At Swim Two Birds@Traffic
Fino a poco tempo fa, Roger Quigley non lo conoscevo. Ed ero in ottima compagnia, come spesso accade. Attivo nei 90’ con Mark Tranmer nel progetto “Montgolfier Brothers”e poi con alcune opere da solista, è sorto ad una terza vita artistica nel 2003, con l’uscita di “Quigley’s Point”, a nome di At Swim Two Birds. Il gioco di specchi proposto è divertente: l’artista figura come titolo dell’opera, mentre il suo nome è mimetizzato dalla citazione di una novella di Brian O’ Nolan, a sua volta pubblicata dall’autore sotto lo pseudonimo di Flann O’ Brian. Un giro completo, insomma, a testimonianza della voglia di dare tutte le informazioni, ma farlo in modo allusivo, anticonvenzionale.
Quigley ritorna sulla scena del crimine per godersi le reazioni della folla, come fanno molti assassini seriali; riprende da dove aveva lasciato. Effettivamente, per lo meno in certe tracce, il vuoto esistenziale evocato da questo lavoro è sconcertante: non è un disco facile, richiede una preparazione specifica, a base di Tim Buckley o Morissey, non disdegnando certi Tindersticks, intesi come “idea della malinconia”. Pur molto minimale a livello arrangiativo, il disco è perfettamente compiuto, e suona molto bene. Anche se molto “tentacolare” a livello di gamme emozionali (si va dalla desolazione di In Bed With Your Best Friend al fingerpicking paranoide di My Luck is Turning, passando attraverso scenari di autentica psichedelia ansiogena: The Smell Of Suntan Oil On Your Skin, ad esempio), riesce a mantenere una grande coerenza formale, senza risultare mai piatto. Il disco merita, l’autore anche: speriamo di vederlo presto in concerto.
Così scrivevamo in occasione dell’uscita di “Returnig to the Scene Of The Crime”. E alla fine il concerto è arrivato. La tappa romana è stata ospitata dal Traffic di via Vacuna il 21 gennaio. Un lunedi londinese, con pioggerellina intermittente, foschia straniante, live music indipendente e birra media in Happy Hour. Non tanta gente, per lo più assiepata vicino al biliardino (prima dell’inizio del concerto del gruppo spalla, giù al piano di sotto), e della birra in Happy Hour. Insomma, grande serenità, fino alle prime note degli En Plein Air: palco zeppo di gente (due chitarristi, un bassista, un batterista, un tastierista e una violinista), e tre cadenze interpretate per una cinquantina di minuti. Non cantano, per cui l’atmosfera psichedelica è triplicata, grazie a distorsioni, filtri e Cut Off: musica un po’ ripetitiva, con – appunto – due o tre idee forti di base, dilatate e compresse a seconda del momento. Insomma, un tipico esempio di Idie rock Psycho Noiz ben riuscito. L’Ep che vendevano a soli 5 euri era datato 2006. Ora vediamo cosa ci riserveranno questi ragazzi.
Dopo un veloce cambio palco, si entra in minimalismo: sono in tre (presentati da Roger Quigley): Lui stesso, la bella Sophia Lockwood (Violoncello) e il Laptop, un Macbook Pro della generazione precedente, privo persino di una scheda audio esterna; il segnale delle basi esce minijack!
Lui è simpatico, e la Lockwood gli regge il gioco: se la prendono comoda, giocano con il pubblico di 35 persone sulla dilatazione del tempo (si rollano due sigarette – a proposito, ai concerti al Traffic si fuma! – sorbiscono un sorso di birra con calma olimpica), infine attaccano In Bed With Your Best Friend, apertura dell’ultimo lavoro. Ha una voce calda e melodiosa, e una pronuncia chiara nonostante le linee melodiche si prestino ad un biscichìo continuo. Il Mac manda basi, mentre sullo schermo alle spalle del duo vengono proiettate le immagini di “The London Nobody Knows”, film-documentario del 1967 con James Mason: sarà il filo conduttore dell’intero spettacolo – Bis escluso. Sul cartello“The End is High” retto da un operaio, prima dei titoli di coda del documentario, finisce il concerto.
Canzoni sussurrate, linee melodiche asciutte e ritmiche intelligenti: un buon concerto, incrinato da alcuni problemi di ascolto: il minijack per le basi e il violoncello con il magnete non hanno aiutato il fonico, che però – secondo me – non è esente da responsabilità: all’inizio del concerto alcune frequenze hanno funestato la sala, senza essere limitata. Ad ogni modo, me ne esco soddisfatto: un bel concerto, con un biglietto di soli 4 euro. Salute!
Stati di Grazia
...O di allucinazione?...
Ciao Etere! E' un piacere ritrovarti, dopo un po' di tempo impiegato in maniera socialmente più proficua. Oggi vorrei parlarti degli stati di grazia, di quei momenti, cioè, in cui tutto sembra andare per il meglio; quando ci si sente passaggio obbligato dell'energia che collega il cielo con la terra, e tutto ciò che si fa risplende di luce propria. Sono bei momenti, bellissimi. Però hanno dei problemi, dei quali ci si accorge solo quando è troppo tardi. Per esempio, l'idea del tempo: tu sai, caro Etere, quanto mi ossessioni il concetto di tempo, in tutte le sue diverse sfaccettature; mi sono accorto che nello stato di grazia, il tempo perde il suo protagonismo, ma non per questo rinuncia a scorrere; succede quindi che ci si trova nel tempo, ma non si riesce a circoscriverlo, abbagliati dalla grazia celeste, fonte di un'ispirazione al limite del messianico. Poi la grazia celeste passa, e noi ci si attacca al cazzo. Ci rimane il buio, e un po' di tempo in meno.
Io ho trovato - caro Etere - un modo per convogliare tutto questo in un progetto organico. Oddìo, diciamo quasi organico.
Colpito dall'ispirazione, l'ho bloccata, imprigionata in righe scritte, in parole affidate a persone per bene, a carezze e giochi di bambini. L'ho fatto per istinto, quasi presagendo il buio che - sempre - precede e segue la luce. Ora i miei occhi sono inerti, incapaci di discernere forme e colori. Le mie mani sembrano aver pero la memoria fisica, la misura degli strumenti che suono. La mia mente è aggrappata all'encefalogramma piatto della notte seguìta alla giornata densa di impegni. Dormo. Non importa quello che farò, o che non riuscirò a fare. Dormo per sognare la tattica con cui affrontare la bataglia del giorno dopo. So che le energie non mi permetteranno di vincere, non sarà il mio momento. Ma la tattica accorta mi aiuterà a limitare le perdite, e magari a scollinare un inverno nemico, fino alla prossima primavera.
Ciao, Etere. Stammi bene, e salutami gli altri brani di pensiero che ti attraversano.
Hello, World!
Continuo nella ricerca del suono.
Il suono completo, senza carenze. Forse non è il suono, ma è l'essenza della musicalità, quello che sto cercando.
Non è il suono ad essere deficitario: è la mia testa a voler vedere vuoto o pieno uno spettro di frequenza. Ogni suono può essere perfetto, se lo si guarda con gli occhi giusti.
Non occhi che si accontentano, oppure occhi superficiali: parlo piuttosto di occhi sereni, occhi che sono in grado di discernere il bene dal male, piuttosto che il bello dal brutto.
Sogna, amico mio, sogna un mondo orientato al benessere di chi ti è vicino, piuttosto che alla tua piccola, meschina convenienza. Sogna, e non stancarti mai di farlo. La vita te ne renderà merito.
Sanremo 2006
Ecco che siamo invecchiati di un altro anno; come tutti gli anni precedenti, ci ritroviamo a specchiarci, vizi e virtù, in un piccolo schermo. Un anno dopo.
Mamma mia, come sono invecchiato male. Ho tutti i capelli bianchi, parlo come un vecchio rincoglionito che fa ridere i coetanei, imitando Renato Zero in un'aia del grossetano: quest'anno non gliela faccio nemmeno a fare le scale, che non mi hanno mai pesato, anzi...
Il Festivàl fa acqua. Si sbadiglia, i tempi televisivi sono slabbrati, prima ancora che dissacranti. Alcune battute non si capiscono, certe scelte (vedi l'intervista-terapia riflessologica della brava Cabello ad un ingessatissimo John Travolta) sono un po' discutibili; la baracca, insomma, va avanti più per inerzia che non per la spregiudicatezza dei presentatori. A questo proposito, l'eccezione è data dallo scketch sulla divisione della Platea da parte di Victoria. Divertentissima, ma raggelante (in epoca di Par Condicio) l'allusione al premier-ubiquo. Adderittura da MOIGE quando imita un teutonico Benedetto invocante Madonna al Festival.
Il punto di forza, insomma, ci pare proprio la Cabello, che completa l'operazione di disimpegno dal modello classico di Valletta, complice la mutata società dal '53 ad oggi.
Contraltare a tutto questo la splendida Ilary Blasi. Spiace ad un laziale doverlo ammettere, ma la moglie der pupone è un gioiello di bellezza ed eleganza: bellissima, affatto patinata, prorompente nella sua personalità, mi fa arrivare a scomodare certe bellezze anni cinquanta e sessanta, quando il Velinismo non esisteva ancora, e sessualità non era sinonimo di voyerismo. Quando la pappa di Christian (si, vabbeh, ma che palle!) è uscita fuori dall'audace scollatura pensata da Valentino, è partita una vera e propria Ola di ormoni.
Dopodiché, ci sarebbero anche le canzoni.
Il Festival della Musica: questo il leitmotiv del lancio. Mah. A noi i pezzi sono sembrati scialbotti. Nicky Nicolai si conferma dall'anno scorso. E come non ci era piaciuta l'urlatissima canzone di allora, non ci piace particolarmente quest'anno. Dolcenera punta sul personaggio, più che sulla canzone - un po' coccianteggiante, quindi tristissima; Gigi Finizio si palesa con una canzone in dialetto al festival della canzone italiana, e questo basta per cassarlo. Sui ragazzi di Scampia glisso per rispetto sociale.
In buona sostanza, il mio personalissimo cartellino vede come decenti Simona Bencini, (ha cantato molto bene un réfrain un po' antico, ma efficace) Mario Venuti (il pezzo è carino, e lui è professionista serio), Alex Britti (mi fa sempre impressione vedere un chitarrista cantante e non viceversa) e abbiamo apprezzato il Coup de Théatre della Oxa (subito rivista da Marzullo, in un registrato del pomeriggio, mandato nel dopofestival). I Nomadi hanno infilato un inno pacifista con forma e contenuti Vintage, Povìa ha scoperto che un bambino con l'aviaria non fa più "Ooooh", bensì il verso del piccione, Noa, Carlo Fava ecc. hanno riproposto un duetto sanremese né carne né pesce, Spagna si presenta con una dichiarazione di intenti perfettamente attesa (Noi non possiamo cambiare), la Tatangelo arriva ad essere inquietante, grazie ad una frangia integrale ed a un testo di introspezione femminile firmato nientemeno che da Gigi D'Alessio, promosso Arbiter Elegantiarum con due pezzi piazzati nelle fasi finali del Festival. Michele Zarrillo, Gianluca Grignani, ZeroAssoluto, Luca Dirisio, SugarFree e Ron sono uguali. Se tra di loro, oppure a loro stessi, fate un po' voi.
I Poveri giovani sono stati sbaragliati dalla noia. Spero di poter reggere stasera.
Abbàci
AbbHagi
Nuovo blog
...Attenzione, nuova interfaccia per il mio blog. La vedo per la prima volta, e trasecolo... Forse preferivo quella prima.
Concerto di Giorgio Conte all'Auditorium di Via Asiago
Nella grandissima puntualità di tempo e di stile che contraddistingue il mio essere in questi giorni, eccomi a scrivere una recensione su un concerto cui ho assistito un mese fa, e con un sottofondo musicale che non c'entra niente (al momento sto ascoltando Kamakiriad di Donald Fagen).
Eppure il concerto è di quelli che a noi piacciono molto: canzone d'autore di qualità, ma allo stesso tempo di nicchia, in maniera tale da non farsi cannibbalizzare all'eccesso dalla macchina dello spettacolo.
Giorgio Conte è autore molto fine. Simile al fratello (perché è il fratello), chitarristico invece che pianistico, ma con quella poesia française nel DNA tutto piemontese della famiglia. Un suo live ha fornito la colonna sonora ad un periodo lungo della vita di chi scrive, quindi lo si perdonerà se il suo giudizio sarà un po' sbilanciato. C'è da dire che, sempre chi scrive, è piuttosto esigente e severo nelle selezioni musicali. Famo a fidasse, romanamente. Ok?
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Il concerto è stato registrato (come già detto giusto un mese fa) per Radio 3 Suite, ed è andato in onda il 23 dicembre.
La Band che lo ha accompagnato è tutta di livello: Alberto Barone alla batteria, Alberto Malnati al basso, Alessio Graziani ha suonato armonica, trombone, fisarmonica, melodica e flauto, come Guglielmo Pagnozzi, il quale però, oltre al Flauto, ha suonato il Sax Soprano e il Clarinetto. Giorgio suona la chitarra. E lo fa bene.
Il concerto vola via, tra pezzi nuovi al mio orecchio e vecchi successi, tipo Una giornata al mare. Le rotaie del concerto si snodano su un duplice terreno: da una parte le storie di uomini abbandonati da donne, (Quando te ne andrai, Angiulil, la bellissima Sotto la Luna); dall'altra il Cibo (l'erba di S. Pietro - che nonostante il nome serve a fare le frittate e non si fuma, Cannelloni).
Chiude il concerto regalandoci Una Giornata al Mare, uno dei pezzi più importanti della sua carriera, e un'inedita versione di Non Sono Maddalena, la canzone portata al succeso da Rosanna Fratello (quella di Sono una Donna, non sono una Santa), e qui interpretata sottotitolando gli spunti più inclini al melodrammatico in maniera dissacratoria ed esilarante insieme.
I Bis saranno una regalata Gné Gné Gné (si sapeva, è l'ultima) e una Visione del '99 (Le Donne Ballano).
Bel concerto. Peccato non averlo segnalato per tempo, no? Forse mi avreste pure sentito cantare, dalla platea....
Prossimi Spettacoli cui parteciperò
Tanto per cominciare, con INCANTASTORIE (http://www.incantastorie.it) presso:
Auditorium delle Fornaci
15 dicembre
Via delle Fornaci, 161, Roma
10 €
ore 21.00
Prenotazione: info@incantastorie.it
Poi:
Come tutti i periodi natalizi, suonerò per l'Associazione Marco Taschler (www.acmt.it): il 7 ho suonato presso la Basilica di S.Lorenzo, mentre il 20 suonerò presso S. Salvatore in Lauro. Ingresso Gratuito.
La Jam Session Etnica è in via di definizione. Forse per febbraio al Metaverso, ci sarà qualche sorpresa. Aspetto poi sviluppi sull'uscita del disco di Amalia Gré, e novità dalla Piccola Banda Ikona. Per novità, www.stefanosaletti.it
2046 - Così fan Tutti
Kar Wai Wong ci regala un film, presentato come il seguito di "In the Mood for Love". Il film è piacevole, articolato e con una galleria di personaggi varia e "pittorica". Realtà e fantasia si inseguono e si spiegano vicendevolmente: il romanzo diventa la realtà dell'io narrante filtrata, e la vita vissuta diventa essa stessa oggetto di narrazione. Bello. Bella l'idea - vagamente Dickiana dell'androide con le emozioni differite. Sembra un'effettiva evoluzione di Rachel in Blade Runner, frutto di un'elaborazione originale e delicata. Sul piano della narrazione "storica", invece, è apprezzabile la prospettiva in cui vengono illustrate le Tigri Asiatiche negli anni sessanta. Hong Kong, Singapore e la Malesia - così come il giappone - sono presenti in personaggi e in (belle) pagine di narrazione, e non con espedienti facili e costosi di fotografia. Come dire, quando pagine di livello sostituiscono sets miliardari.
Per quanto riguarda invece l'ultimo di Agnès Jaoui, tradotto a cazzo di cane dall'originale "Comme Une Image", si tratta di una pellicola accattivante, ma non destinata a rimanere impressa nella memoria. Le vicende delle famiglie di scrittori sono carine e ben articolate; i personaggi tutti ben ritagliati. Sylvia, l'insegnante di canto interpretata dalla stessa Jaoui mi ha colpito molto, per delle sfumature periferiche del personaggio: sguardo, modo di relazionarsi e uscita finale sembrano denunciare suoi effettivi trascorsi nel mondo che descrive, tanto è attendibile. Quello che manca è una storia avvincente, ma il tipo di cinema - molto francese - è più incline al situazionismo che non allo sviluppo narrativo. Degno di nota l'assistente ex-terrorista bruciato, esilarante in alcune pose. Bravissimi tutti gli attori, e plot scritto molto bene. Il Film scorre, fresco e limpido, ma non rimane. E' nella sua natura.
Peach Tree Road
Era il 1968 quando il timido Reginald Dwight dismise i panni del giovane sfortunato per indossare il “costume” della Superstar del pop. Sono trentasei anni che ci sbomballa il cazzo con canzoni melense tutte uguali tra loro. Madame Tussaud gli ha dedicato una statua. Quella almeno non canta.
Quest’ultimo lavoro si presenta come deve: un disco stanco, di un personaggio pubblico che trova senso solo per i suoi eccessi da rotocalco, che non dice assolutamente nulla di nuovo. Canzonette d’amore prive di qualsiasi pretesa artistica, degne giusto come colonna sonora di fugaci rapporti in squallidi motel si susseguono senza soluzione di continuità. Il rapporto con Bernie Taupin, paragonato spesso con il binomio Battisti-Mogol, ci ha regalato perle come Rocket Man o Candle in the wind: come dire, la pubblicità di biscotti al cioccolato e una fanfara funebre per una principessa sfortunata e triste. Si sa, le affinità si attirano….
Viva Radio 2 - Nuova Edizione
Viva Radio 2 Nuova versione: finalmente è partito, dopo febbri palleggiate e una settimana di revival. Tra le nuove uscite, a parte Ciampi (Immortale), Mike Bongiorno (nuovo) che presenta Telemike per sbaglio e maltratta un bambino che ha il papà che fa il pappone e la mamma che spaccia crack; l'Isola del Famoso (con Pippo Baudo - innominabile); Michal Doblo' che fa il crooner che fa dormire; Andò, imitazione di Cassano (UGUALE), al posto del tifoso. Parodia Onda Verde. Testi sempre deliranti.
Una ventata di Milano alla sala A di Via Asiago
il 3 giugno del 2005 Jannacci compirà settant'anni. Il tour che accompagnerà il cantautore a valicare la veneranda soglia porterà come nome la data del suo compleanno, e a noi la cosa è piaciuta molto. Si era pochi in via Asiago, pochi ma buoni. Enzo si mostra subito in grande forma, e, intervistato, da Gerardo Panno e Silvia Boschero, regala subito perle di un certo spessore; ci piace ricordarre la feroce ironia sul servizio pubblico blindato ("il problema non è occupare la Rai, il problema è riuscire a entrare").
Ad ogni modo lo spolvero è grande, e la Band (bravissimi, che classe!) è di quelle d'altri tempi: Stefano Bagnoli, un mancino dal tocco leggero e personale alla batteria e Marco Ricci (scuola Franco Cerri - Milano D.O.C.) portano l'acqua, mentre Sergio Farina con l'acustica ordisce trame verticali e "Il Conte" Daniele Moretto alla tromba si occupa di quelle orizzontali. Su tutti (Papà compreso) vigila Paolo Jannacci, bravissimo e molto consapevole. Ed ecco che va dal padre e gli sistema io microfono, poi si gira per dividere il tempo, riferimento a tutti gli altri... Il risultato di questa bella alchimia è - manco a dirlo - un bellissimo concerto: I brani sono tutti della produzione deglianni sessanta, quelli della collaborazione con Giorgio Gaber, e i primi di Cochi e Renato. Il concerto ha avuto due set, con intermezzo intervistatorio, sempre a cura di Boschero e Panno. Brani divertenti e famosi (El portava el scarp del tennis) alternati a momenti di lirismo impressionante (Ti te se o no?), mai suonata in pubblico e dedicata prima alla moglie, poi a tutti i musicisti - lo ringrazio a nome della categoria. Momento di divertissement, con uno sgravo di panza uscito dalla camicia, che è rimasto ignorato per un buon quarto d'ora (Da Mammì a Ne te s'era minga ti?), stigmatizzato con la frase: "Negli anni mi si è formata una protusione frontale l'ho cercata di contenere con lo sbuffo della camicia" e poi: "Quando finise una moda, io la comincio".
Difficile mettere in graduatoria i tanti pezzi suonati: basti dire che Ti cumprà l'calzett di seda è stato un vero delirio, e la Balilla una specie di stornello.
Insomma, si aspetta con impazienza il tour, ma nel frattempo chi può, si goda il Progetto Jannacci a Milano: una commedia, e sei giornate di Jazz con il gruppo del figlio. Le credenziali ci sono, le capacità pure. Non so se mi spiego.
Aggiornamento Massivo. Buongiorno, Mondo!
Era da un po' di tempo che non riuscivo ad aggiornare il Blog. Mi ritrovo qui, dopo una quantità devastante di articoli scritti per il giornale (la qualità ne avrà risentito? Bah...) ad aggiornare il blog. Di cose ne sono successe, ma mi limiterò a ricordare i tre film che ho visto in settimana. Hero, The Bourne Supremacy e Collateral. Per quanto riguarda il primo, ha ricevuto acclamazioni da diverse parti. Non so se avere letto le recensioni entusiastiche prima me l'abbia rovinato, ma non c'è piaciuto un granché. Lento come una sclerosi a placche, prolisso come solo un film Cinese può essere, a mio giudizio promette molto e mantiene poco. I combattimenti sono ben girati, ma Jet Li si vede più come attore (una specie di Schwarzenegger giallo) che non come atleta, dove rende di più. La Tigre e il Dragone era un film molto più bello. E Chow Yun Fat reggeva la scena molto meglio. The Bourne Supremacy l'ho visto proprio sull'onda della delusione cocente di Hero. Sarà per questo che mi è piaciuto. Secondo capitolo della storia del super-agente-arma Jason Bourne, un Matt Damon abbastanza convincente, la trama scorre fluida (anche perché non è particolarmente intricata), e l'azione è vorticosa. Goa, Berlino, New York, Londra, Napoli, Amsterdam, Mosca si alternano nel montaggio, rendendo il film velocissimo. Non ci hanno convinto gli inseguimenti, specialmente quello girato a Mosca. Poteva essere girato meglio. Ad ogni buon conto, megio aspettare l'uscita del DVD.
In ultimo, Collateral. Gli estimatori di Tom Cruise usciranno soddisfatti dal cinema, e i detrattori stupiti. Cruise-Vincent regge tutto il film, dipingendo a tinte fosche il rapporto "a doppio taglio" con il tassista Max.-Jamie Foxx. Michael Mann confeziona un nuovo piccolo gioiello, mostrandoci una L.A notturna, sfavillante e tetra allo stesso tempo. Bella prova di attori da parte di tutti.
Ve saluto e ve ringrazzio!
Bei dischi, ultimamente...
Dopo la tristezza buia dell'estate, in cui il materiale da recensire che ho avuto per le mani è stato "Blu" di Paola e Chiara e Kevin Little, ho un periodo di relativa grazia: Ben Harper, Bjork, Nick Cave, Mark Knopfler, Lanzi-Sodano e i Faust. Roba per palati fini, finalmente. Per quanto riguarda i concerti, vedrò quanto prima di farvi sapere qualcosa: Tengo d'occhio Patti Smith, che a Fiuggi ha evitato la sommossa contro Lou Reed. Attenzione al Palalottomatica, quest'anno. Pare che stiano col coltello tra i denti. Ad Maiora.
...Forse Dio è dei Popolari....
La Notte Bianca di ieri si riflette negli occhi raggianti di Veltroni. E' stato un successo, partecipato, ben riuscito e apprezzato. Le mille iniziative per tutti i palati hanno riversato migliaia di persone nelle vie cittadine, creando un clima di festa difficilmente riscontrabile in quest'ultimo periodo. Nemmeno la paura di attentati ha allontanato la gente dalla partecipazione massiva, e questa è una vittoria della civiltà sul buio pesto dilagante. Bravo Veltroni, 'sto giro bravo davvero!
Jim Hall non ha mai suonato con Beethoven
Il pubblico dell'auditorium è quello degli aficionados. Ci si incontra nell'atrio, prima dell'inizio del concerto, e ci si scambia un paio di convenevoli. "Quanto tempo", "che stai combinando?", "suoni ancora?", e via così, fino all'inizio. E' curioso come in certe situazioni, in cui l'essere umano è "intruppatocomeuntedescodellaIVarmatanel1942inRussia", si divaghi con la mente verso lidi differenti, che poco hanno a che vedere con l'evento cui si sta per assistere; la portata è mondiale: una delle uniche due date italiane (l'altra è al Blue Note a Milano) di Jim Hall, in duo con Enrico Pierannunzi. Il brusio non si placa - c'è la romabenedisinistra sulle poltrone, e quelli - si sa - parlano. Poi un presentatore ("all'Auditorium?" - è il commento di alcuni nasi arricciati) ci invita ahimé alla conferenza stampa per la prossima stagione, poi lascia il palco ai due. Quando entrano, la sensazione è raggelante. Jim Hall, freddo come una granita, parte con un blues in 12 bars che dura qualcosa come dieci minuti. La situazione è orrenda. Penso adderittura di andarmene (dopo i primi cinque minuti - io ODIO i blues in 12 bars), ma poi rifletto: -"Hagi, 'sti due sono due fenomeni. Non possono ridursi a questo. Lancia il cuore oltre l'ostacolo, resisti al blues, non alzartichefiguracifai?". Reggo stoicamente. Il blues finisce tra applausi di liberazione. Ora o si comincia a far sul serio, oppure me ne vado davvero, con buona pace del rispetto per il mito vivente. Nemmeno il tempo di pensare la ferocia di un mio commento che note flebili, praticamente il solo volume della semiacustica non amplificata, annunciano My Funny Valentine. Il silenzio è di tomba. La chitarra è sommessa, il tema è intriso di una nostalgia che chiude lo stomaco. E quel signore anziano, con la chitarra a tracolla, con la faccia di Sean Connery, diventa un testimone, e la sua chitarra il suo verbo. L'atmosfera è decisamente cambiata. Dall'irritazione del primo pezzo sono passato ad una commozione sincera, partecipata. Gli applausi, scroscianti, mi svegliano dal sogno. Mi trovo Pierannunzi davanti al microfono, che presenta Jim Hall - secondo chitarrista del secolo secondo il sondaggio di una rivista americana specializzata nel settore, dopo Bill Frisell (il Pat Metheny senza mignolo prima di questo qui? Ah, Pat Metheney ha 60 punti, contro i 130 di Hall e i 160 di Frisell). Mentre bestemmio orrendamente tra me e me pensando a Django Reinhardt e Joe Pass nemmeno menzionati, Skylurk e Sentimental Mood scivolano via, distrutte e ricostruite, maltrattate e vezzeggiate. improvvisano, i due, e non c'è tempo di cristallizzare questa o quella frase: ce ne sarà un'altra subito dopo che spazzerà via la precedente. In Sentimental Mood, non trovando un finale al primo tentativo, ne sono usciti TRE. Un errore, uno sbaglio, se succede a te ad una session, ti puoi trovare col capo chino, sotto lo sguardo inquisitorio di un pubblico che sembra non aver aspettato altro tutta la sera. Qui la storia è diversa, perché da uno sbaglio suonato da questi due, nasce musica con la M maiuscola. Dopo un Waltz di Pierannunzi suonato bene, con la parte davanti (" The Point of the Issue" composto - a detta del pianista la mattina stessa), il primo bis regala Stella- irriconoscibile per 5 minuti, ma densa e saporita come una Jam, e All the Things you are, anch'essa dipanata dai due come un micino avrebbe fatto con un gomitolo di lana: Efficace e bellissimo da vedere. Il Terzo bis (Ho ancora le mani rosse) è stato Body and Soul. Quando le luci si sono accese, gli occhi si sono socchiusi, e la sigaretta del dopoconcerto è stata dolcissima. Le persone incontrate all'entrata scioglievano il tabu, parlando ora solo del concerto e della sua bellezza. Qualche critica volata sulla diversità dei due dialetti musicali è stata trasformata in un complimento, poi, davanti ad un bicchiere di vino, le discussioni hanno cominciato a vertere su altro. Segno che il concerto ha funzionato.
Sanremo è Sanremo
...Sogno o son desto?
C'è Mino Reitano che spacca tutto sul palco dell'Ariston.
Poi Silvio Muccino che lancia Nathalie Cole. Non c'è pace sotto gli Ulivi
Concerto Riley-Scodanibbio
Ed eccomi qui. Nuova interfaccia del blog, tanto tempo di inattività.D'altra parte studi, lavori, vicissitudini varie (tra cui l'esplosione dell'alimentatore del mio povero PC) hanno fatto sì che diradassi la mia presenza sul web. Nel caso del Blog, poi, che la cancellassi proprio, per quasi un mese.
Senza andare a ravanare tra le mille porcaggini che ho visto nell'arco di questi giorni - ma mi piace citare lo sciopero contemporaneo di Magistrati, Medici e Aereotrasportatori, più le agitazioni permanenti di ormai tutta l'intellighenzia del nostro paese, parlamentari a parte - mi prendo il gusto di raccontarvi uno dei più bei concerti cui abbia assistito negli ultimi anni.
Terry Riley si presenta come una via di mezzo tra Babbo Natale e Dinamite Bla. Ha una candida barba folta e lunga, che gli dona una sorta di serena austerità, e uno sguardo che ho visto in certi musicisti indiani, così benevoli e indifferenti a tutto ciò che orbita loro intorno. Saluta all'indiana, unendo le mani, e portandole alla fronte, e subito ho l'impressione che il Van-Prashta che ha avuto nei tardi sessanta, lasciando battere la via del minimalismo da lui scoperta ad artisti come Reich o Glass, gli sia rimasta dentro. Lo studio con Pandit Pran Nath ha esaltato la ciclicità della sua musica, e la facilità con cui passa dal dialetto musicale Euro-americano a quello del subcontinente indiano è uno strano incrocio tra ironia, erudizione e consapevolezza. Con una semplice Korg Triton, che mi ha fatto sulle prime storcere il naso, crea tessiture che vanno al di là del semplice discorso musicale. L'accordatura, maniacale, non a 440 Hz, da una chiara impressione di profondità di suono differente. E' come se il musicista avesse capito che la differenza di pochi Hertz è la chiave della giusta vibrazione dell'anima.
Stefano Scodanibbio invece ha l'aria del concertista navigato. Serio, occidentale in presenza, offre un contraltare alla ieraticità quasi Hippy del suo collega di palco. E' serio, posato, ma allo stesso tempo fermo e attento. Poi, prende il contrabbasso in mano.
Faccio il musicista da 14 anni, e non ho mai sentito niente di simile. L'archetto diventa uno strumento a parte, per cogliere quell'armonico, quello che sta pochi hertz sopra o sotto il 440 canonico. Microfona lo strumento con un cardioide con un preservativo di gommapiuma, che incastra sotto il ponte, tra le corde e la cassa. Questo sistema fa in modo che la vibrazione simpatica tra la tastiera di Riley e il contrabbasso faccia vibrare la cassa ad una certa frequenza. A questo punto, una volta innnestato l'armonico "magico", comincia ad ordire trame ritmiche, alternando l'uso dell'archetto a mo' di bacchetta di batteria, sfruttando il rimbalzo come Gene Krupa insegna ad una tecnica particolare di tapping, che non ho mai visto applicata al contrabbasso. Un po' alla chitarra, roba tipo Stanley Jordan, ma scrivendo questo paragone non so se mi si accappona la pelle oppure mi viene da ridere.
In apertura del secondo set, dopo avere tra le altre cose puntinato le corde dello strumento come un pianoforte preparato, si è espresso in un solo talmente funambolico che, a partire dalla metà, la mia mente ha viaggiato per lidi bellissimi, fino alla fine in cui lo scroscio di applausi richiamava più una platea da stadio che da aula magna d'università.
Dal canto suo, Riley ha sfruttato il tempo di solitudine sul palco in maniera più introspettiva; un piano solo, con un bel suono di coda denso e scintillante, frutto di una trascrizione della sua opera Salome dances for Peace, quartetto d'archi del 1989, formato da qualcosa come ventuno movimenti (se la memoria non mi inganna). Il concerto è stato chiuso da un Raga notturno, che a mio parere è stata la parte un po' più debole della serata. Anche se stupisce come un californiano abbia un timbro d'altre latitudini.
Un'ultima nota, questa di colore. A cavallo tra il Madya e il Drut Lay (velocità media-Velocità alta) del raga sono zompate tutte le spotlights del palco. Nell'oscurità più completa, si è creata un'intimità tale tra il pubblico e gli artisti che, al riaccendersi delle luci, è stato palpabile il dispiacere per un'oscurità tanto serena quanto breve. Potenza della musica.
Concerto
Ieri, 12 gennaio 2004, presso l'associazione "il Cantiere" in Trastevere, concerto di Alvin Curran e Mike Cooper. I due, americani ma da diversi decenni residenti a Roma, hanno dato vita ad una sessione improvvisativa di elettronica, coadiuvati da un flautista, con Mac portatile ed Edirol USB. Molte le macchine sul palco, e il suono, nonostante un impianto di fascia bassa - che nel finale ha scaldato di brutto - è uscito per tre quarti del concerto piuttosto nitido (c'è da dire che è una mia opinione; un noto musicista romano ieri insieme a me, per esempio, sostiene in merito che l'impasto sonoro sia stato troppo denso). La performance è stata la seconda in due giorni (alla prima non ho assistito), e purtroppo in quest'ultima la Dobro di Cooper è stata sfruttata molto poco, a vantaggio della Slide "Hawaiana", altro pallino del musicista Statunitense. Si può dire, insomma, che il viaggio lisergico della banconota da 5€, tra Tecnomedonti , Lipoidi e Garzoni del fornaio, ci abbia fatto intendere la differenza tra Prezzo e Valore. Grazie, ragazzi!
Buon Natale
Che ci crediate o no, qualcuno mi ha fatto i complimenti per i miei blog. Che poi è uno.
Ora, leggo questa notizia sul mio GuestBook, e apro Sezione Aurea dopo un bel po'.
C 'è la notizia della presa di Saddam, poi nulla. Vi spiego. Mi sono fatto lo studiolo a casa, quindi sono stato egoisticamente molto sulle mie, privando l'etere telematico delle mie perle di squisita saggezza. Poi ci si sono messe le feste, dove-come tutti- ho subito un feroce attacco a fegato e glicemia da parte della società parentale. Ed ora eccomi qui, grasso e idiota, senza "perla da bar di paese" da sottoporre al giudizio di tutti voi, se ci siete. Una cosa, però la posso fare; i miei migliori auguri di buon Natale e felice Anno Nuovo. Auguri non cattolici, ma cristiani. Nello spirito.
Concerto degli H.I.M
Visto all'Init di Roma il concerto degli H.I.M. di Doug Scharin, ex batterista di June of 44 e Rex. Abbastanza carino, sonorità sapidamente anni 70', con venature di progressive, jazz rock e un bel po' di psichedelia.
Due batterie sul palco, con un mulipercussionista che si alternava tra batteria, marimba e chitarra elettrica. Scharin è bello potente, e il resto del gruppo funzionale. Specialmente Jeff Dahmer. Sia alle tastiere, ma soprattutto agli ovetti.
Pinguini in controfase
Ieri al Metaverso ha avuto luogo il contest elettronico "Pinguini in Controfase", serata Electro-Sperimentale con Adriano Lanzi, Omar SOdano, Renato Ciunfrini, Anadi Mishra. E' stata una bella serata, con bella musica e momenti di grande intensità emotiva.
E' andata la III Jam Session Etnica
E' andata in scena.
Molti ospiti, atmosfera coinvolgente. Solo che le Tabla dal vivo con la batteria non sono uno strumento che possa essere sperimentato oltre. Non si sentono con la cassa, così come non si sentono con base da discoteca.
Per cui dichiaro ufficialmente divise le tabla da ogni contesto misto.
A questo punto si tratta di capire quale set potrò usare in simili situazioni. Se suonare in piedi o seduto su sgabello (l'accasciato mi spacca la schiena). E via discorrendo. Aggiornata la pagina della Session.
III Jam Session Etnica
Continuano i preparativi della III Jam Session Etnica al Metaverso di Roma, programmata per il 6 novembre 2003.
Tabla Gharana
Mi piacerebbe fare una ricerca, in questa sezione, sulle diverse Gharana della Tabla Indiana. Che sia una buona idea?





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