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CapoSardo - 1

di Hagi (01/01/2007 - 02:29)

L’Ichnusa ghiacciata nella mia mano, la vastità del Poetto, e il semicerchio d’olio delimitato dai due promontori che disegnano il Golfo di Cagliari, uniti al sole che bacia la mia pelle coperta solo da una T-shirt della Lazio, mi fanno perdere per un istante il senso del tempo. Poi do il mio regalo di Natale ad Alessandro, che è lì con me, e mi ricordo -compiacenendomene - che è l’ultimo dell’anno.

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31 dicembre 2006

E’ passato un anno e mezzo da quando ho visto per l’ultima volta Nicola, Enriguez, Dolce e Gabbana, Contu e gli altri. Alessandro, invece, è venuto al party per il mio compleanno che ho tenuto sul mio terrazzo quest’estate. Ora stanno tutti sulla spiaggia, seduti attorno ad un tavolo, a mezzogiorno, con una graziosa cameriera di colore che porta birre e Aperol per la compagnia. Intorno a noi, scene familiari con bambini accuditi da mamme cozze, adolescenti che ridono la loro brillante spensieratezza, e un pazzo di una sessantina d’anni in costume, che avanza tonico e spavaldo verso il mare, che oggi è una tavola. Mi si chiede che tempo fa a Roma, e come io abbia viaggiato.

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30 Dicembre 2006

Il suono della sveglia interrompe alle 10:00 un sogno in cui io partivo per la Sardegna. Alle 11 e quarantacinque esco dall’agenzia viaggi in Via Cicerone, brandendo la sinistra di mia nipote nella mia mano destra, e un biglietto di seconda classe per Cagliari (partenza da Civitavecchia alle 18:30) nella sinistra. Poi un volo da Mondadori, dove compro regali per Alessandro, Iaia e me stesso: Acqua dal Sole di Bret Easton Ellis e Complotto contro gli Stati Uniti d'America di Phil Roth. Scelte casuali, spero fortunate. Un pranzo volante da Cimagalli (ottimo l’orzotto con carciofi e provola, buoni gli gnocchi alla romana), infine a casa, per fare le valigie. Dal cellulare chiamo Giovanni, che accetta di accompagnarmi al Porto: in questo modo sarò libero di decidere se tornare con l’aereo oppure con la nave. Realizzo di aver smesso di sognare all'incirca alle10:30.

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La cabina doppia è piccola ma confortevole. Sono solo, ho le chiavi, la nave è mezza vuota, quindi potrò starmene in santa pace. Giro il primo spinello, da consumarsi sul ponte appena uscito dal porto. Sto per chiudere il secondo, quando da fuori la porta della cabina sento chiamare il numero della mia cabina. Lo sguardo si posa sul tavolino microscopico: un mozzicone sventrato di sigaretta, del cellophane arricciato, il portabiglietto di cartoncino – privo dell’angolo superiore destro – con su dei residui di tabacco. Nell’aria, l’odore spesso del marocchino appena squagliato. Tutto descrive l'antro di un tossico. Poi mi sposto verso la maniglia, che si sta girando. Mi sono chiuso dentro, e avverto che sto per aprire; un semplice gesto e il tavolo torna pulito, a detrimento del cestino che si riempie; un altro gesto, felino, per ficcarmi in tasca l’impasto della seconda canna, con tutta la cartina. Apro la porta indossando una faccia che nella mia testa è quella di Gigi Proietti-Mandrake, ma che probabilmente è quella di un neopatentato beccato all’uscita della discoteca da un poliziotto stronzo con l’etilometro in mano. Di fronte vedo un viso che riesce a ricordarmi Il Megapresidente Arcangelo (quello del Fantozzi di Salce), Luciano Moggi, quello brutto dei Fichi d’India e Carlo Delle Piane. Tutti quanti insieme, credo. Appare in stato confusionale, suda e parla di un amico, con il quale divide il viaggio. A un certo punto, appare. E’ un Sardo dell’entroterra, che vive a Roma, ed ha un occhio tumefatto, da una botta presa scendendo dal treno. Parliamo un po’, e mi dice che ama la nave, perché – dice – “si scopa facile”.

Propongo loro di barattare il mio posto con quello dell’amico. Per fare in modo che possano dormire insieme, insomma, una gentilezza gratuita, chéccazzo. Accettano, chiedendomi più volte se io sia sicuro: l’altra cabina è una quadrupla, ma mi assicurano che c’è solo un sordomuto. Mi sento un brivido giù per la schiena, ma non importa. Accetto, a patto che mi lascino preparare la mia roba. Mi richiudo nella cabina, mi levo le scarpe e i pantaloni, e rivolto la tasca dei Jeans sul libro di Ellis, che ho già cominciato - e non mi piace un granché. Giro lo spinello, faccio pulizia e richiudo la borsa.

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30 Dicembre 2006 - ore 20

Il volto dell’ex dittatore appare fiero. Il cattivo cronista parla di Paura, ma io non ne vedo, in quegli occhi.

Il nodo Scorsoio si sovrappone a quel fazzoletto di seta nera, sul collo di Saddam Hussein. Lui rifiuta la benda, poi, mentre la narrazione continua e racconta l’apertura della botola e il corpo che penzola dieci minuti dalla corda, le immagini mostrano prima le parate militari dell’Iraq che fu, poi un cadavere che spunta da un lenzuolo bianco. Il Cattivo Cronista dice che è lui, ma secondo me non si vede un cazzo, c’è un pezzo di viso su un video di pessima definizione; tuttavia gli credo, non sapendo perché.

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Mi mangio una cotoletta con le patatine, una caprese con delle olive nere su una foglia di lattuga. Il pane è fragrante, le cotolette sapide, le patatine mosce e la caprese ha la mozzarella troppo fredda. Si mangia abene, sulla Tirrenia. Fine del Giornale.

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Incontro Nico di fronte al cinema. Danno “Tickets” di Olmi/Loach/Kiarostami, e me lo vedo in prima fila, volentieri, nonostante l’altoparlante destro spernacchi. E’ un film lento, ambientato su un treno, appositamente per addormentarsi in viaggio, credo. Alla fine, andiamo a fumare sul ponte. Nico dà un paio di tiri, io me la finisco; mi sembra di sentire il sapore della liquirizia tenuta in tasca per tutta la settimana precedente. Alla fine sono stravolto, e comincio a delirare. L’argomento verte sul rapporto fra noi e i nostri animali domestici. A tratti lo trovo appassionante, soffoco delle lacime e vorrei abbracciare il mio gatto, rimasto a Roma.

Nico l’ho conosciuto circa quattro anni fa. Vive a Cagliari, ma ha i parenti a Roma. Finché è rimasto nella Capitale, lo si vedeva al Metaverso, e a quasi tutti i Vernissage e aperitivi di Trastevere e Centro. Fa il Fotografo, lavora in un giornale in Sardegna. A Cagliari sta benissimo, centellinando la sua mondanità Romana, quindi non annoiandosene mai. Alla fine, mi invita a dormire in cabina da lui. Accetto di buon grado, rendendomi conto che non sono mai entrato nella quadrupla dove mi dovrebbe aspettare il sordomuto. Cerco le chiavi nella tasca, e mi inoltro nel ventre della nave, al secondo piano (accanto ai garage).

FINE PRIMA PARTE

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