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Vent'anni.

di Hagi (15/11/2006 - 16:42)

Caro papà,

 

Oggi la tua famiglia ha messo il due davanti. Sono vent’anni che viviamo senza te. Te ne sei andato nel 1986, il giorno del tuo compleanno, il 15 novembre. Alla fine ci sei rimasto a Venezia, oggi sono sepolte lì le tue spoglie mortali. Da allora sono cambiate un sacco di cose. Probabilmente ci segui da lì dove ti trovi; perlomeno per un po’ l’hai fatto, qui siamo tutti sicuri di questo. Quindi sai che tua moglie non ha mai smesso di amarti, nonostante gli anni di solitudine l’abbiano indurita; grazie a te è riuscita a far crescere due figli in una certa agiatezza economica; hai fatto benissimo a rimandare la tua morte fino a garantire una pensione adeguata a tutti noi: ci è servita tantissimo, e spero di poter fare altrettanto per la mia famiglia quando toccherà a me.

Saprai che tua figlia ha avuto due bambini con Andrea (l’hai conosciuto, anche se per poco. Chissà se ti sarebbe piaciuto: è un uomo onesto, anche se non è un leader naturale, come quelli che ti affascinavano). I bimbi si chiamano Maria Chiara e Francesco Saverio. Lei ha già otto anni, è grande, grossa e un po’ fregnona, come il nostro amore per lei. L’abbiamo mandata agli scout, sulle orme dello Zio, ad imparare un po’. Il piccolo ti piacerebbe molto. Il padre sostiene che sia te incarnato. Io non arrivo a tanto, ma lui ha qualcosa. Un magnetismo particolare, che spero mantenga per tutta la sua vita. Tua figlia è una mamma a tutto tondo. Ha lavorato poco sotto padrone, e credo mai più lo farà, stai tranquillo. E’ una signora educata ad essere tale, e nonostante le tante batoste che ha preso - tra cui la tua dipartita - è riuscita a sigillare sé stessa nel suo piccolo, enorme mondo. Un mondo di ricerca della felicità infantile, quella completa e priva di significato. Incredibile a dirsi, ce l’ha fatta. Io sono il fratello, e non so come vedere questa cosa; a volte mi fa paura: paura del vedere spezzarsi il diaframma sottilissimo che la separa dal mondo reale; paura di una realizzazione traumatica e feroce della caducità dell’esistenza umana. Paura che un giorno la mia Didi possa pentirsi anche solo di un secondo vissuto. Altre volte, invece, provo un'invidiosa ammirazione per la capacità che dimostra nell'automotivazione. Lei la chiama  "le fisse". In queste occasioni mi rendo conto di quanto di te ci sia, dentro di lei.

 

Poi ci sono io. Non ti piacerei, papà. Nemmeno io sono un leader naturale, ma ho imparato a sembrarlo. Non credo sarei riuscito a fregare te. Purtroppo non lo posso sapere. Quando ci siamo separati, io avevo solo quattordici anni. Non una coscienza politica formata, nemmeno un anelito alla conoscenza un po’ fuori dalle righe. Un ragazzo normale. Un po’ somaro a scuola, un po’ no. Forse, sotto sotto le mie oscillazioni tra vette e fossati ti sarebbero piaciute, chissà. Sta di fatto che non ho fatto il vice-posteggiatore abusivo. E tua figlia non ha fatto la maestra. Oddìo, un po’ tua figlia la maestra la fa: tiene “la scuolina di inglese” insieme a Mamma; se sentissi parlare loro due di quest’attività – e spero davvero che non accada – ti si gelerebbe il sangue. Mi fanno venire in mente i tuoi racconti sui pianti di nonna Sitā.

Sai, a volte mi chiedo cosa sia stata davvero la tua famiglia, per te. Non sono mai riuscito ad entrare appieno nei tuoi pensieri. Tutte le conoscenze nostre in merito sono legate alla sfera dell’aneddotica familiare, storie sempre uguali, a sfondo morale, che mi hanno sempre convinto poco. La vita umana è molto complicata, e  non è certo riducibile a raccontini o ad epiche. Ad ogni modo penso spesso ai tuoi racconti familiari, sforzandomi di cogliere il fiore di una verità profonda, tra tanta narrativa seminata.

Ti sono vicino, papà. Oggi ti capisco, e credo di avvertire quella forza che ti ha portato lontano, a cercare riscatto. L’avverto, e spero, dentro di me, di farne un uso saggio. Spesso credo di non farcela, mi sento masticato da ciò che mi sembra tu padroneggiassi. Altre volte mi sento con il mondo nella mano. Discorsi da schizofrenico, ma va così.

Io sono tuttosommato soddisfatto di me stesso, sai? Non ho combinato molto, ho fatto il musicista per tanto tempo, ma ho ottenuto discreti risultati, nel mio campo. Ho trovato anche il tempo di prendere una laurea. Ci ho messo un fracco di tempo, ma l'ho presa col massimo dei voti e lode. Almeno quello. Tua moglie è venuta raramente a vedere i miei concerti, e ha vissuto il mio amore per la musica in modo contraddittorio. La conosci, mamma: ha il dono della visione, ma non ha coltivato il necessario distacco per padroneggiarlo. In un’epoca mi regalava la cantina per farne una sala prove, in un’altra mi dava del fallito tutte le mattine. Dev’essere stato complicato per lei e per Didi avere avuto a che fare con me. Siamo diversi, io sono un maschio e loro femmine. Loro chiedono spiegazioni quando per me sono solo una perdita di tempo. Cercano certezze, quando di certo c’è solo la morte. E a volte mi manchi, veramente. Mi manca il confronto con te, mi è sempre mancato, e me ne accorgo solo ora. Buffo, no? Vent’anni dopo. In realtà, ho fatto tanti lavori, e ho avuto anche tante donne. Mi sa più di te; mi hai concepito in un mondo diverso da quello in cui sei vissuto tu: non un gran mondo, a ben vedere. Ma c'è questo, e vedrò un po' cosa farne. Ho delle ambizioni talmente brucianti e fuori scala, che non ne parlo con nessuno. Mi perdonerai se non lo farò nemmeno con te? E' una questione di scaramanzia....

Tra un po’ sarai commemorato all’Università, se ne sta occupando Giorgio, e io cerco di dargli un po’ di appoggio logistico. Ho preteso di concludere la giornata di studio con un mio intervento. Fidati, in queste cose sono diventato un maestro, quindici anni di palco insegnano questo ed altro. Inoltre ho preteso la presenza dei nipoti che non hai mai visto. Che sappiano, da dove viene l’orgoglio di chiamarsi Mishra.

 

Sto pensando a come salutarti. Ti ho sempre chiamato “Papà”, “Paponzo”, “Papone”. Tu mi chiamavi “Pippo”, “Ponzi”, “Andò” e chissà in quanti altri modi che non ricordo. Ora però, sono grande, adulto. E ho delle resposabilità che mi obbligano al decoro. Se parlo di te (per esempio quando cerco di prendere le tue parti quando qualcuno critica un’ottica integralista ante-litteram presente nella tua produzione letteraria), dico sempre “mio padre”. Nessuno se ne avrà a male se in una lettera scritta a te ti saluti confidenzialmente. Dopotutto, sei nel codice genetico mio e di Mira.

 

Ciao, papà.

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