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Quando uno fa CRAK!

di Hagi (10/05/2008 - 12:57)

Cos’è CRAK?

Questa è la domanda che mi opprime, mentre stilo ipotetiche interviste on-line, preparo comunicati stampa per la festa, spulcio indirizzi di posta elettronica - selezionando quelli buoni, ideo volantini, invento slogans, ipotizzo set percussivi da usare in una esibizione live, trovo un Dark Side per personaggi Disney, e passo il mio tempo attaccato ad un cellulare (la cui carica è stata ottenuta autotassando gli altri sventurati componenti di questa avventura, bella come l’Inferno).

Poi mi chiedono:

-“Cos’è CRAK?”

-“Crak nasce da un’dea di sei amici” (...BlaBlaBla...)
-“....No, perché ci siamo resi conto che a Roma la gente c’è, le opportunità pure, ma manca una visione organica...” (...BlaBlaBla...)
-“...Allora, creare circuito può servire a far emergere ciò che è nascosto, e che potrebbe valorizzare ulteriormente la città...” (...BlaBlaBla...)

Intendiamoci, queste non sono le solite cazzate. O meglio, lo sono, ma noi (siamo in sei – praticamente otto) ci crediamo da morire.

Poi però esiste un principio di realtà. Ché uno sarebbe portato a pensare che non c’entri niente, con CRAK!, invece c’entra, eccome. Facciamo un punto, magari sommariamente:

Io ho 35 anni, ma a luglio ne farò Trentasei. Alla mia età, mio padre aveva già fatto mia sorella, e avrebbe fatto me dopo altri sei anni. Alle sue spalle, un viaggio esistenziale, culturale e spirituale prima ancora che lungo. Mio padre lasciò l’India, dannandosi per sempre – a dare retta all’ortodossia brahmanica di cui faceva parte – e andando incontro a tante incognite. In  mano aveva una lettera di Tucci, che era pur sempre un punto fermo. Conobbe mia madre, si sposarono e misero su famiglia. All’inizio era dura, ma con le lezioni private, l’Università e l’Ismeo (oggi Isiao), mamma e papà tiravano su lo stretto necessario per poter pagare un affitto e fare studiare me e mia sorella. Poi mio padre è mancato, vent’anni fa, e ha lasciato a mia madre una cospicua pensione, con cui continuare l’opera di svezzamento dei suoi figli. Studi, vestiti, persino qualche svago.

E io?

Io in mano ho una quantità di pezzi di carta che altro che la lettera di Tucci, e non mi sono mai allontanato dall’Italia. Praticamente il contrario. Se ci si pensa, è sensato: i disagi della generazione precedente dovrebbero essere colmati mediante il lavoro, creandone di nuovi. E infatti è successo proprio così. La mia generazione è percepita un po’ da tutti come formata da cocchi di mamma, un po’sallucchioni; i bamboccioni di Padoa Schioppa. Dicono che l’età media si è allungata, quindi è accaduto anche all’adolescenza. Oggi si può essere considerati adolescenti fino a venticinque anni. E non mi pare proprio sano. Specialmente se di anni se ne hanno dieci di più: a ‘sto punto lo svezzamento dovrebbe essere finito. Invece non lo è.

Sulla carta faccio quello che faceva mio padre, anche se in ambiti diversi: sputo sangue per farmi spazio nel mondo della comunicazione, partorisco iniziative e mi aggrego ad altre, e intanto mi sostengo con lezioni private e qualche sporadica serata. Solo che mio padre ci tirava su una famiglia, io sono costretto a ricorrere ai prestiti di mia madre, perché le banche non me li fanno.

Ecco cosa posso permettermi a trentacinque anni: vivo in una stanza a Portuense, dividendo le spese con altri due coinquilini, e pago due volte l’affitto dell’attico a Balduina in cui sono cresciuto. Per una stanza spendo mensilmente l’equivalente di ottocentomila lire. Ho rinunciato alla macchina per la moto, ma per la benzina spendo ugualmente l’equivalente di quarantamila delle vecchie lire ogni dieci giorni circa. Ai miei bastavano per un mese, e avevano una Ford Capri 1700. 1050 centimetri cubi in più di Garuda, il mio Transalpone.

Quindi? Cos’ho fatto fino ad oggi?
 
In ossequio all’importanza della carta, inculcataci a forza dai nostri genitori, ho fatto tutto: un Liceo Classico, anzi due; una laurea, corsi di lingua (francese e inglese), corsi di Informatica (Cobol, C, DL-1), corsi di Musica (chitarra classica, percussioni, batteria), corsi di project management; un lavoro presso una società informatica, poi un’altra, e poi un’altra ancora. Però non posso fare il concorso alla Provincia, perché nella tonnellata di cartaccia che ho accumulato, manca la Patente Europea del Computer: 10 anni di lavoro da programmatore non sono equiparati ad un certificato di "Accensione PC e salvataggio documeto Word".

Ho progettato uno dei primi flussi di Helpdesk italiani, nel 1995, e me ne sono andato schifato dalle prospettive che apriva. A tutt’oggi mi chiedo se abbia fatto una cazzata. Dopo 13 anni non ho più il mondo in mano, e il tempo a mia disposizione su questa terra si assottiglia sempre di più, anche se faccio finta di niente. Poi anni di musica (ho suonato nei matrimoni, gettando ai rovi tutti i sogni che facevo da piccolo sul palco, per poi riprenderli suonando sui palchi buoni); lezioni di percussioni, recensioni di dischi... Già, poi ho scritto sui giornali. Stanco dell’informatica e dei pesi delle percussioni sulle spalle ogni notte alle tre del mattino. Qualcuno mi ha detto che lo sapevo fare, e io ci ho voluto credere perché mi piaceva l’idea. Due giornali cartacei, più saltuarie collaborazioni elemosinate da amici meglio introdotti di me. Qualche racconto breve e due romanzi non finiti. Forse è stata proprio questa la madre di tutte le cazzate. Il voler mettermi a scrivere.

Ora – a 36 anni – mi guardo indietro, e tutto questo mi sembra nulla. Apro giornali di annunci lavorativi quotidianamente, per recuperare (o almeno provarci) un po’ di stima in me stesso. Non anelando ciò che sogno, ma cercando fonti di reddito che mi permettano di guadagnare almeno i miei anni di vita. Non è bello sentirsi trattati come ragazzini, quando non lo si è più. Non è bello avere una relazione sentimentale sospesa – come se fossi un adolescente – perché non posso mantenere me stesso, figuriamoci un’altra persona, o ancora peggio due o tre.
C’è scritto che il  posto per “quelli come me” è in quei Call Centers che io ho contribuito a tirare su, pentendomene amaramente. Sono diventato uno di quegli impiegati recalcitranti che ho manipolato durante la mia breve e fulgida carriera aziendale, sfruttato da altri per indurre chi non voleva ad essere sfruttato a sua volta. Un gioco volgare, a spirale, che ha distrutto un’intera generazione pacifica, forse anche per colpa mia. O forse esagero, chissà. Solo che io non ci sto.

D'accordo, il fabbro non lo so fare. Il macellaio non lo so fare. Il contabile non lo so fare. So suonare, ma ci sono ragazzini (incapaci, ma ai padroni questo non importa) che vanno a suonare nei locali per la metà di quello che prendo io. E la gente – dicono – è contenta lo stesso. So scrivere, ma pare che lo sappiano fare tutti, anche se poi quando sfoglio un quotidiano, o ascolto dei servizi dei TG, non mi sembrerebbe. Ci sono autori televisivi che hanno un cognome diverso dal mio che quando va bene non fanno un cazzo tutto il giorno, ma percepiscono reddito, e quando va male ci spappolano il cervello con tette, culi, veline e drag queens che cantano Nel Blu Dipinto di Blu di Modugno.

Quindi faccio CRAK!. Con tutto il mio essere.

CRAK! è la soglia del dolore, la zona d’ombra tra il subire e il contrattaccare.

Io sto qui, anche se nessuno pare vedermi; non sono ancora emigrato, e non ho intenzione di farlo. Faccio CRAK! perché avverto il bisogno di dire delle cose ma non ci riesco; le pensiamo in tanti, ma non le dice nessuno. Faccio CRAK! perché ho bisogno che qualcuno mi riconosca, anche se un certo tipo di società tende a negare la mia esistenza. La nostra esistenza.

CRAK! è il rumore della mia fiducia del mondo. CRAK! è il suono delle mie ossa.

CRAK! mi identifica come quello che sono. Per questo non mi da reddito. CRAK! è lo spazio che abbiamo dovuto creare per avere una voce.

Quando mi chiedono cosa faccio nella vita, io abbasso gli occhi, e dico:

-“Io faccio CRAK!

Da una vita.

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Benvenuto, CRAK!

di Hagi (02/03/2008 - 12:55)


All'improvviso, ecco una ventata d'aria nuova nella mia città. A Roma nasce CRAK, un nuovo magazine di arte, cultura, intrattenimento et cetera. Nato dall'incontro di 5 amici, si è espanso tantissimo ancora prima di vedere la luce ieri, sabato 1 marzo, dopo un 29 febbraio passato nel travaglio di un parto di quelli che faran parlare di sè. Il manifesto programmatico di CRAK! muove da una considerazione semplice: l'inesistenza della divisione tra cultura alta e cultura bassa, tra cultura tout court e controcultura. Il direttivo di CRAK! lavora per offrire qualità sulla notizia, oltre che alla quantità e all'esasustività.

Aspetto visite, e spero che - al di là dell'iniziale curiosità - CRAK! possa diventare uno strumento utile, semplice da usare e completo nell'informazione per l'organizzazione delle vostre serate romane. Sono ovviamente benvenuti tutti i suggerimenti atti a traformare CRAK! nel miglior portale esistente a Roma, in Italia e nel Mondo. Noi si guarda avanti, e si punta all'eccellenza. Baci e abbracci!

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