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Dio, la Borghesia e la Depressione della moglie di Mohinder

di Hagi (04/11/2008 - 10:54)

Viveva accanto ad una donna cui si era chiusa la vita davanti, e ora le andava stretta. Soffriva vicino ad una persona in gabbia, di quelle che non capiscono mai se sono loro a diventare troppo grosse, oppure se sono le gabbie a restringersi. Ignorava la disperazione di chi si è abituato a parlare con chi non ascolta. Subiva le stesse ingiurie del popolano che si rivolta in modo miope, cieco, emotivo; quella notte, insomma, rifletteva a suo modo sul ruolo storico e sociale della borghesia. Uno dei tanti pensieri notturni che Mohinder elaborava, mentre la moglie gli dormiva accanto. Era da tempo che lei soffriva di depressione, e lui non sapeva come provare a tirarla fuori da quel guscio. La condiscendenza non funzionava, ne dilatava ulteriormente l'accidia. La durezza nemmeno, poiché ne inspessiva la caparbietà. Le aveva provate tutte, tranne l'effettiva condivisione del suo stato. Mohinder ne aveva paura, era percepibile. Temeva di guardare il mostro negli occhi, e preferiva scrutarne i contorni, indovinarne le forze e le debolezze, ma senza mai confrontarcisi. Mohinder era conscio della sua caducità, di quella della moglie e dell'animo umano in generale;  Intuiva il dolore della condizione umana - l'intelligenza unita all'impotenza - ma non riusciva a parteciparne realmente la sofferenza. Era il suo modo di difendersi da una realtà ostica e crudele, che spingeva gli esseri viventi a sbattersi per ottenere nulla. Aveva fede, a suo modo. Una fede consolatoria, di sapore cattolicheggiante, che vedeva il bene solo oltre la vita. Era anche un po' induista, a ben ragionare:  dava un senso all'ingiustizia terrena, considerata una sorta di Purgatorio dai peccati.
A ben vedere, la reazione di Mohinder alla malattia della moglie non era altro che una fuga esistenziale dal male. Il problema serio era che - in barba al suo tanto sbandierato altruismo, su quella barca che andava verso la salvezza c'era posto solo per lui, e forse nemmeno alla moglie avrebbe permesso di scalfire il suo equilibrio. Era un egoista, della peggiore specie, ma almeno non si sarebbe mai fatto infinocchiare: Lui non era del popolo, era parte organica di quella stessa borghesia cui si ostinava a dare addosso nei suoi contorti pensieri notturni.

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Welcome Back My Friends To The Show That Never Ends

di Hagi (01/11/2008 - 11:54)

Un passo per scavalcare un’asta, un secondo per i cavi, il terzo e sono fuori dalla barriera di Plexiglass. Tutt’intorno, applausi, e ancora applausi. Un inchino, e poi nei camerini, con il rumore dei piedi ad incitarci ad uscire. Sono quindici anni che suono per locali. Con un sacco di gente, oppure da solo. Con professionisti blasonati, oppure con onesti professionisti. Con musiche originali, oppure con covers. Per far ballare, o per ascolto. Di tutto, insomma.

Beh, caro Etere, ecco la riflessione che ti consegno oggi: oggi parlerò di emozioni.

Quella di trovare due amici nello stesso camerino, noi tre. Quella di poter far vedere i miei tic, le mie camminate, senza nessuna barriera, senza nessun timore di essere male interpretato (da quei due sono male interpretato da vent’anni, e - vuoi o non vuoi – stiamo ancora qua). Un palco con gli Aquatarkus è più di una macchina del tempo, come ebbi già a scrivere: è più la capacità di piegare lo spazio-tempo. E’ stare a cavallo tra il 92 e l’oggi. E’ andata bene, caro Etere. O meglio, “Ci è andata bene”: mi correggo con quel pelo di umiltà che si acquisisce con sulle spalle quindici anni in più di calci in culo presi. Solo che tra il pubblico (meraviglioso per sostegno, partecipazione ed entusiasmo) non c’era lei, e mi sono sentito tanto, tanto solo. Almeno fino a quando Giorgio – ignaro dei miei pensieri - non mi ha abbracciato, in uno dei suoi rari e preziosi slanci di affetto. Allora mi sono svegliato dal torpore, e mi sono immerso nel mio meritato bagno di folla. Si parte da sè, per poi curare il nostro esterno.

Non il contrario.

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La Saggezza del Contadino Vs Il il Metodo di Lombroso

di Hagi (26/10/2008 - 11:26)

Che strana la vita. Se la si osserva passare dallo stato potenziale a quello conclamato, si ragiona su quanto ci circonda con parametri diversi. Ricordi - caro Etere - l'esperimento del Fagiolo delle elementari? Si portava un fagiolo (io scelsi - ricordo - un bellissimo borlotto maculato, ma in quell'occasione invidiai un enorme Bianco di Spagna, portato da un mio compagno di nome Carlo Barbaliscia); lo si metteva dentro un barattolo di vetro tra due strati di cotone idrofilo bagnato (il fagiolo, non Carlo Barbaliscia), si poneva il barattolo sul bordo della finestra e si aspettava. A un certo punto, dall'occhiello posto nell'ansa del fagiolo, spuntava una radicchietta, che poi si allungava, dando vita alla pianta vera e propria. I bimbi di allora fantasticavano su come arrivare al castello sopra le nuvole dove c'era il gigante cattivo, quelli di oggi faranno altri pensieri, magari a base di Pokemon. In comune tra ieri ed oggi,  lo sbigottimento nel vedere una vita nascere. Ora - da grande - ho rifatto l'esperimento; solo che di fagioli ne ho messi tre. Ed è davvero incredibile vedere come - sin dalla nascita - tre semi diversi generino tre vite diverse. Come i gattini o i cagnolini, che hanno personalità diverse ben riconoscibili nel gioco o nel modo di prendere il latte dalla mamma, così accade che una radicchietta si lanci verso il sole - pallido - mentre un'altra ci pensa su, e una terza decide di rafforzarsi cercando il basso, invece che l'alto. E i bambini?
Loro fanno la stessa cosa. Ci sono bimbi timidi che diventano adulti estroversi, bimbi estroversi che diventano adulti timidi, Bimbi silenziosi che diventano capi di stato e bimbi che vendono le matite colorate a prezzo maggiorato a compagni un po' fagiani che diventano pure capi di stato, però in Italia.
Mi sorprendo, quindi, a pensare in modo cattolico! Niente di preoccupante, caro Etere, sono sempre io: noi (piante, ovipari, ovovivipari, mammiferi e varie ed eventuali) siamo davvero padroni della vita - la *nostra* vita -  oppure ne siamo solo utenti, affidatari? Siamo esseri arbitri delle proprie esistenze, oppure non siamo altro che delle escrescenze sopra un mare di vita? più guardo i miei fagioli comportarsi, e più mi rendo conto che dentro un seme c'è anche una buona parte di futuro. Quindi, alla fine della fiera, potrebbe avere ragione Lombroso, nel suo determinismo fisiognomico.

Insomma, Cattolico e Lombrosiano. Praticamente Fascista. Caro Etere, che cazzo mi sta succedendo?

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Aquatarkus II

di Hagi (22/10/2008 - 09:53)

Il 30 ottobre al Geronimo's ci sarà il concerto degli Aquatarkus '08. Ho già scritto un post sull'argomento, ragionando sul tempo musicale che ingabbia il tempo cronologico. Il Tao della circolarità contro l'inesorabile linearità del tempo Cristiano-Occidentale.
Oggi, quindi, tornerò sull'argomento parlandovi dei problemi che insorgono durante le prove di una scaletta complessa. Sono preoccupato, Etere mio. Temo per la buona riuscita del concerto, nonostante il Trio sia rodato da anni di musica insieme, e tecnicamente rotto al palco in tutte le sue declinazioni. Ho fiducia in Luca, che si è caricato sulle spalle un lavoro micidiale, possibile solo grazie all'incoscienza condivisa nei primi novanta, che ci ha fatto approcciare un repertorio impossibile in tempi in cui a malapena potevamo suonare i Pink Floyd. Ho fiducia in Giorgio, che saprà tenere il palco con la sua faccia tosta come poche. Ho fiducia in me, nel mio culo che da sempre mi accompagna nelle occasioni importanti della mia vita. Solo che - se non erro - sono più o meno le stesse parole usate da Baldoni prima della sua uccisione. In bocca al lupo....

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Hagi ha un lavoro

di Hagi (21/10/2008 - 13:34)

Caro Etere,
In questa bellissima ottobrata romana il sole splende alto nel cielo, sfidando le scie chimiche che gli incrociano davanti e scaldando la mia piazza mentre stacco per una pausa caffé, andando al bar di Via Bocca di Leone, dietro sia a P.zza di Spagna che alla mia nuova SEDE DI LAVORO! Ebbene si, caro etere, ho un part time in qualità di tecnico informatico, e lavoro tutti i giorni dal lunedi al venerdi dalle 9 alle 14. Non so dirti - caro etere - quanta gioia inesprimibile sento dentro: un po' non so farlo per il pudore di chi non osava aspirare a tanto, un po' per un altro pudore, quello di chi ha studiato un'intera vita per elevarsi, e si trova ad andare avanti nella vita grazie alle passioni coltivate da ragazzo. La mia laurea, caro Etere, serve solo a farmi chiamare "Dottor Mishra", ma non ad ottenere reddito più di quanto si possa cavar sangue da una rapa. Io guadagno grazie alle passioni della mia adolescenza, che sono musica e computers. Niente (o quasi) dalla scrittura. Niente dalle mie conoscenze storiche. Ninete dalle lingue. Tutto dalle mie passioni, che sono diventate denaro.

Caro etere, ma questa è una notizia bella o brutta?

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Pensieri Molesti

di Hagi (08/10/2008 - 10:46)

....Come odio i sensi di colpa indotti surrettiziamente....

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...Chi la fa l'aspetti...

di Hagi (16/09/2008 - 10:25)

Venerdi scorso cominciavano le feste a Corchiano, che sono finite domenica. Con la moto tra le gambe, ho pettinato l'asfalto della Flaminia disegnando curve e godendomi l'odore dell'umido della campagna, il ronfo del bicilindrico di Garuda e i colori dell'ultima coda di questa calda estate. Almeno fino all'incrocio con l'Hotel Aldero. Lì ho affiancato un signore con un'Agila, ampiamente dentro la mia corsia, il quale ha svoltato a sinistra senza mettere la freccia, prendendo in pieno il fianco Dx di Garuda e buttandomi per terra. Grazie ad una caduta intelligente e ad una buona dose di culo (non veniva nessuna macchina in senso opposto) me la sono cavata con una botta al pollice destro. Anche se praticamente ora sono momentaneamente monco, poiché ho perso l'opposizione della mano destra, sono contento di poter scrivere queste righe. Ma il bello - caro etere - deve ancora venire.
Siccome il signore, anzi, "signore"-colle virgolette- pretendeva di avere ragione, ho chiamato i Carabinieri per comporre la discussione. Quando sono arrivati, hanno bloccato il traffico per fare i rilievi, e hanno chiesto i documenti. Lì ho scoperto che il mio meccanico, al quale ho lasciato la moto prima della mia partenza per la Sardegna con la mia compagna, non mi ha né revisionato, né avvertito del fatto che la moto era da revisionare. Quindi l'incipit delle feste si è risolto con il libretto ritirato e un verbale di 184 euri, che proprio è quello che mi serviva. Ora sarò senza moto per almeno un mese, e mi muoverò con il Maggiolone e i mezzi pubblici.
P.s: del mio meccanico ho parlato bene durante una discussione non più tardi di giovedi scorso. Aveva ragione mia nonna: un bel tacer non fu mai scritto

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PFM@Nepi (25/8/2008) Praticanti, NON usate questo post come fonte!

di Hagi (01/09/2008 - 19:16)

Dà gusto mangiarsi una salsiccia allo stesso tavolo di Franco Mussida. Mi sono sempre ritenuto una specie di prigioniero politico. Cresciuto negli anni dell’edonismo reaganiano, ho sempre cercato conforto e protezione nel mondo freak, glam, psichedelico e “collettivo” degli anni settanta: questo mi ha portato a crescere con una distorsione spazio-temporale tale da allontanarmi dal mio “qui e ora”: dopo una breve militanza nella categoria dei “Madonnari” a dodici anni, mi sono definitamente paludato dietro alle copertine dei vinili di Genesis, Pink Floyd, Jethro Tull, Doors, Crosby, Stills& Nash e compagnia cantando. Lungi da me, quindi, tendenze suicide proto-Dark, devastazioni Punk eccetera.
Immaginavo – nella mia cameretta-ventre materno, fluttuando nel liquido amniotico di Meddle – tour esasperanti, su palchi scalcagnati di anonime cittadine della Bassa; secernevo fantasie fugaci a base di groupies un po’ smandrappate, e – alla fine – magnate su tavoli sociali, a base di pane, salsiccia e vino rosso. Il tutto mentre la mia coscienza vigile veniva minata da Save A Prayer e Through The Barricades.
Poi uno dice che non ha le idee chiare, e non sa bene dove collocarsi in questo mondo; sta di fatto che le fantasie le continuo a secernere (meno copiosamente, invecchiando la fantasia perde colpi, non so se mi spiego), ma la fortuna è venuta in mio soccorso per quanto riguarda le salsicciate. Almeno fino alla prossima analisi del sangue, che verrà fissata strategicamente dopo l’ennesima estate di sagre, quelle non me le leva nessuno. Comunque, io sono stato lì, al tavolo con Mussida, il quale mi ha fatto accomodare, con algida gentilezza, nei posti vuoti del tavolo riservato ai musicisti. Ho mangiato a testa bassa, facendo finta di avere solo una pallida idea di chi fosse (se avesse saputo che i suoi dischi avevano concorso a fare di me quello che sono, forse sarebbe stato contento; ma se glielo avessi detto, avrei dovuto parlare, esprimermi: e forse avrei rischiato di fargli cambiare mestiere).
Raccontava storie di Tournées, sorprendentemente simili alle mie; allora – ho pensato – anch’io sono riuscito a fare della mia vita un piccolo sogno.
Comunque, alla fine del mio pasto, mi sono alzato, ringraziando lui e la sua compagnia (una coppia sui 45 anni, a occhio e croce Radical Chic) per l’ospitalità. Hanno contraccambiato, ma nessuno di loro mi ha guardato in faccia. Mi è sorta addirittura l’idea che potessero essere imbarazzati dalla mia presenza: effettivamente si stavano raccontando cazzi loro di fronte a uno sconosciuto... Cmq, quanto ho ascoltato rimarrà vergato nella mia moleskine, e non sul web. Il minimo indispensabile per meritare il gesto di cortesia che mi è stato rivolto. Tanto (lo dico ai colleghi) non c’era nulla che facesse davvero notizia: magari un po’ di colore, quello si, ma poco altro.

Il concerto.

Chi scrive queste righe, non gode di vista aquilina. Quando ho sentito l’introduzione di Bocca di Rosa, mi è preso un colpo: “possibile che Flavio Premoli sia arrivato al punto di citarsi in modo tanto pedissequo?”
Non era Premoli. Trattavasi di un ragazzo (Gianluca Tagliavini, classe 1969, molto bravo: Specializzato in tastiere, si è destreggiato tra un paio di Korg MS2000, più altri strumenti Vintage). Cara grazia che ha suonato nota per nota le parti dei due dischi di De André e PFM del 1979: su Maria nella Bottega del Falegname e Un Giudice, chi si sarebbe azzardato a cambiare quegli assoli? L’ “effetto fotocopia” è stato straniante: tanta fedeltà agli arrangiamenti originali della band, infatti, non ha avuto un degno contraltare nella cura della poetica dei pezzi. Con De André non si scherza; o meglio, lo si può fare, ma in modo consapevole, profondo, voluto. Lo dico con tutto il rispetto che si deve (e che sinceramente provo) nei confronti di Di Cioccio. Non è agitandosi come un indemoniato su un palco che si tributa onore al cantautore che più di ogni altro ha saputo concentrare nella forma canzone la sapienza dei vecchi e la disperata curiosità dei giovani. De André avrebbe dovuto essere presente, sul palco. Le sue liriche sono state messe in secondo piano, maltrattate, alla stregua di testi di un Raf qualsiasi. Non c’è stata una preparazione “Letteraria” allo show; non è stata creata quella magia che io mi aspettavo di respirare. Un’operazione del genere è rischiosa proprio perché il rischio di mistificazione è molto alto. Posta la buona fede della band, un po’ più di cura nella preparazione della presentazione sarebbe stata auspicabile.

Altro discorso per quanto riguarda la seconda parte di concerto, aperta con la “Luna Nuova”. Sono Musiche che – per gli appassionati del genere – hanno mantenuto tutto il loro smalto, e, se possibile, ci hanno anche guadagnato.
Insomma, una trasferta a Nepi che alla fine ha scaturito molti pensieri, dei quali quanto scritto rimane solo la punta di un Iceberg.

Una punta che ti regalo, Etere

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Confuciate

di Hagi (20/08/2008 - 10:01)

...E così, alla fine, a forza di aspettare sulla sponda del fiume, la salma è passata. Ci sono cose difficili da spiegare, e il sesto senso è una di quelle: persone che - tra alti e bassi - frequenti per un bel po', che appaiono come docili a tutto il mondo, ma che tu SAI non esserlo, anche se non te ne hanno dato mai prova. Qualche "finestra", attraverso cui ne hai percepito la durezza, ma niente di più. Poi, di botto, realizzi che sei oggetto di astio, perché alla fine della fiera il tuo modo di essere, a loro, non è mai piaciuto. E quindi diventi antenna parafulmine, per rappresentare il male che LORO hanno dentro, e di cui hanno provato a farti sentire responsabile.
Tiro un sospiro di sollievo, prendo il machete e mi preparo a sfrondare i rami secchi, ma con la coscienza a posto.
....Buon vecchio Kung-Fu-Tzu.....

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Ferie

di Hagi (07/08/2008 - 10:13)

A futura memoria, segnalo la splendida settimanella (forse poco più) passata a Carloforte. Caro Etere, non di più non ti dirò. Se credi, prova a domandare alla mia Moleskine, che non è on-line......

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Invito alla mia festa. Valido per chiunque lo legga.

di Hagi (21/07/2008 - 11:54)

-Una festa molto particolare, dove saranno invitati tutti-

(Elio e Le Storie Tese)

Cari amici, cari compagni, cari camo o no, caricamo si o no......

Come ogni anno, puntuale come la proposta di Tremonti atta a vendere la Sardegna agli arabi (che cade d’estate, più o meno come il mio compleanno), eccomi qui, ad invitarvi alla mia festa che quest’anno si svolgerà in via del tutto eccezionale il

27 LUGLIO

(nonostante io sia nato il 28)

Presso il

FAENAS CAFE

Che si trova a Via Portuense 47 -Porta Portese (e non in via del tutto eccezionale, come qualcuno di voi avrà sicuramente ipotizzato, poiché io non frequento molta gente normale).

Per chi non avesse mai partecipato alle feste da me organizzate, sappiate che il numero è aperto: se volete portare il vostro portiere, perché avete sempre desiderato vederlo al di fuori del lavoro condominiale, una Festa di Hagi è quello che fa per voi. La logica è: “Più stàmo, meglio stàmo”. Le birre si pagheranno (quest’anno va così, coi soldi ci parto in vacanza con la mia compagna, non me ne vorrete), ma ci sarà un impianto, cui chi vorrà potrà attaccarsi per suonare. A causa del volume che dovrà essere un minimo controllato, non verranno fatti avvicinare al palco batteristi che non siano di provatissima estrazione jazzistica. Però porterò qualche bongo. Piccolo. Innocuo. Ci sarà un microfono, una tastiera e una chitarra. Il minimo sindacale per organizzare una piccola Jam Session, qualora vada a qualcuno di mettersi in mostra. A noi non dispiace.

Fatevi Vedere!

H.

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Steve Jobs, Steve Jobs Canaglia...

di Hagi (03/07/2008 - 13:17)

Nonostante il Buon Nik mi abbia fatto aprire gli occhi alle logiche di mercato, e nonostante probabilmente mi piegherò a tali logiche per ottenere l'iPhone, pubblico volentieri uno sfogo - scritto a caldo - sul prezzo dell'iPhone, che da 123 euro circa ha raggiunto i 499. Vero è che probabilmente mi è sfuggita la "chiave interpretativa" delle parole del patron della Apple, ma il sospetto che tale misunderstanding sia stato creato ad arte non mi abbandona, nonostante su CRAK! abbia pubblicato un articolo più "In Linea" con la chiave interpretativa di cui sopra. Buona lettura.

Tempo fa, sul blog di CRAK! (ora decisamente in deficit di mantenimento), pubblicammo QUESTO POST, in cui si sottoponeva ai lettori il quesito amletico: "Apple è di Destra o di Sinistra?" La presentazione dell'iPhone era ancora al di là da venire, e la questione sembrava difficile da dirimere, ma la sensazione di trovarsi di fronte a facile Veltronismo covava, eccome. Poi è avvenuta la conferenza di Jobs, in cui annunciava la messa in commercio dell’iPhone 3G a 199$ in tutto il mondo; incredibilmente, molti “applisti” non hanno avuto nemmeno un dubbio sulla veridicità delle sue parole: su di essi la mela esercita un fascino molto forte, quasi feticistico. Tecnicamente questo genere di prodotti appartiene ai “Beni di consumo emozionale”; con “emozionale” crediamo si faccia riferimento alla bavetta Homeriana che insorge mentre – per esempio - si scorre la ghiera dell’iPod, constatandone contemporaneamente l’incredibile precisione e la soavità della superficie. Insomma, parliamo di materia di aggancio per fregnoni, giustificabili (o quasi) in quanto esposti ad un mondo bislacco: quello dove vendono prodotti di ogni genere per nascondere l’alito cattivo, e contemporaneamente stressa con ritmi inumani, peggiorando quell’acidità di stomaco, causa prima dell’alito cattivo. Come è chiaro, in queste righe si parla di promesse non mantenute. Ora, dopo le elezioni, si avvicina anche l’11 luglio, giorno in cui uscirà l’iPod, in 70 paesi del mondo. Del prezzo di 199$ non c’è traccia da nessuna parte. Per carità, i motivi sono evidenti: l’equilibrio di mercato sopra tutto; Nokia si sta rilanciando, sarà bene dargli un po’ di tempo, onde evitare di mandare a casa tutti i suoi operai e altre – giuste – amenità. Il fatto è che molti avevano fatto la bocca all’iPhone, e moltissimi non potranno comprarlo a causa del prezzo alto (ricordiamo che Vodafone e TIM lo propongono a 499€ per l’8 giga e 569€ per il 16 per le tessere prepagate, mentre si può risparmiare sottoscrivendo abbonamenti, ma non si arriva mai ai 126 euro, propagandati a gran voce dal Patron della Apple in persona). Insomma, l’11 luglio si avvicina a grandi falcate, ma molti non lo aspettano più come prima. A meno di non avere un amico negli Stati Uniti – dove ci si aspetta un comportamento diverso da parte dei distributori. Lì le associazioni di consumatori contano qualcosa. Qui contano i cartelli.

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Sex and The City - La recensione di un Uomo

di Hagi (09/06/2008 - 16:35)

Pubblico - per fare numero - la recensione del FIlm sulle "ragazze" nelle sale in questi giorni scritto per www.crakweb.it Un maschio eterosessuale, nato dopo il 1970 e cresciuto in un ambito borghese medio-alto, che coltivi rapporti con le donne conosce le avventure di Charlotte, Carrie, Samantha e Miranda, quanto meno in via indiretta. Qualcuno è andato oltre, appassionandosi alla serie. Ora le vicende delle quattro amiche newyorkesi diventano una pellicola, stilosa, griffatissima e di una chiccheria da essere ai limiti del cattivo gusto. Attenzione, però: le scene di sesso (esplicite, ma non troppo, in piena filosofia della Serie), sono tutte ben girate e mai fine a sè stesse; sono certi cappelli o certe scarpe che indossano le protagoniste che urlano vendetta: d’altronde, tra 300 abiti indossati in due estenuanti ore e venticinque interminabili minuti, qualche caduta è ammissibile. La serie Sex and the City aveva degli spunti piuttosto interessanti: apparentemente vuoto, disperato nella ricerca di contenuti attraverso l’esame dei contenitori, ha mantenuto un livello di scrittura piuttosto elevato durante tutto l’arco della sua vita nei palinsesti. La “domanda del giorno”, perno della puntata e oggetto dell’articolo giornalistico che Carrie sviluppa in ogni episodio, era spesso interessante, e ben sviscerata dalle diverse psicologie delle quattro amiche, personaggi sfaccettati in declinazioni diverse, un perfetto banco di prova per qualsiasi concetto da stressare. Quattro voci diverse, fuse in un coro: una finestra sul mondo femminile, anche se un po’ stereotipata e portata alle estreme conseguenze. Comunque rimane illuminante su certe dinamiche tra uomo e donna: se le scarpe sono da 400 dollari oppure da 100 euro cambia poco: Elio ci ha scritto sopra una canzone, e se ridono tutti quando la sentono, un motivo dovrà pur esserci. Tecnicamente, il film ha il suo punto di forza nei costumi (opinabili per chi non è “fashion”, ma indubbiamente *tanti*) e nella fotografia: una New York sfavillante nei suoi interni ed esterni (“La quinta donna” la chiama l’autore, Darren Star), il Messico e Hollywood. Alla fine della fiera, è un’opera deludente: già dal lancio era evidente quale sarebbe stato il target della produzione: vestiti, scarpe, griffes, e apparenza. Narrativamente esiste una lettura funzionale a questo *nulla*, ma sinceramente non ci basta: non ci spingiamo oltre per non incorrere in anatemi di chi vuole andarlo a vedere al cinema. Insomma, come sipario di una serie che ha rivoluzionato la percezione dello stato di “Singletudine” femminile, che è stata resa icona del fashion, al punto di far organizzare a qualche scaltro Tour Operator degli “shopping guidati” negli stessi negozi frequentati dalle “ragazze”, ci si aspettava un acuto un po’ più fuori dalle righe. Certi situazionismi che in televisione vanno benissimo, al cinema risultano essere un po’ leggerini, mentre alcune sfaccettature nascoste nelle pieghe della recitazione, avrebbero potuto essere sfruttate di più: di fatto, è successo un po’ quello che già si era visto per i Simpson – il Film: ci si trova di fronte ad una puntata (nemmeno delle migliori) allungata e “pellicolizzata” ad arte. Nessuno si aspetti colpi di scena: un bambino che ascolta la fiaba di Cappuccetto Rosso l’ultima cosa che vuole è il colpo di scena. Ai bambini piacciono le cose entro le righe! Quindi se avete un’età mentale dai sei ai nove anni, Sex and the City è il film che fa per voi.

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Quando uno fa CRAK!

di Hagi (10/05/2008 - 12:57)

Cos’è CRAK?

Questa è la domanda che mi opprime, mentre stilo ipotetiche interviste on-line, preparo comunicati stampa per la festa, spulcio indirizzi di posta elettronica - selezionando quelli buoni, ideo volantini, invento slogans, ipotizzo set percussivi da usare in una esibizione live, trovo un Dark Side per personaggi Disney, e passo il mio tempo attaccato ad un cellulare (la cui carica è stata ottenuta autotassando gli altri sventurati componenti di questa avventura, bella come l’Inferno).

Poi mi chiedono:

-“Cos’è CRAK?”

-“Crak nasce da un’dea di sei amici” (...BlaBlaBla...)
-“....No, perché ci siamo resi conto che a Roma la gente c’è, le opportunità pure, ma manca una visione organica...” (...BlaBlaBla...)
-“...Allora, creare circuito può servire a far emergere ciò che è nascosto, e che potrebbe valorizzare ulteriormente la città...” (...BlaBlaBla...)

Intendiamoci, queste non sono le solite cazzate. O meglio, lo sono, ma noi (siamo in sei – praticamente otto) ci crediamo da morire.

Poi però esiste un principio di realtà. Ché uno sarebbe portato a pensare che non c’entri niente, con CRAK!, invece c’entra, eccome. Facciamo un punto, magari sommariamente:

Io ho 35 anni, ma a luglio ne farò Trentasei. Alla mia età, mio padre aveva già fatto mia sorella, e avrebbe fatto me dopo altri sei anni. Alle sue spalle, un viaggio esistenziale, culturale e spirituale prima ancora che lungo. Mio padre lasciò l’India, dannandosi per sempre – a dare retta all’ortodossia brahmanica di cui faceva parte – e andando incontro a tante incognite. In  mano aveva una lettera di Tucci, che era pur sempre un punto fermo. Conobbe mia madre, si sposarono e misero su famiglia. All’inizio era dura, ma con le lezioni private, l’Università e l’Ismeo (oggi Isiao), mamma e papà tiravano su lo stretto necessario per poter pagare un affitto e fare studiare me e mia sorella. Poi mio padre è mancato, vent’anni fa, e ha lasciato a mia madre una cospicua pensione, con cui continuare l’opera di svezzamento dei suoi figli. Studi, vestiti, persino qualche svago.

E io?

Io in mano ho una quantità di pezzi di carta che altro che la lettera di Tucci, e non mi sono mai allontanato dall’Italia. Praticamente il contrario. Se ci si pensa, è sensato: i disagi della generazione precedente dovrebbero essere colmati mediante il lavoro, creandone di nuovi. E infatti è successo proprio così. La mia generazione è percepita un po’ da tutti come formata da cocchi di mamma, un po’sallucchioni; i bamboccioni di Padoa Schioppa. Dicono che l’età media si è allungata, quindi è accaduto anche all’adolescenza. Oggi si può essere considerati adolescenti fino a venticinque anni. E non mi pare proprio sano. Specialmente se di anni se ne hanno dieci di più: a ‘sto punto lo svezzamento dovrebbe essere finito. Invece non lo è.

Sulla carta faccio quello che faceva mio padre, anche se in ambiti diversi: sputo sangue per farmi spazio nel mondo della comunicazione, partorisco iniziative e mi aggrego ad altre, e intanto mi sostengo con lezioni private e qualche sporadica serata. Solo che mio padre ci tirava su una famiglia, io sono costretto a ricorrere ai prestiti di mia madre, perché le banche non me li fanno.

Ecco cosa posso permettermi a trentacinque anni: vivo in una stanza a Portuense, dividendo le spese con altri due coinquilini, e pago due volte l’affitto dell’attico a Balduina in cui sono cresciuto. Per una stanza spendo mensilmente l’equivalente di ottocentomila lire. Ho rinunciato alla macchina per la moto, ma per la benzina spendo ugualmente l’equivalente di quarantamila delle vecchie lire ogni dieci giorni circa. Ai miei bastavano per un mese, e avevano una Ford Capri 1700. 1050 centimetri cubi in più di Garuda, il mio Transalpone.

Quindi? Cos’ho fatto fino ad oggi?
 
In ossequio all’importanza della carta, inculcataci a forza dai nostri genitori, ho fatto tutto: un Liceo Classico, anzi due; una laurea, corsi di lingua (francese e inglese), corsi di Informatica (Cobol, C, DL-1), corsi di Musica (chitarra classica, percussioni, batteria), corsi di project management; un lavoro presso una società informatica, poi un’altra, e poi un’altra ancora. Però non posso fare il concorso alla Provincia, perché nella tonnellata di cartaccia che ho accumulato, manca la Patente Europea del Computer: 10 anni di lavoro da programmatore non sono equiparati ad un certificato di "Accensione PC e salvataggio documeto Word".

Ho progettato uno dei primi flussi di Helpdesk italiani, nel 1995, e me ne sono andato schifato dalle prospettive che apriva. A tutt’oggi mi chiedo se abbia fatto una cazzata. Dopo 13 anni non ho più il mondo in mano, e il tempo a mia disposizione su questa terra si assottiglia sempre di più, anche se faccio finta di niente. Poi anni di musica (ho suonato nei matrimoni, gettando ai rovi tutti i sogni che facevo da piccolo sul palco, per poi riprenderli suonando sui palchi buoni); lezioni di percussioni, recensioni di dischi... Già, poi ho scritto sui giornali. Stanco dell’informatica e dei pesi delle percussioni sulle spalle ogni notte alle tre del mattino. Qualcuno mi ha detto che lo sapevo fare, e io ci ho voluto credere perché mi piaceva l’idea. Due giornali cartacei, più saltuarie collaborazioni elemosinate da amici meglio introdotti di me. Qualche racconto breve e due romanzi non finiti. Forse è stata proprio questa la madre di tutte le cazzate. Il voler mettermi a scrivere.

Ora – a 36 anni – mi guardo indietro, e tutto questo mi sembra nulla. Apro giornali di annunci lavorativi quotidianamente, per recuperare (o almeno provarci) un po’ di stima in me stesso. Non anelando ciò che sogno, ma cercando fonti di reddito che mi permettano di guadagnare almeno i miei anni di vita. Non è bello sentirsi trattati come ragazzini, quando non lo si è più. Non è bello avere una relazione sentimentale sospesa – come se fossi un adolescente – perché non posso mantenere me stesso, figuriamoci un’altra persona, o ancora peggio due o tre.
C’è scritto che il  posto per “quelli come me” è in quei Call Centers che io ho contribuito a tirare su, pentendomene amaramente. Sono diventato uno di quegli impiegati recalcitranti che ho manipolato durante la mia breve e fulgida carriera aziendale, sfruttato da altri per indurre chi non voleva ad essere sfruttato a sua volta. Un gioco volgare, a spirale, che ha distrutto un’intera generazione pacifica, forse anche per colpa mia. O forse esagero, chissà. Solo che io non ci sto.

D'accordo, il fabbro non lo so fare. Il macellaio non lo so fare. Il contabile non lo so fare. So suonare, ma ci sono ragazzini (incapaci, ma ai padroni questo non importa) che vanno a suonare nei locali per la metà di quello che prendo io. E la gente – dicono – è contenta lo stesso. So scrivere, ma pare che lo sappiano fare tutti, anche se poi quando sfoglio un quotidiano, o ascolto dei servizi dei TG, non mi sembrerebbe. Ci sono autori televisivi che hanno un cognome diverso dal mio che quando va bene non fanno un cazzo tutto il giorno, ma percepiscono reddito, e quando va male ci spappolano il cervello con tette, culi, veline e drag queens che cantano Nel Blu Dipinto di Blu di Modugno.

Quindi faccio CRAK!. Con tutto il mio essere.

CRAK! è la soglia del dolore, la zona d’ombra tra il subire e il contrattaccare.

Io sto qui, anche se nessuno pare vedermi; non sono ancora emigrato, e non ho intenzione di farlo. Faccio CRAK! perché avverto il bisogno di dire delle cose ma non ci riesco; le pensiamo in tanti, ma non le dice nessuno. Faccio CRAK! perché ho bisogno che qualcuno mi riconosca, anche se un certo tipo di società tende a negare la mia esistenza. La nostra esistenza.

CRAK! è il rumore della mia fiducia del mondo. CRAK! è il suono delle mie ossa.

CRAK! mi identifica come quello che sono. Per questo non mi da reddito. CRAK! è lo spazio che abbiamo dovuto creare per avere una voce.

Quando mi chiedono cosa faccio nella vita, io abbasso gli occhi, e dico:

-“Io faccio CRAK!

Da una vita.