La Mamma di Roth
...Della serie, a tutte le latitudini, le mamme non cambiano, ecco un post (n francese) sul blog di Le Monde: Lo trovate QUI.
F.O.D - Settima parte, (bella lunga - Godi Popolo...)
Continuava a guardare il cane, che non smetteva di fargli le feste. Ferri aveva le mascelle e i pugni serrati, Cermentini sorrideva, ma in modo diverso, beffardo, e con gli occhi seri loro malgrado. Aveva fatto la classica cazzata, di quelle che gli avevano impedito una carriera brillante in polizia. All’investigativa c’era entrato, e aveva avuto modo persino di mettersi in luce, grazie ad un intuito assolutamente inaspettato, a dar retta alla fisiognomica. Il suo problema era la distrazione. Dal tempo delle pagelle alle elementari, non aveva avuto tregua:
-Acuto, intelligente e volenteroso, non ottiene i risultati sperati a causa della sua distrazione-.
Aveva lasciato la polizia dopo il caso del maniaco degli ascensori; aveva seguìto una traccia flebile, invisibile e delirante per chiunque altro. Si ricordava di aver letto, quando era ragazzino, negli anni settanta, un fumetto porno, il cui protagonista violentava delle donne negli ascensori: dopo le sue malefatte, sentiva il bisogno di raccontarle ad una prostituta. Il fulcro di quel racconto (che Cermentini ricordava piuttosto bene) era un transfert con la madre, anche piuttosto ingenuo.
L’allora investigatore Cermentini aveva fatto appostamenti, fotografato centinaia di clienti, e dopo un confronto tra gli orari delle aggressioni, aveva identificato uno zingaro, che dopo ogni segnalazione, andava sempre dalla stessa ragazza sulla Tiburtina. Un caso che sembrava destinato a rimanere insoluto pareva avere un colpevole. Peccato che volle fare tutto da solo. Peccato che era imbranato. Peccato che – dopo l’arresto, portando il criminale (ancora senza nome) in caserma, aveva sbagliato strada, finendo – guarda il caso – proprio in un campo nomadi.
Dopo averlo bendato e gonfiato di botte, alcuni zingari coprirono la fuga dell’uomo, rimasto senza nome (non avendo fatto in tempo a compiere degli accertamenti); da allora, il maniaco degli ascensori sarebbe scomparso per sempre. Ma senza aver fatto un giorno di galera.
Alla fine della fiera il povero Cermentini si era trovato estromesso dall’investigativa, seduto dietro una scrivania e sottoposto ad un mobbing talmente feroce da essere costretto a dare le dimissioni.
-“Ascolti, io devo trovare quella ragazza. E’ di vitale importanza....”
-“Per chi?” Ferri si aspettava, più o meno, quelle stesse parole. Non aveva chiara la situazione, mentre Rocco sembrava ora molto più sulle sue, e cominciava a sottrarsi all’affetto un po’ leggero di quell’umano tanto buffo.
-“E’ quasi una settimana che manca da casa. La polizia la cerca, e io non so minimamente dove possa essere. Posto che – financo lo sapessi – non glielo direi mai.”
-“Lei non capisce....” farfugliò l’investigatore
–“E allora si spieghi meglio”- fu l’asciutta replica del vicino di casa di Valentina Itri.
Il buffo omino sembrò annuire:
-“Non adesso, e non qui. Ora devo assolutamente trovarla.”
Ferri non era affatto impressionato, ma neanche impaurito o preoccupato. In qualche modo, avvertiva che quell’uomo cercava Valentina come tutti. Cercava una persona che sembrava essersi volatilizzata, senza motivo.
-“il giorno dopo non l’ho vista, ma l’ho sentita scendere le scale per andare al lavoro”.
Ferri era appoggiato al vecchio lavabo di peperino, e aveva offerto una Stop all’ospite, che aveva declinato, preferendo le sue americane leggere. C’era odore di fumo stantìo, in quella casa. L’odore del celibato ineluttabile, quello da cui non si torna più indietro. Un po’ di cane, un po’ di sigarette senza filtro, e molto odore di chiuso. Poi, finalmente, era arrivata all’olfatto dei due la fragranza che accompagnava il fumo proveniente dal becco della caffettiera. Fu l’odore che permise agli occhi di Cermentini di liberarsi di quella patina malinconica che avevano preso, appena egli era entrato lì.
-“Quanto zucchero?”
Ferri aveva scosso il suo interlocutore da quella strana atarassia in cui era piombato, e lo aveva fatto apposta.
-“Grazie, lo prendo amaro. Scusi, sa, ma stavo pensando a come scoprire dove sia finita quella ragazza”.
-“Anzitutto, perché non mi dice chi la paga? Valentina ha avuto una vita perfettamente normale, prima di questa maledetta settimana... Chi potrebbe essere interessato a lei? non è ricca, non ha nemmeno più i genitori!”.
Ferri stava scoprendo un attaccamento forte a quella ragazza. Un’intimità che stava uscendo dall’ambito del fugace e del cordiale, per addentrarsi in un terreno molto più pernicioso. Si era reso conto che erano orfani tutti e due, e questo li rendeva un po’ fratellli. Era come se – attraverso Valentina – Ferri provasse ad uscire da quella solitudine che gli era rimasta appiccicata dalla morte dell’amata madre, molti anni prima. Un anélito di vita, uno scopo da raggiungere. Quant’è che gli mancava? Era ostaggio di questi pensieri, quando – quasi meccanicamente – si rivolse all’occhio privato:
-“Mi dica chi la manda, e perchè.”
Era nervoso. Aveva condotto quell’uomo a casa sua: un investigatore che cercava una ragazza scomparsa nel nulla per conto di una persona che non voleva uscire allo scoperto. Gli sembrava la trama di un giallo. Ma Ferri era un lettore accanito e compulsivo. Nulla lo stupiva davvero fino in fondo, e in quell’occasione non fece eccezione: Lui poteva diventare qualunque personaggio, vi si immedesimava a tal punto da poter cambiare sistema di riferimenti, acquistando quello di un Sam Spade , Philip Marlowe , di Maigret , o di Nicholai Hel . Non si stupiva più quando assaporava il sadismo sciatto dei nemici di Duca Lamberti con un certo compiacimento: Daniele Ferri non si stupiva più di nulla da tempo, ormai. Ma era assolutamente curioso: che fine aveva potuto fare la sua vicina? Perché la cercava la polizia da un lato e quel buffo ometto che aveva davanti dall’altro? Sentiva di avere un ruolo chiave, in quella vicenda, ma non riusciva a metterlo a fuoco.
“Non riesco davvero a capire chi possa avere interesse ad indagare sulla vita privata di Valentina. Non è certo tipo da nascondere qualcosa...”
Fu una risata sguaiata, intollerabile, ad interrompere le elucubrazioni di Ferri, che tornò a irrigidirsi.
-“Mi scusi, sa... E’ una risata isterica”. Cermentini si fece nuovamente serio, e di colpo; andava soggetto a dei cambi d’espressione tanto repentini da mettere in soggezione chiunque parlasse con lui: “Vede, dottore, così va la vita di città. Siamo tutti come galline in un pollaio, non sappiamo assolutamente nulla gli uni degli altri, ma passiamo la vita ad illuderci di conoscere il nostro prossimo. E invece non è così”.
Ferri non ci stava a farsi incalzare in quel modo, per di più in casa sua; con chi credeva di avere a che fare, quel tipo? Con un coglione? Assunse un’espressione odiosa. Sapeva essere davvero antipatico, e lo sapeva:
-“Adesso mi sembra davvero di essere nel salotto di Rispoli. Mi si mette a pontificare sulla società inurbata, adesso? Non sono per niente d’accordo. E’ una banalità bella e buona: solo sul mio pianerottolo si affacciano 4 appartamenti, contigui. Il fatto di potersi fare gli affari propri è una via di mezzo tra un luogo comune e una pia illusione! Glielo dico io!” Gli occhi di Ferri brillavano, vividi; era sempre stato bravo a mettere a posto le persone.
-“Allora, visto che non è d’accordo, mi racconti un po’” –
lo sfidò Cermentini estraendo un’altra sigaretta dal pacchetto dorato – “...dunque, mi parli un po’ del padre di Valentina Itri” -
E poi, avendo colto un moto di rabbia impotente in Ferri:
-“No, aspetti, facciamo così; mi dica solo come si chiama”
Ferri lo guardò, interrogativo e indispettito: -“Vuole dire come si chiamava...”
Cermentini sorrise:
-“Già, come si chiamava...”
Poi rimise la sigaretta nel pacchetto, senza distogliere mai lo sguardo dal padrone di casa.
-“Si segga”; prese il cellulare, doveva assicurarsi di non avere ricevuto telefonate, prima di metterlo in modalità silenziosa; poi si rivolse solennemente a Ferri:
-“Da qui parte una storia che non so dove mi porterà: è sicuro di volerci stare dentro? Me lo chieda, e io uscirò da quella porta, e le garantisco che non mi vedrà né sentirà mai più”.
Ferri lo guardava; non aveva la benché minima intenzione di ritirarsi, e si vedeva; Cermentini estrasse dalla tasca della camicia un pezzo di carta e lo mostrò all’interlocutore:
-“Rien ne va Plus, dottor Ferri!”
F.O.D - Sesta Parte (un assaggino)
-“Dottor Mancini, c’è una chiamata per lei”
Marco Mancini guardò l’infermiera. Attraverso la porzione di viso indovinabile fra la mascherina e il cappello, dardeggiò la ragazza con i suoi occhi belli e freddi come il ghiaccio d’Antartide: come le poteva venire in mente di chiamarlo al telefono mentre era completamente sterilizzato?
-“E’ il signor Cermentini” disse la bella ragazza, sostenendo a fatica il peso severo di quello sguardo.
Luca Cermentini era un investigatore privato. In clinica sapevano tutti che quando cercava Mancini aveva la precedenza su tutto, ma nessuno sapeva perché.
-“Dice che è importante”, continuò l’infermiera mentre la paziente era già intubata. “Lo faccio richiamare?” il rumore del respiro amplificato dalla mascherina. Un desiderio egoista, pulsante e non trattenibile; poi una distensione deontologica, il rifugio nella professione, una recuperata dignità: “Si, infermiera, lo faccia richiamare più tardi, per cortesia. Ora sto operando”. L’anestesista fece un cenno al dottore, ma lo dovette ripetere, per farsi notare. Mancini – ed era strano, poiché non capitava mai – sembrava distratto.
Ferri non aveva parlato con la polizia; l’avevano cercato, una sera, ma lui era rimasto in silenzio, immobile sul divano. Dopo un paio di tentativi gli agenti (che aveva spiato dagli scuri mentre erano giù, al portoncino) avevano smesso di suonare al citofono.
Era stato agganciato, invece, mentre portava giù Rocco. Una faccia di quelle che danno sempre l’impressione di essere conosciute. Era un ometto cordiale, con il viso simpatico, tondo e paffutello, ornato da un paio di baffi. Poteva avere una sessantina d’anni portati bene, oppure quaranta portati male. Il loden grigio era aperto, e un gilet rosso a V copriva il petto di una camicia di taglio e motivo antichi; sulla pancia tondeggiante si adagiavano dei vecchi occhiali bifocali, appesi ad una catenina d’osso. Il cappello gli copriva la testa, ma sotto si indovinava una calvizie avanzata.
-“Che bel cagnone! E’ un terranova, vero? Ciao, bello, come ti chiami, eh? Come ti chiami?”
-“Si chiama Rocco” Ferri rispose – come faceva sempre – con disponibilità. Gli amanti degli animali sono una tribù trasversale, che non conosce distinzioni di sesso, età, orientamento politico e religione. E in omaggio all’entusiasmo dell’ignoto interlocutore: -“La zampa, Rocco! Da’ la zampa!” Il cane obbedì con entusiasmo: a Rocco piaceva fare nuove amicizie, e Il dottor Ferri lo sapeva bene. E poi gli sembrava di averlo davvero visto, da qualche parte, chissà dove.
–“Ci conosciamo? “ chiese Ferri mentre l’uomo sembrava avere tutta l’attenzione concentrata sul cane, che accarezzava sul muso apparentemente incurante della bava che gli lucidava la mano;
-“Non credo; comunque” – disse tendendogli la mano - “Luca Cermentini, molto lieto”.
Raccontò che faceva il commercialista e che cercava un appartamento per mettere su uno studio. Ferri non era affatto ciarliero per indole, ma c’era qualcosa nel modo di fare di quell’uomo che lo spingeva a parlare senza freni: aveva – proprio lui! – spettegolato di tutti gli abitanti del suo stabile; si era del tutto convinto dell’impossibilità di trovare un posto adatto alle esigenze di quell'ometto, nel suo palazzo.
–“Eppure mi servirebbe solo un posto tranquillo... Una stanza in una casa con una persona sola...”
- “Vicino a lei, per esempio, ha detto che abita una ragazza.. Ma vive da sola?”
-
- “Come ha detto che si chiama quella ragazza? Valentina?”
Ferri si irrigidì. Scrutò l’uomo che ancora giocava col suo cane (non aveva mai smesso, parlava non guardando mai Ferri in faccia):
-“Io non le ho riferito nessun nome. Chi è, e cosa vuole?”
F.O.D - Quinta Parte
Portava persino il cognome della madre. Quel padre lontano, incidentale, non aveva lasciato neanche traccia in anagrafe. Come mai, proprio in quei giorni, il pensiero di quella figura lontana la stava assalendo, ad intervalli sempre più regolari? A distanza di vent’anni dalla sua scomparsa, era scattato qualcosa, come un meccanismo di sblocco, che aveva cominciato a farle elaborare la perdita, o meglio la mancata appartenenza. Valentina provava a ricostruire le sue giornate, ma non riusciva a trovare il filo in quella successione senza senso di visioni che le affollavano la testa. Il vicino col cane. Il panorama della vetrata sull’Aventino. L’odore di acqua di colonia. E poi quella luce verde, di ospedale da film dell’orrore anni settanta.
Si trattava di brandelli scomposti di una visione delirante, di cui Valentina Itri avvertiva l’esistenza di un unico filo conduttore, che cercava con ostinazione.
– “Tutto questo non ha senso” pensava ad alta voce. Ma quanta fatica le costava? “TU...TTO QUESSSTO..... N’N’ SENSH...” fu il suono che avvertì nelle proprie orecchie, contemporaneamente ad uno sforzo disumano delle corde vocali. Dove si trovava? Le era sembrato di stare in macchina, e poi alla sua postazione. Ora, tutto quello che vedeva, era una patina opaca di fronte ai suoi occhi. Occhi serrati da palpebre pesantissime. “tutto questo... non....ha....”
– “dieci, nove, otto, sette, sei, cinque.....”
Filtrava del verde, da sotto quella pellicola fastidiosissima che sentiva sugli occhi, insieme a una luce ronzante e violenta, che sembrava investirla in piena faccia. E il caldo opprimente che aveva realizzato di avere, si stava trasformando in un freddo febbricitante, scomposto.
- “quattro, tre, due, uno....”
E la sveglia suonò. E continuò a suonare.
Daniele Ferri allungò un braccio cercando la sveglia, e la spense con grazia, come sempre. Di là, il cane non sembrava averla sentita: Rocco aveva sempre russato, e lo continuava a fare. A dieci mesi, ricordava il dottor Ferri, era stato costretto a metterlo a dormire nella vecchia stanza della madre, che era diventata una stanza degli ospiti dopo la morte di quest’ultima, sul finire degli anni ottanta. Siccome Ferri di ospiti non ne aveva mai, era stato il cane a prendere possesso della camera, più grande di quella del padrone ma in stato di semiabbandono.
Dall’altra parte della casa, Ferri aveva tenuto la camera di quando era stato ragazzo, opposta a quella del cane e attigua a quella di Valentina. Gli piaceva sentire i ruomori della ragazza, c’era tra di loro una specie di intimità, difficile da spiegare: lei era arrivata sul suo pianerottolo che era bambina, mentre lui era un ragazzo di belle speranze che viveva con la madre vedova. Allora fu la sorte a mettere accanto il dottor Ferri e Valentina: lei era andata ad occupare proprio la stanza attigua a quella del vicino. Da allora, però, si era creata una curiosa forma di simbiosi tra i due: una specie di “Patto Silente”, fatto di sorrisi a mezza bocca o sguardi d’intesa, quando lui la sentiva rincasare la mattina, oppure fare sesso adolescenziale negli interminabili pomeriggi d’agosto, con i genitori fuori e lei a Roma, per riparare latino a settembre. Lui, d’altra parte, sapeva che Valentina lo aspettava alla finestra, mentre lui tornava dalla passeggiata col cane. Era un’abitudine.
Anni di silenziose complicità. E ora tutto sembrava essere finito, da un giorno all’altro. Dall’altra parte della casa, Rocco sbuffò, mugugnò, latrò, si alzò, sbadigliò, si rigirò, e ripiombò nel sonno. Daniele Ferri, il dottore, si scosse da quello strano torpore, si alzò dal letto, mise su il caffé guardò il calendario del frate indovino che aveva dietro la porta della cucina. Fece qualche calcolo a mente, e ricostruì.
Dall’ultima mattina che aveva visto Valentina andare al Lavoro, erano passati cinque giorni. Cinque giorni in cui il telefono della vicina aveva squillato senza sosta nelle ore d’ufficio, cinque giorni di visite di ragazzi con facce preoccupate che si attaccavano al citofono, senza risposta. Si era sorpreso più volte a cercare di annusare un odore di morte, senza percepirlo mai. Era finito addirittura ad attaccare l’orecchio alla parete della sua stanza, per cercare di avvertire qualche movimento nella casa: niente, non c’era nessuno.
F.O.D: l'Immeritata Quarta Parte
Dopo la colazione, Valentina si era bloccata davanti allo specchio. Ed erano le sette e mezza. Sicuramente Alba la stava aspettando di sotto. Diede un ultimo sguardo alla casa, cercò a tentoni le chiavi di casa nel magma della sua borsa, le trovò, e si tirò dietro la porta. Poi riaprì, prese il cellulare sopra il tavolo della cucina, sorprendendosi di trovare una chiamata non risposta da un numero Vodafone, lo buttò nel magma e scese le scale. Salutò Alba mentre decideva se richiamarlo, oppure (strada più spionistica), cercare sul computer in ufficio a chi corrispondesse.
- “Ci fermiamo a prendere un caffé, che è presto?”
Alba era allegra e ridanciana, quella mattina. Valentina declinò, presa da pensieri inspiegabilmente sproporzionati per una semplice chiamata persa. Si sentiva irritata dal non essere mai riuscita a ricostruire i lineamenti del padre. Ne ricordava bene l’odore, e le mani belle, rassicuranti e sempre ben curate. Doveva essere alto, ma non poteva saperlo, poiché nel 1976, anno in cui l’aveva perso di vista per sempre, lei aveva solo tre anni. E quando sei piccolo, ti sembrano tutti alti.
La madre di Valentina era stata una bella donna, dalle movenze e dai modi vagamente aristocratici, pur non appartenendo ad una famiglia di alto lignaggio. Aveva una voce tagliente, e uno sguardo severo che sembrava sempre giocare d’anticipo sui pensieri degli interlocutori. Non si era mai risposata, dedicando il resto della sua esistenza all’educazione dell’unica figlia, continuando a lavorare e riuscendo a non delegare mai a terze persone l’allevamento di Valentina. Il risultato fu che la bimba crebbe passando molto tempo da sola, maturando il grande senso di responsabilità che ne avrebbe decretato la grande affidabilità sul lavoro. Era stata portata via da un tumore due anni prima, dopo un’agonia breve e dignitosa. Nemmeno sul letto di morte Valentina aveva potuto sapere qualcosa in più del suo passato, qualcosa che andasse al di là del sapere che era nata da una passione fugace tra lei e un uomo, che poi sarebbe scappato via, senza lasciare traccia. L’ombra di rancore avrebbe velato gli occhi della signora Itri fino a chiuderglieli per sempre.
Valentina provò a richiamare il numero trovato tra le chiamate perse. Le era sembrato che la strada spionistica dovesse essere battuta solo in casi eccezionali. Alba guidava, con l’auricolare piantato nell’orecchio, mentre Valentina ascoltava il segnale di libero, guardando l’orologio ovale della Ka della collega. Le otto e un quarto, niente traffico e il parcheggio della grande azienda ormai in vista. Fu una sensazione di Déja Vu: una voce calda, impostata e matura le aveva mandato in fiamme il petto, e, allo stesso tempo, la ragazza sentiva le tempie gelarsi. Una voce che aveva qualcosa di ancestrale, quello era sicuro. Si sforzava, Valentina, a tenere a bada un pensiero pulsante, che si insinuava con forza nella sua mente, divenendo speranza, convinzione e infine certezza. Usava tutta la sua forza di volontà per non dire quella parola. Per non rispondere con un “Anche tu” a quella frase semplice e affettuosa, che sentiva circolarle nel corpo, insieme al suo sangue. Quel sangue, lo stesso.
Aveva un nodo in gola, Valentina. Le faceva male deglutire, e cominciava a sentire le guance bagnate, mentre il suo respiro veniva scosso da singulti, nascosti – ma non troppo – dalla monotonia di Isoradio e dalla voce di Alba, a sua volta impegnata in una telefonata, che Valentina non aveva sentito arrivare.
-“Pronto.... C’è ancora... Qualcuno.... Pronto?...”
A questo punto, Valentina ruppe in un pianto disperato: sbatteva i pugni sul cruscotto, agitava la testa, come a cacciare via residui di suono incidentalmente rimasti attaccati alle orecchie. Poi, dopo un bel po’, si guardò intorno: erano arrivati già da un po’ al parcheggio, e la macchina era stata circondata da colleghi, che la guardavano, senza dire nulla. Alba – che aveva attaccato chissà da quanto – la guardava con un sorriso che riusciva ad essere di rivalsa, compatimento, complicità e divertimento tutto insieme. Un’istintiva occhiata al display del cellulare, con una chiamata ancora attiva. Marco Mancini. Buio.
F.O.D - Terza Parte
-“Panorama di cosa?”Alba lo chiedeva distrattamente, per una curiosa forma di educazione che Valentina non capiva: Ogni suo interesse era svanito, una volta capito che non c’erano soggetti umani nella foto.
-“Ma niente, una vecchia foto di casa dei miei...”
-“Madonna, quant’è tardi! Speriamo che Paolo ci copra il turno... Un’altra cazziata proprio non la reggerei!”
Aveva già cambiato discorso! E di cazziate Alba ne faceva collezione. Per questo si era attaccata a Valentina come una sanguisuga: per cercare di sfruttarne la precisione, per provare a stare nella scia della sua buona fama. Ma non era servito. Per quanto Valentina l’avesse accolta sotto la sua ala, e avesse finto d’ignorare quanto di meschino c’era in quell’atteggiamento, i diversi rendimenti tra le due impiegate al Call Center rimanevano spietatemente fissati nelle statistiche di risposta, nel giudizio dei clienti della multinazionale (che amavano tanto Valentina quanto odiavano Alba) e nelle buste paga, ovviamente a cottimo. Valentina lavorava meglio e di più. Ma non le importava. E forse era proprio per questo che era superiore a tanti suoi colleghi, lì dentro. Era lì da sei mesi, mentre Alba lavorava in quel posto da quasi due anni, ed era già in odore di promozione.
-“Non preoccuparti, è colpa mia, non ho sentito la sveglia... Ci parlo io col Sensei”
Antonio era il capoufficio, un uomo di una quarantina d’anni, grosso e bonario, ma con un’incredibile attenzione sul lavoro (incredibile per il posto in cui prestava la sua opera), alimentata da un senso del dovere talmente urgente da valergli quel soprannome di sapore nipponico. Arrivarono dopo aver percorso la tangenziale sulla corsia d’emergenza a centoventi alle otto e cinque. Paolo Lanzetti, un collega che pareva uscire direttamente dalle barzellette della Settimana Enigmistica salutò con un sorriso. Come sempre avrebbe potuto essere sincero, sarcastico, arrabbiato o di circostanza: nessuno aveva mai provato ad indagarla, quella smorfia. Il classico disinteresse travestito da buona creanza. Cinque minuti, in un Call Center, non sono pochi. Assomigliano alla vecchia cella di rigore del servizio militare: giorni da scontare dopo la giusta scadenza, frustrazione sommata a frustrazione. Il Lanzetti non dava segni di riprovazione:
- “Meno male!” il pensiero di Alba; “Ma con chi vive, questo poveretto?” quello di Valentina. Fu con queste parole ronzanti nella testa che quest’ultima si fece vicino al roseo e paffuto compagno di lavoro:
- “Scusa, Paolo, colpa mia! Alba è stata puntuale, ma mi sono attardata, ho dormito molto male e...”
- “Hai fatto colazione?” fu la cortese risposta di Paolo;
- “Veramente non ancora”
- “Che cosa vuoi che ti porti?”
Con il primo vero sorriso della sua orribile mattinata, Valentina lo guardò con occhi stellati di gratitudine, e gli chiese un cappuccino, un cornetto e un caffé, pretendendo che Paolo accettasse cinque euro, dai quali non avrebbe accettato mai nessun resto.
Nel frattempo Alba aveva preso posto con tutta la poca discrezione di cui era capace, e sperava invano di essere sfuggita all’occhio vigile del Sensei, il quale, però, decise di graziarla. Sarebbe stata una giornata piuttosto moscia, al lavoro, e le 14 sembravano non arrivare mai.
- “Buonasera, sono Valentina, come posso aiutarla?”
- “Buonasera, Valentina. Ho effettuato una ricarica al cellulare ormai tre sere fa, e ancora non mi risulta. Può fare una verifica?”
- “Certo, un istante che controllo...”
Il tono di quella voce la avvolse. Aveva un ché di familiare, e si sentì tornare piccola, mentre nel software trovava l’intestazione di quel numero dal quale era partita la richiesta. Come sempre, quando sentiva una voce cordiale dall’altro lato del telefono, ingannava il silenzio con delle frasi di circostanza, ma in quel frangente, cosa rara, cadevano nel vuoto.
- “...Mi sei mancata...”
- “Come, prego?” rispose Valentina distrattamente, mentre il sistema le faceva attendere più del necessario
“Pronto?”
In quel momento il software restituì il risultato della ricerca del titolare di quel numero di telefono.
F.O.D - Seconda Parte
Come tutte le mattine la sveglia suonò alle 7 in punto. Alle 7 e un quarto la Valentina riflessa nell’ampio specchio del suo bagno si massaggiava con la crema il contorno occhi, sbarrandoli di tanto in tanto, come per abituarli alla luce del nuovo giorno. Fu mentre meditava su quanto correttore avrebbe dovuto mettersi per nascondere le occhiaie che le venne in mente l’incubo della notte prima. No, non incubo, era stato un sogno. Si ricordava nitidamente di aver sognato la sua vecchia casa dell’Aventino, e riassaporò il calore regalatole dal panorama della vetrata del soggiorno. Chiese, campanili e palazzi dipinti nell’acquarello azzurro del cielo romano. Sorrideva socchiudendo gli occhi mentre realizzava di aver ricostruito fedelmente la fragranza dei Bucaneve nell’Ovomaltina a colazione. Poi sorrise in modo diverso, ricordando l’odore del papà, la sua acqua di colonia.
-“Papà...”
Alle 7 e mezza cercò il telefonino per accenderlo. Lo trovò al termine di una breve e forsennata ricerca (cominciava ad essere tardi) sul frigo della cucina. Acceso, con la rubrica aperta. Si sentì mancare le gambe, e si precipitò nel lavandino: la sua tazza e il pentolino di acciaio con un fondo molliccio di passiflora erano lì dentro. Sentì freddo fin dentro le ossa, e con un tremore sempre più forte si voltò verso l’uscio di casa. La busta era lì.
Non c’era mittente, né destinatario, non era imbottita. Una busta del tutto anonima, chiusa ermeticamente. Dentro, probabilmente, una fotografia, o una cartolina: insomma, qualcosa di più consistente di una carta da lettere, ma non di molto. Valentina cominciava a tessere i ricordi della sera prima, ma trovava difficoltà nel discernere il sogno dalla realtà: i due piani si intersecavano in modo tanto intimo da non darle nessun riferimento. L’odore della colonia, per esempio, le sembrava reale quanto il fruscio sotto la sua porta. Inoltre non riusciva a ricordare quando e come si fosse coricata, e questo la faceva impazzire.
Se ne stava lì, come in trance, con la busta ancora da aprire in mano quando venne riportata alla realtà bruscamente dal cellulare e dal citofono che squillarono quasi all’unisono, facendola trasalire. Gettò un’occhiata all’orologio, e realizzò di essere ancora in camicia da notte alle otto meno un quarto. Lasciò squillare il telefonino, mentre correva al citofono per avvertire Alba che stava scendendo. Poi si infilò dei jeans e una camicetta che non le era mai piaciuta, si assicurò che le chiavi della macchina e di casa fossero dentro la borsa, e si precipitò lungo le scale, senza aver fatto colazione. Era nevrastenica. Alle 8 meno dieci guardava la strada serpeggiare davanti a sé, mentre le chiacchiere di Alba le trapassavano la testa, entrando dall’orecchio sinistro per uscire da quello destro. Ad un certo punto, ebbe un sussulto: ricordò il cellulare sul tavolo della cucina: l’aveva dimenticato lì, cazzo! Strinse qualcosa nella sua mano destra, accartocciandola. Aveva ancora la busta, se l’era dimenticata. Alba parlava di una tresca della sera prima, sciorinava dei nomi che non le dicevano nulla, e sembrava carica di una vitalità che a Valentina sembrava il colpo di coda dell’animale ferito a morte.
Aprì la busta con inspiegabile noncuranza, e ne estrasse una fotografia.
-“Che cos’è? ” la voce di Alba non le era mai sembrata così stridula.
-“Guardo e ti dico... Una foto... Un panorama...”
Stava sognando ancora, non c’era dubbio. Una vista della vetrata dell’Aventino, espressa nei colori irreali e un po’ sbiaditi della vecchia carta kodak; era incorniciata da un bordo bianco, sul bordo del quale una scritta rosso sbiadito recitava: “jun 77”.
F.O.D - Parte prima.
Le palpitazioni erano tanto forti da ottunderle l’udito. Da quant’è che stava seduta a squadra sul suo letto? Aveva acceso la luce seguendo un riflesso incondizionato, e ora valutava la sua stanza, come a cercare qualcuno. La luce dell’abat jour era calda ma fioca, quindi non riusciva a vincere l’oscurità degli angoli più lontani dell’ampia camera da letto. Mano a mano che il tempo passava, le palpitazioni rallentavano, lasciando il posto prima ad un confuso ronzio, poi ai mille rumori del silenzio: il ticchettìo della sveglia, il russare del frigo dalla cucina, il passaggio di qualche macchina, giù in strada a fare da contrappunto al calpestìo dei passi del vicino di casa, di ritorno dalla consueta passeggiata notturna con il cane. - “Le 2 e un quarto” Guardò la sveglia, e sorrise compiaciuta per aver indovinato l’ora. Fin troppo facile, vista la metodicità dell’inquilino che viveva sul suo pianerottolo insieme a Rocco, un terranova grosso come un orso e fesso come adolescente innamorato. Di dormire, ormai, non se ne parlava neanche. Cercava di ricostruire il sogno che l’aveva fatta sobbalzare, ma non ci riusciva. Brandelli, ricordi di un passato lontano, infantile. Residui di una gioia che mille volte aveva cercato di imprigionare in una qualche ricorsività, non riuscendoci mai. Si alzò in piedi e prese il corridoio. La cucina la salutò con il click del frigo che si spegne. Mise il pentolino dell’acqua sul fuoco, una tazza sul tavolo e prese il barattolo delle tisane dalla credenza. Passiflora. L’orologio della cucina segnava le due e mezza, ma andava 5 minuti avanti. Resistette all’impulso di accendere la televisione, e si sedette, con il mento tra i due palmi, con gli occhi chiusi. Sapore di mattino, odore di colazione anni settanta, e dell’acqua di colonia del padre. 4711. Il soffiare dell’acqua che bolle nel minuscolo pentolino d’acciaio la scosse da quello stato di torpore. Preparò l’infuso, lo versò nella capiente tazza arancione e – tenendo quest’ultima tra le mani -guadagnò la finestra. Guardò con attenzione la sua immagine flebile nel vetro nero, e vi si soffermò, soffiando nella tazza. Poi posò lo sguardo oltre il vetro, su Rocco e il dottor Ferri. Le sembrò di accompagnarli attraverso il portone. Le luci gialle dei lampioni avevano un alone di umidità che conferiva loro una specie di aureola, e il respiro di una figura che aveva seguìto cane e padrone attraverso il portone si condensava in nuvolette dense. -“E’ arrivato l’inverno. Era ora". Aveva parlato da sola, assaporando il suono della sua voce roca, ed era stata la prima volta che l’aveva fatto da ché si era alzata, nonostante il chiasso dei suoi pensieri. Nel frattempo il vicino aveva chiamato l’ascensore, e si accingeva a prenderlo per tornare a casa. Valentina prese il telefonino, scorrendo l’agenda. Si sentiva sola. Passato il panico, le rimaneva addosso una patina di malinconia. Cercava – senza trovarlo – un numero cui poter confidare qualcosa di inutile, come un incubo che l’aveva fatta sobbalzare, per trovare comprensione e calore, invece di compassione o appetito sessuale. Il clangore della porta dell’ascensore la fece trasalire: era stato forte, sgraziato. Non era Ferri. Risentì le tempie gonfiarsi, mentre un fruscio da sotto la sua porta di casa accompagnava l’apparire di una busta gialla. Istintivamente guardò l’orologio: le tre meno un quarto. I passi che si allontanano, il portone che si chiude. La corsa alla finestra, per vedere la stessa figura che aveva seguito dirimpettaio e cane alzare la testa , proprio nella sua direzione. Un attimo, poi la accompagna con gli occhi mentre scompare dietro l’angolo con passo affrettato.
Ecco a voi "Cosa pensa un musicista quando suona?"- Parte I
La sensibilità musicale è quell'istinto che permette a una persona di cogliere la bontà della musica a prescindere dell'attenzione che gli dedica mentre la sta ascoltando. Una volta, al liceo, feci questa cosa. Sotto elezioni studentesche (prese da tutti molto seriamente, come tradizione del Mamiani) disegnai un tazebao, sul solito retro di manifesto politico - in splendida e candida carta lucida - e pennarelli per lavagne azzottati da qualche ragazzino nello studio del padre. Il Manifesto si chiamava "La sacra Lista Di Hokuto", e i partecipanti erano Yuza delle Nuvole, Fudo della Motagna e Wayne del vento (listone "Forze di Nanto"), Rei "Uccello D'Acqua" di Nanto, Toki, e Raul (con annesso Re Nero). Il motto era qualcosa come "Basta con i soliti candidati! vogliamo dei rappresentanti in grado di farsi ascoltare!" Io, ad esempio, avrei votato Yuza delle nuvole perché secondo me era il più gaggio di tutti. L'effetto era gradevole. Pensai un'impaginazione efficace per gli scarsi mezzi, ma devo dire che faceva la sua porca figura. Non potevi non notarlo. Lo appesi nella bacheca sulla prima rampa di scale di destra, dal lato di Artemio, per intenderci, e me ne andai tronfio d'orgoglio. Non l'avevo firmato, quindi in pochi avrebbero saputo con certezza che l'avevo fatto io. Ed erano quelli che volevo. Lo videro tutti; in molti si fecero grasse risate, in molti si chiedevano che cazzo volesse dire. Nessuno gli diede un gran peso, tranne un mio amico, mente ritenuta politicamente fina . Mi prese da parte, tutto serio. Mi disse che aveva letto il mio tazebao, l'aveva analizzato, e aveva concluso che, al di là degli ovvii intenti gogliardici, aveva degli spunti d'osservazione molto interessanti. Io gli risposi che se erano quelli che coglievo anch'io non potevano essere oggetto di un'analisi politica. Non ne abbiamo più parlato.






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