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Welcome Back My Friends To The Show That Never Ends

di Hagi (01/11/2008 - 11:54)

Un passo per scavalcare un’asta, un secondo per i cavi, il terzo e sono fuori dalla barriera di Plexiglass. Tutt’intorno, applausi, e ancora applausi. Un inchino, e poi nei camerini, con il rumore dei piedi ad incitarci ad uscire. Sono quindici anni che suono per locali. Con un sacco di gente, oppure da solo. Con professionisti blasonati, oppure con onesti professionisti. Con musiche originali, oppure con covers. Per far ballare, o per ascolto. Di tutto, insomma.

Beh, caro Etere, ecco la riflessione che ti consegno oggi: oggi parlerò di emozioni.

Quella di trovare due amici nello stesso camerino, noi tre. Quella di poter far vedere i miei tic, le mie camminate, senza nessuna barriera, senza nessun timore di essere male interpretato (da quei due sono male interpretato da vent’anni, e - vuoi o non vuoi – stiamo ancora qua). Un palco con gli Aquatarkus è più di una macchina del tempo, come ebbi già a scrivere: è più la capacità di piegare lo spazio-tempo. E’ stare a cavallo tra il 92 e l’oggi. E’ andata bene, caro Etere. O meglio, “Ci è andata bene”: mi correggo con quel pelo di umiltà che si acquisisce con sulle spalle quindici anni in più di calci in culo presi. Solo che tra il pubblico (meraviglioso per sostegno, partecipazione ed entusiasmo) non c’era lei, e mi sono sentito tanto, tanto solo. Almeno fino a quando Giorgio – ignaro dei miei pensieri - non mi ha abbracciato, in uno dei suoi rari e preziosi slanci di affetto. Allora mi sono svegliato dal torpore, e mi sono immerso nel mio meritato bagno di folla. Si parte da sè, per poi curare il nostro esterno.

Non il contrario.

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Aquatarkus II

di Hagi (22/10/2008 - 09:53)

Il 30 ottobre al Geronimo's ci sarà il concerto degli Aquatarkus '08. Ho già scritto un post sull'argomento, ragionando sul tempo musicale che ingabbia il tempo cronologico. Il Tao della circolarità contro l'inesorabile linearità del tempo Cristiano-Occidentale.
Oggi, quindi, tornerò sull'argomento parlandovi dei problemi che insorgono durante le prove di una scaletta complessa. Sono preoccupato, Etere mio. Temo per la buona riuscita del concerto, nonostante il Trio sia rodato da anni di musica insieme, e tecnicamente rotto al palco in tutte le sue declinazioni. Ho fiducia in Luca, che si è caricato sulle spalle un lavoro micidiale, possibile solo grazie all'incoscienza condivisa nei primi novanta, che ci ha fatto approcciare un repertorio impossibile in tempi in cui a malapena potevamo suonare i Pink Floyd. Ho fiducia in Giorgio, che saprà tenere il palco con la sua faccia tosta come poche. Ho fiducia in me, nel mio culo che da sempre mi accompagna nelle occasioni importanti della mia vita. Solo che - se non erro - sono più o meno le stesse parole usate da Baldoni prima della sua uccisione. In bocca al lupo....

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At Swim Two Birds@Traffic

di Hagi (22/01/2008 - 14:05)

Fino a poco tempo fa, Roger Quigley non lo conoscevo. Ed ero in ottima compagnia, come spesso accade. Attivo nei 90’ con Mark Tranmer nel progetto “Montgolfier Brothers”e poi con alcune opere da solista, è sorto ad una terza vita artistica nel 2003, con l’uscita di “Quigley’s Point”, a nome di At Swim Two Birds. Il gioco di specchi proposto è divertente: l’artista figura come titolo dell’opera, mentre il suo nome è mimetizzato dalla citazione di una novella di Brian O’ Nolan, a sua volta pubblicata dall’autore sotto lo pseudonimo di Flann O’ Brian. Un giro completo, insomma, a testimonianza della voglia di dare tutte le informazioni, ma farlo in modo allusivo, anticonvenzionale.
Quigley ritorna sulla scena del crimine per godersi le reazioni della folla, come fanno molti assassini seriali; riprende da dove aveva lasciato. Effettivamente, per lo meno in certe tracce, il vuoto esistenziale evocato da questo lavoro è sconcertante: non è un disco facile, richiede una preparazione specifica, a base di Tim Buckley o Morissey, non disdegnando certi Tindersticks, intesi come “idea della malinconia”. Pur molto minimale a livello arrangiativo, il disco è perfettamente compiuto, e suona molto bene. Anche se molto “tentacolare” a livello di gamme emozionali (si va dalla desolazione di In Bed With Your Best Friend al fingerpicking paranoide di My Luck is Turning, passando attraverso scenari di autentica psichedelia ansiogena: The Smell Of Suntan Oil On Your Skin, ad esempio), riesce a mantenere una grande coerenza formale, senza risultare mai piatto. Il disco merita, l’autore anche: speriamo di vederlo presto in concerto.


Così scrivevamo in occasione dell’uscita di “Returnig to the Scene Of The Crime”. E alla fine il concerto è arrivato. La tappa romana è stata ospitata dal Traffic di via Vacuna il 21 gennaio. Un lunedi londinese, con pioggerellina intermittente, foschia straniante, live music indipendente e birra media in Happy Hour. Non tanta gente, per lo più assiepata vicino al biliardino (prima dell’inizio del concerto del gruppo spalla, giù al piano di sotto), e della birra in Happy Hour. Insomma, grande serenità, fino alle prime note degli En Plein Air: palco zeppo di gente (due chitarristi, un bassista, un batterista, un tastierista e una violinista), e tre cadenze interpretate per una cinquantina di minuti. Non cantano, per cui l’atmosfera psichedelica è triplicata, grazie a distorsioni, filtri e Cut Off: musica un po’ ripetitiva, con – appunto – due o tre idee forti di base, dilatate e compresse a seconda del momento. Insomma, un tipico esempio di Idie rock Psycho Noiz ben riuscito. L’Ep che vendevano a soli 5 euri era datato 2006. Ora vediamo cosa ci riserveranno questi ragazzi.
Dopo un veloce cambio palco, si entra in minimalismo: sono in tre (presentati da Roger Quigley): Lui stesso, la bella Sophia Lockwood (Violoncello) e il Laptop, un Macbook Pro della generazione precedente, privo persino di una scheda audio esterna; il segnale delle basi esce minijack!
Lui è simpatico, e la Lockwood gli regge il gioco: se la prendono comoda, giocano con il pubblico di 35 persone sulla dilatazione del tempo (si rollano due sigarette – a proposito, ai concerti al Traffic si fuma! – sorbiscono un sorso di birra con calma olimpica), infine attaccano In Bed With Your Best Friend, apertura dell’ultimo lavoro. Ha una voce calda e melodiosa, e una pronuncia chiara nonostante le linee melodiche si prestino ad un biscichìo continuo. Il Mac manda basi, mentre sullo schermo alle spalle del duo vengono proiettate le immagini di “The London Nobody Knows”, film-documentario del 1967 con James Mason: sarà il filo conduttore dell’intero spettacolo – Bis escluso. Sul cartello“The End is High” retto da un operaio, prima dei titoli di coda del documentario, finisce il concerto.

Canzoni sussurrate, linee melodiche asciutte e ritmiche intelligenti: un buon concerto, incrinato da alcuni problemi di ascolto: il minijack per le basi e il violoncello con il magnete non hanno aiutato il fonico, che però – secondo me – non è esente da responsabilità: all’inizio del concerto alcune frequenze hanno funestato la sala, senza essere limitata. Ad ogni modo, me ne esco soddisfatto: un bel concerto, con un biglietto di soli 4 euro. Salute!

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