprio questa la madre di tutte le cazzate. Il voler mettermi a scrivere.

Ora – a 36 anni – mi guardo indietro, e tutto questo mi sembra nulla. Apro giornali di annunci lavorativi quotidianamente, per recuperare (o almeno provarci) un po’ di stima in me stesso. Non anelando ciò che sogno, ma cercando fonti di reddito che mi permettano di guadagnare almeno i miei anni di vita. Non è bello sentirsi trattati come ragazzini, quando non lo si è più. Non è bello avere una relazione sentimentale sospesa – come se fossi un adolescente – perché non posso mantenere me stesso, figuriamoci un’altra persona, o ancora peggio due o tre.
C’è scritto che il  posto per “quelli come me” è in quei Call Centers che io ho contribuito a tirare su, pentendomene amaramente. Sono diventato uno di quegli impiegati recalcitranti che ho manipolato durante la mia breve e fulgida carriera aziendale, sfruttato da altri per indurre chi non voleva ad essere sfruttato a sua volta. Un gioco volgare, a spirale, che ha distrutto un’intera generazione pacifica, forse anche per colpa mia. O forse esagero, chissà. Solo che io non ci sto.

D'accordo, il fabbro non lo so fare. Il macellaio non lo so fare. Il contabile non lo so fare. So suonare, ma ci sono ragazzini (incapaci, ma ai padroni questo non importa) che vanno a suonare nei locali per la metà di quello che prendo io. E la gente – dicono – è contenta lo stesso. So scrivere, ma pare che lo sappiano fare tutti, anche se poi quando sfoglio un quotidiano, o ascolto dei servizi dei TG, non mi sembrerebbe. Ci sono autori televisivi che hanno un cognome diverso dal mio che quando va bene non fanno un cazzo tutto il giorno, ma percepiscono reddito, e quando va male ci spappolano il cervello con tette, culi, veline e drag queens che cantano Nel Blu Dipinto di Blu di Modugno.

Quindi faccio CRAK!. Con tutto il mio essere.

CRAK! è la soglia del dolore, la zona d’ombra tra il subire e il contrattaccare.

Io sto qui, anche se nessuno pare vedermi; non sono ancora emigrato, e non ho intenzione di farlo. Faccio CRAK! perché avverto il bisogno di dire delle cose ma non ci riesco; le pensiamo in tanti, ma non le dice nessuno. Faccio CRAK! perché ho bisogno che qualcuno mi riconosca, anche se un certo tipo di società tende a negare la mia esistenza. La nostra esistenza.

CRAK! è il rumore della mia fiducia del mondo. CRAK! è il suono delle mie ossa.

CRAK! mi identifica come quello che sono. Per questo non mi da reddito. CRAK! è lo spazio che abbiamo dovuto creare per avere una voce.

Quando mi chiedono cosa faccio nella vita, io abbasso gli occhi, e dico:

-“Io faccio CRAK!

Da una vita.

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Musica Ieri, Musica Oggi

di Hagi (20/04/2008 - 14:22)

Domenica, ore 14:22. Tra un paio d'ore avrò le prove con Aquatarkus, nel mio studio in Prati delle Vittorie. Lo sto scrivendo sul mio blog, attraverso il mio Macbook Pro, dalla mia stanza di Portuense. "Che c'è di strano", vi chiederete voi. "Niente", vi risponderò io, ma nella mia mente, prima ancora che sul mio viso, si disegnerà un sorriso strano. Il sorriso di chi mente sapendo di doverlo fare, causa l'inspiegabilità del complesso di emozioni provate. Traduzione: -"Che ve devo dì, e anche se ve lo dico, che ve lo dico a fa'?" 1992. Sul mio 386, oggetto di culto, uno dei 4 PC nella mia SCUOLA (non classe), vergo le mie impressioni dalla mia stanzetta di P.zza Mazzini. Penso a Giorgio e Luca, che tra un po' suoneranno al Citofono. io scenderò, e insieme proveremo i pezzi di ELP. Siamo la prima Cover Band a Roma del gruppo progressive. C'è un sacco di lavoro da fare. Tutta Tarkus è pronta, Jeremy Bender e The Sheriff sono nate pronte, Endless Enigma è facile, la suite di Brain Salad Surgery (Karn Evil 9) è il lavoro titanico che ci accingiamo a montare. Uso Word 2.0, recente alternativa a Windows Write, che gira sul mio Windows 3.1. Con il modem passo il tempo su una BBS con un numero di telefono di Prati, ma non mi ricordo come si chiama. Mi autentico, e incontro almeno 10 entità come me, che scaricano programmi shareware (a 14.400 Bps) e chattano parlando del nulla. Le femmine non esistono, se ci sono fanno finta di essere maschi. L’interesse è puramente tecnico, i nostri discorsi vertono sul funzionamento dei programmi di monitoraggio del sistema. Internet non esiste, ma io penso che un giorno sarà possibile essere sempre collegati. Spero di essere vivo per quel momento, ma mi consolo sapendo che forse i miei figli vedranno quel mondo che io sogno. Oggi Ricordo perfettamente tutto quel periodo. Ricordo le giornate intere passate in cantina a suonare; ricordo la stima di gente adulta, che veniva ai nostri concerti, e se li sorbiva tutti, dal primo all’ultimo minuto. Solo che allora non avevo idea della misura dell’impresa in cui ci cimentavamo. Ricordo che al Melvyn’s a Trastevere mi misi dei Fuseaux traslucidi neri, dei calzini da ginnastica al polpaccio, una camicia di seta bianca e un kimono nero, traslucido come i pantaloni, con un Drago ricamato sulla schiena. Mi sentivo un Dio. Feci un assolo con il doppio pedale, levandomi la maglietta e gettandola al pubblico (20 persone, a esagerare). Oggi non potreimai farlo: ho sempre l’animo da rockstar, ma ho la panza, i baffi e pochi capelli; pochi capirebbero, ancora di meno perdonerebbero. Però la musica cresce, come noi. E’ stato Giorgio a sondare la possibilità di rimetterci insieme. Con rigore, pazienza e maieutica registici ha chiamato me e Luca, e ci ha ritrascinato in un sogno, che si interruppe quindici anni fa. Mentre Sky mi racconta della partita della Lazio, quindi, io mi preparo per andare a suonare. Oggi c'è da preparare la Medley di Fanfare/America/Rondò. E la sigaretta che mi fumerò nella pausa, avrà lo stesso sapore di tanto tempo fa. Sono i polmoni ad essere invecchiati.

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Elezioni 2008 - Decidi tu. Nel senso che io non conto un cazzo.

di Hagi (14/04/2008 - 22:15)

Durante il passaggio dello schiacciasassi elettorale sopra le mie povere parti molli, accendo una sigaretta che fa ridere, aspettando che gli uomini rana del governo entrino attraverso la mia finestra per farmela spegnere. Almeno, questa è la percezione che ho avuto della mia libertà individuale per un secondo, il tempo di una visione apocalittica. 
Assisto, basito, al capolavoro di Veltroni. Sinistra azzerata nell'arco costituzionale, la Lega che raddoppia i suoi consensi. Bipartitismo decollato, ma riforme costituzionali in mano alle destre; su tutto, un forte odore di Inciucio. Trovo lo scenario preoccupante. Posto che il 2008 segna la fine del lacismo in politica - ma non è una notizia - trovo preoccupante la fuoriuscita dal parlamento di ogni forma di dissenso civile: il rischio è quello di creare un pastone indefinito e non rappresentato che vede frequentatori di Centri Sociali con tranquilli padri di famiglia di ispirazione laica, tutti identificati come "Comunisti".
In questo Walter ha fatto il gioco del Berlusca. Tanto ha detto e tanto ha fatto, lo Psiconano,che alla fine è riuscito in un intento che sembrava risibile: cacciare i comunisti dalla rappresentanza istituzionale. A Veltroni va dato atto di aver operato una scelta epocale, storica, di cui avrà le responsabilità, nel bene e nel male. Ha purgato la sinistra, rimandandola alla politica locale, dove resisterà, perché nelle forme di democrazia diretta è sempre molto forte; ha reciso i legami della sinistra istituzionale con un passato "comunista italiano", retaggio di grande specificità e tradizione, ma forse troppo complicato da spiegare in TV; ha di fatto rilanciato l'Atlantismo, molto più di quanto Berlusconi avesse fatto durante il suo governo, appiattendosi sulle posizioni americane: Veltroni ha direttamente importato il modello partecipativo americano, trapiantandolo sul nostro territorio. Insomma, un capolavoro di comunicazione e di realpolitik - e lo dico senza ironia. Quella mi viene su quando penso che era proprio ciò che desiderava Berlusconi. Gli si è dato ragione: effettivamente era l'unica strada che non si era mai provata, un po' per dignità, un po' per paura. Ora Veltroni ha passato la mano, e contemporaneamente si è passati dalle mani di poker alla Telesina. Che il piatto si rimpingui?

Questo Post è pubblicato anche su SezioneAurea II (On Splinder)

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Eletsioni aa' romana

di Hagi (12/04/2008 - 10:54)

Buongiorno, mondo. Ritorno a scrivere due righe, alla vigilia di elezioni che mi vedranno - come al solito - impegnato in una solipsistica lotta contro i mulini a vento, condita da quella certezza di non vincere che tanto mi rilassa. Al Senato voterò per l'alleanza democratica (ma credo che darò il voto all'IdV, nonostante il personaggio Di Pietro sia molto lontano da me per estrazione, senso politico e personalità); Appoggerò il PD - anche se forse solo esternamente - per le note vicende, già nell'aria da qualche tempo, ma esternate giovedi da Concita di Gregorio su Repubblica; vicende che eleggono il Lazio come spartiacque per la maggioranza al Senato. Il Lazio è in bilico, e due maggioranze diverse alle due camere potrebbero riportare a nuove elezioni, che sono il mio incosciente e personalissimo obiettivo. Per quanto riguarda il voto alla camera, lo manterrò segreto, onde evitare facili piaggerie. Non sarà per il PD, e non sarà nemmeno per un qualsiasi partito comunista (sia la Sinistra Arcobaleno, sia la Sinistra Critica, sia il Partito Comunista dei Lavoratori); A Destra non mi vedranno manco col binocolo, ovviamente. Che dirvi? Questo: "Non voterò tappandomi il naso, ma aprendo gli occhi". Buona Democrazia a tutti. P.S: Non essendo residente nel Comune di Roma - anche se ivi domiciliato - non sarò costretto a votare Rutelli! Questo è bene.

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Benvenuto, CRAK!

di Hagi (02/03/2008 - 12:55)


All'improvviso, ecco una ventata d'aria nuova nella mia città. A Roma nasce CRAK, un nuovo magazine di arte, cultura, intrattenimento et cetera. Nato dall'incontro di 5 amici, si è espanso tantissimo ancora prima di vedere la luce ieri, sabato 1 marzo, dopo un 29 febbraio passato nel travaglio di un parto di quelli che faran parlare di sè. Il manifesto programmatico di CRAK! muove da una considerazione semplice: l'inesistenza della divisione tra cultura alta e cultura bassa, tra cultura tout court e controcultura. Il direttivo di CRAK! lavora per offrire qualità sulla notizia, oltre che alla quantità e all'esasustività.

Aspetto visite, e spero che - al di là dell'iniziale curiosità - CRAK! possa diventare uno strumento utile, semplice da usare e completo nell'informazione per l'organizzazione delle vostre serate romane. Sono ovviamente benvenuti tutti i suggerimenti atti a traformare CRAK! nel miglior portale esistente a Roma, in Italia e nel Mondo. Noi si guarda avanti, e si punta all'eccellenza. Baci e abbracci!

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Meditabondando...

di Hagi (03/01/2008 - 12:34)

Dunque, si chiamava Ventidio. Non me lo dimenticherò mai. Non l'avevo mai visto prima, e non l'avrei mai più visto dopo quella volta. All'epoca aveva un'età indefinibile dai 55 ai settant'anni; pizzetto luciferino, alla Burgess Meredith - però canuto- occhi piccoli e agili, di quelli che mantengono una luce fissa anche quando si muovono, non si sa se alla ricerca di qualcosa, o per mettere a fuoco qualcosa di visibile solo a loro. Ero lì, a casa sua, con Piccinini e non mi ricordo chi altro. Sarà stato il '94. Prese una fotografia notturna, e me la fece vedere. Bella: era una skyline notturna che raffigurava un ponte (mi pare americano) illuminato da lampioni, con macchine che passavano, ovviamente coi fari accesi.
"L'occhio umano è vincolato al funzionamento del cervello e del sistema nervoso, centrale e periferico.  Noi vediamo le cose con degli organi (gli occhi) che dialogano con il sistema nervoso mediante impulsi elettrici. Questo fa si che il movimento ci appaia in un modo quale in realtà non è. L'elettricità non ha andamento costante, ha segnale intermittente." Poi prese un'altra fotografia, dello stesso ponte (riconoscibile dai lampioni, fissi). Quest'ultima era stata scattata con l'otturatore aperto per molto tempo. Il risultato era, ovviamente, una striscia continua di luce lungo il ponte.
"Questo è ciò che vedremmo, se i nostri organi non avessero i limiti che hanno".
Poi prese da una scrivania zeppa di simboli esoterici che non riesco a mettere a fuoco nella memoria, un visionatore di fotografie stereoscopiche, ce ne spiegò l'utilizzo e il principio di inganno visivo su cui si basava.
L'ho sognato, Ventidio, dopo aver visto in televisione uno speciale su Gustavo Adolfo Rol. Al di là delle sue capacità. Al di là degli "Esperimenti" che faceva. Al di là del "Potere" che aveva (o diceva di avere) mutuato da una scoperta inerente "il colore verde, la quinta musicale e il calore". Al di là di tutto questo, è il concetto di "Spirito Intelligente" che mi ha marchiato a fuoco. Una forma di energia, un piano cognitivo che va al di là della fisica sperimentale (che riesce, per sua stessa ammissione, ad analizzare e spiegare il 5% di ciò che osserva); al di là della fisica classica, dell'orizzonte sensibile. Un piano alternativo, permeato da forme di energia che ho la netta sensazione di percepire quando suono, ma anche quando vedo i colori delle persone cambiare, oppure quando guido la moto perso in altri lidi che non sono la strada. Forme di energia che altre persone leggono nell'arte, e che altre ascoltano in voci udibili solo da loro. Pazzi o ricettivi?
Un mare di intuizioni, alcune indotte, altre giunte da chissà dove, mi porta a ricercare un piano diverso delle cose da tutta la mia vita: Non la ricerca del "dopo", quanto piuttosto una riconsiderazione dello spazio-tempo. Poi mi viene un dubbio: cosa anima la mia ricerca? A volte mi sembra un'ottica conservativa: la volontà di cercare di salvare questo povero pianeta da uno sfruttamento scriteriato. Ma poi, subito dopo, mi domando se è giusto. Ho paura. L'allargamento della conoscenza ha sempre portato il male dell'Anima Mundi - l'unica cosa che mi sta a cuore-  in cambio di un benessere umano autoriferito, disincarnato. Ha regalato l'equazione "Distruzione-Progresso-Benessere", e questo mi sembra un principio autolesionistico. La scoperta di terre lontane ha portato solo al loro ineluttabile e insensato sfruttamento. Il cambio di mentalità occorso nel genere umano durante il suo sviluppo (la cui intera storia, dall'addomesticamento del fuoco allo Shuttle - lo ricordo in forma divulgativa - sta alla storia del mondo come l'ultimo secondo del 31 dicembre sta ad un ipotetico anno solare) ha scaturito solo intenti predatorii. Ecco un papabile perché della scelta esoterica. Ora la meccanica quantistica socchiude una porta scientifica a ciò che - fino ad oggi - era confinato in orbite fideistiche o "irrazionali". La coscienza è argomentabile con i calcoli quantici. Non mi piace. Ho come l'impressione che la lente della scienza sia tarata sulle meschinità umane e sensibili: temo che l'addomesticamento dello spirito scientifico da parte delle logiche di sfruttamento possa svellere l'ultima speranza cui il genere umano - inteso nella sua accezione più ampia e nobile, quella dello "Spiritus Mundi" possa ancora aggrapparsi.

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L'Impresa

di Hagi (31/12/2007 - 18:35)

-“Ma si, vieni, che è una bella giornata... Che ci metti, con la moto?”

Niente, che ci metto.... Attacco il telefono con la testa già dentro l’armadio. Si, è un viaggetto non troppo lungo, ma sono comunque le quattro del pomeriggio, e Matelica dista più di duecento chilometri da Roma. Il che significa minimo due ore di viaggio, quindi c’è da coprirsi bene, visto che dovrò scollinare la dorsale appenninica il 26 dicembre senza sole.

Mentre mi vesto (cerco di essere molto previdente) faccio l’elenco delle cose da portare: Una paio di maglioni sopra le due magliette e sotto il giubotto da moto; i pantavento e i parascarpe da mettere sotto i pantaloni di lana; le scarpe converse un po’ alte; una sciarpa annodata sui polmoni; un cappello di lana (non si sa mai) e poi il mio minizaino con dentro un paio di mutande di ricambio, dei calzini, il cofanetto di supergulp, una bussola, un contachilometri per carte geografiche e lo spazzolino. Mi scordo la cartina geografica. Saluto tutti  casa e me ne esco, alle 16:00 in punto, con Garuda che splende sotto il sole obliquo di una giornata di tramontana dicembrina.

Il motore va che è un piacere. Io sono bello imbacuccato, e ho in testa l’itinerario: Casa mia – Fiano, A1 fino ad Orte, poi Orte-Terni, Terni-Spoleto, Spoleto-Foligno, Foligno-Fabriano-Matelica. Ragiono a tappe, questa è la strada che Tanja ha scolpito nel marmo delle mie convinzioni. Il sole tramonta a Terni, proprio in concomitanza dei miei lamps agli unici motociclisti che vedrò per due giorni: un gruppo di BMWisti, probabilmente di ritorno da una scampagnata. Niente a che vedere con quello che sto facendo io, in solitaria. Nella conca continentale di una delle più brutte città d’Italia, proprio nel breve periodo di crepuscolo che saluta il sole  già debole a mezzogiorno, mi comincio a chiedere cos’ho fatto, mentre alle 17:30 la Flaminia disegna tornanti che riesco a vedere all’ultimo momento, a causa della mia leggendaria vista notturna. Garuda mi protegge dal vento sferzante, ma può fare poco contro l’incredibile inconsistenza dei miei guanti, che sono – si – molto protettivi contro eventuali urti alle mani, ma clamorosamente freddi. E meno male che ho il paramani, sul Transalpone. Effettuo una prima sosta benzina-Pipì-Bevandacalda a Spoleto: il barista mi guarda con compassione, forse perché nota la mia incapacità a chiudere le mani intirizzite attorno alla tazza di thé. Rimango nel Bar per una ventina di minuti, giusto il tempo di portare la mia temperatura corporea interna dai 32 gradi ai 36 e mezzo. Telefonata con Tanja, su cui riverso il freddo interiore dovuto ad un’esperienza che diventerà meravigliosa solo quando entrerò in un casale di montagna con tutte le stufe a legna accese. Ma quello verrà solo dopo molti chilometri: arrivato a Foligno, infatti, noto che sui cartelli della superstrada è segnalato solo Fano, di Fabriano non c’è traccia. Comunque non mi piace: Fano mi pare troppo a nord; ho l’impressione di andare fuori strada, e non ho né mappa, né posto per fermarmi a meditare. Vedo un cartello che indica Macerata, e decido di seguire quello.
Non è male, la SS 77: si inerpica in alto, scavando l’Appennino per vie centrali e tortuose, ed è adatta ad un viaggio motociclistico. Si, propria adatta. A maggio. Aprile, per stare proprio larghi. A Dicembre la storia è diversa: non passano nemmeno macchine, per l’intensità del freddo. Metto benzina in una pompa deserta, e aiuto a farla anche ad un signore con il quale m’intratterrò in una chiacchierata. Passerà dal lei al tu nonappena avrà saputo del mio sangue indiano:

-“Bel popolo, gli indiani! Te saluto, buon viaggio: Matelica sta lungo ‘sta strada, fa’ ‘n’antra ventina de chilometri, e ssi’ arivàto”

-“Te ringrazio, piacere d’avette conosciuto”: salgo su Garuda (ancora bello caldo) e riprendo la strada. Nemmeno tre chilometri, e vedo un bar. Mi fermo, devo farlo per via delle mani: sono davvero intirizzite, e il mantra che anima il mio viaggio-pellegrinaggio (da Tanja??) è: “Manopoleriscaldate, Manopoleriscaldate, Manopoleriscaldate....” Prendo un orzo in tazza grande, mentre in un’atmosfera alcolico-anzian-paesana come l’ho percepita solo nella Corchiano degli anni ottanta, una barista polacca mi informa sullo stato dell'arte. Il luogo in cui sto cercando rifugio dall’assideramento si chiama Serravalle in Chienti. Seguono indicazioni per raggiungere la meta: dopo un semaforo – a circa ottocentro metri, prendo a sinistra verso Castel Raimondo-Camerino; da Camerino (una decina di chilometri), Matelica a otto Km. Sono arrivato!
Oddìo, arrivato è una parola grossa: la neve ai lati della strada su curve buie invita alla prudenza, ma di ghiaccio significativamente impegnativo non ne ho mai trovato. Le Anakee magnano chilometri senza soluzione di continuità, e mentre il motore ronfa a 3500 giri,  passo file di macchine, accodate a camions come pulcini dietro una chioccia. Arrivo in un bar, dove telefono a Tanja per farmi venire a raccattare, prendo una cioccolata calda, e chiudo gli occhi, rilassandomi al suono delle palle del biliardo della sala attigua. Sono le 19:25, ci ho messo 3 ore e mezza (e non due), sono mezzo assiderato e mi aspetta un'ottima cena in un casale in montagna: sono davvero contento, sento di aver compiuto una mezza impresa, visto che ho preso la patente solo un mese fa. C'è chi dice che chi si fa le canne tende a mitizzare, ed a ingigantire le piccole cose per farle diventare grandi. Sarà. Però di moto, su quella strada e a quell'ora, c'era solo la mia.

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DowNatale

di Hagi (25/12/2007 - 13:08)

C'era una volta un ipocondriaco convinto di essere sotto esaurimento nervoso (Lieve). Se n'era convinto in maniera pervicace, quasi innamorandosi dell'idea, lontano dall'ipotizzare che davvero si potesse trattare di qualcosa di grave. L'ipocondriaco seguiva un assioma, e cioè che tutto quello che è originato dalla mente, può essere ridotto dalla mente stessa. Quasi si esaltava nell'immaginarsi combattere con i propri mostri. L'ipocondriaco era incline a certe forme di fascismo, quelle - per la precisione - che strizzavano l'occhio alla mistica del coraggio.
Poi, però, arrivò il Natale. E allora l'ipo si rese conto ch il gioco era duro. Che la mente può sconfiggere la mente. Ma a prezzo di grandi sacrifici, suoi e delle persone che aveva vicino. L'ipo si stava accorgendo con orrore che stava perdendo la capacità di amare incondizionatamente. E il Natale lo sorprese proprio nella sua egoriferità solitudine. Che ora non aveva più il sapore del Conte di Montecristo, ma piuttosto quello di Musil. E questo, er Sòr Ipocondriaco, proprio non se lo sarebbe mai aspettato.

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