Spirito Olimpico. Spirito nel senso di Fantasma.
La cronaca della tappa indiana della fiaccola indiana nel racconto di Daniele Mastrogiacomo, la trovate QUI;
QUI invece trovate un'interessante analisi (in Inglese) di Anjali Puri sulloa percezione indiana del "problema tibetano" come una costola del "problema cinese". Grazie a Nello del Gatto e alla lista "Italindia", da cui ho estrapolato questa risorsa.
Treno della Pace....
Questa è la notizia cruda, presa dal sito di Repubblica. Presto un approfondimento. NEW DELHI - Almeno 66 persone sono morte in India, e circa 50 sono rimaste ferite, per il devastante incendio seguito all'esplosione di due ordigni avvenuta a bordo di due carrozze di un treno diretto in Pakistan, il Samjhauta Express. Lo hanno reso noto responsabili delle Ferrovie e della polizia indiane. Le squadre di soccorso stanno ancora estraendo i corpi dalle due carrozze incendiate (che sono state staccate dal resto del convoglio che è stato fatto ripartire alle tre del mattino diretto ad Attari). Sembra che la maggior parte delle vittime siano pachistani. Le fiamme sono divampate nelle carrozze 10 e 11 all'incirca alle 23.15, ora locale, quando il treno è giunto nel villaggio di Dewana, nel distretto di Panipat, a circa 100 chilometri da New Delhi, nello stato dell'Haryana. Secondo quanto dichiarato da alcuni testimoni oculari si sarebbe udita una forte esplosione prima che il treno prendesse fuoco. Due valigie contenenti del materiale esplosivo rudimentale sono state rinvenute una sul treno e l'altra sui binari. Trovate anche altre due bombe inesplose (secondo alcune fonti sarebbero tre) che sono state immediatamente disinnescate dalle forze dell'ordine. Gli ordigni, secondo la polizia, sarebbero stati fatti esplodere utilizzando un telecomando a distanza o un telefono cellulare. "Abbiamo immediatamente aperto un'inchiesta sul'accaduto - ha dichiarato il ministro delle Ferrovie, Lalu Prasad, che è subito partito per recarsi sul luogo dell'attentato - ma è evidente che si tratta di un atto che mira a disturbare lo sviluppo dei rapporti di pace tra India e Pakistan". Infattiil Samjhauta Express, che collega India e Pakistan, è proprio l'emblema dell'avviamento del processo di pace tra i due Paesi. Fu introdotto nel 1975, ma il servizio fu sospeso nel 2002 a causa dei difficili rapporti tra i due Paesi e in seguito ripreso nel 2004 con il disgelo dei rapporti e l'inizio del processo di pace. Televisioni e stampa locale hanno messo in evidenza come l'esplosione sul Samjhauta Express sia avvenuta a ridosso della visita in India del Ministro degli esteri Pakistano, Kasuri, il cui arrivo è previsto fra un paio di giorni, ed è stato confermato anche stamane. L'attentato è stato fermamanente condannato da entrambi i Paesi, per parte indiana dal presidente del Partito del Congresso, Sonia Gandhi e dal Primo Ministro, Manmohan Singh, e per parte pakistana dal portavoce del Ministero degli Esteri, Tasnim Aslam, che ha anche detto: "Ci aspettiamo che l'India punisca i colpevoli". L'attentato non è finora stato rivendicato ma la polizia non esclude che possa trattarsi di opera di gruppi estremisti islamici pakistani responsabili, già in passato, di numerosi altri attentati, come quello avvenuto a Mumbai (la ex Bombay) l'11 luglio 2006 che provocò 86 morti.
Tristezza
Quando ti invadono casa, stai sempre stressato. Gli spazi che senti come tuoi vengono violati, stuprati da abitudini mai subìte, da odori non familiari, dal calore del corpo, del respiro, di un'altra persona. Quando ti invadono casa, non vedi l'ora che se ne vadano. Non puoi farne a meno. A volte arrivi sulla soglia con l'orecchio attento, sperando di non sentire quei rumori, quei segnali di vita non tua, dall'altra parte della porta. Quante volte ti sei sorpreso, mentre frugavi con le mani nella borsa cercando le chiavi, a scavare nei suoni dei tuoi ricordi? Quante volte ti sei compiaciuto del tuo senso di ospitalità, magari vergognandotene anche un po', nella mistica corretta e laica del politically correct.
Poi un giorno i rumori non c'erano più. E ti sei sorpreso a vagare per quelle stanze vuote, impregnate ancora di una presenza che sai non sarà più lì. E ti sei inginocchiato, a raccogliere un pacchetto di sigarette vuoto, pezzi del recente già rimpianto, nel silenzio malinconico di una familiarità sacrificata sull'altare dell'egoismo. Avevi aspettato quel momento per mesi, a volte anni. Poi il momento era arrivato, e tutto si era dissolto nel grigio indistinto della tua ritrovata banalità.
Ombre
Il suo rapporto col mondo seguiva da sempre la falsariga di quello con la propria ombra. A quest'ultima si affezionò quasi subito, era il suo compagno di giochi preferito. Non che Rajendra - questo era il suo nome - fosse misantropo o asociale, tutt'altro. Era nato in un quartiere popolare, e in quanto tale pieno di bambini. Con essi giocava e scherzava quasi tutto il giorno. C'erano, però, momenti in cui preferiva giochi più contemplativi, di quelli in cui non usi la voce, stai zitto, appunto. Lì, la sua ombra diventava anche il suo muto interlocutore. Ragionava - nei suoi venticinque anni - sull'abitudine di camminare a testa bassa, seguendo, sotto i lampioni, la ciclicità del movimento sotto i suoi piedi. Da dietro, un ombra nera come l'inchiostro partiva dai suoi piedi, e ad ogni passo si allungava, sbiadendosi. Proiettava Rajendra sul muro, sul marciapiede, sulle vetture parcheggiate. SI allungava a dismisura, fino a sparire, ricomparendo sempre da sotto i piedi, più scura che mai.
Faceva l'attore. Non aveva mai pensato seriamente di farlo, lo faceva da sempre e basta. Se c'era da fingere, lui fingeva. Era un abilissimo raccontatore di balle e di barzellette, e spesso confondeva le due cose. La gente, da sempre, lo ascoltava con grande interesse; non che non sapesse che le storie che raccontava fossero false, o inventate: la sua voce aveva qualcosa di magnetico, per cui, una volta cominciato, era difficile smettere di ascoltare. Era un mentitore magico. Il problema veniva a proporsi quando finiva di raccontare: lì l'incanto si rompeva, la gente rientrava in sè; siccome il popolo è cattivo, Rajendra si era fatto la fama di bugiardo e inaffidabile. Non voleva fare l'attore, ma la società ce l'aveva costretto. Non sapeva né disegnare, né scrivere. Non aveva orecchio per la musica. E non era disposto a lavorare: insomma, Rajendra non aveva scelto di diventare attore, ma il cinema aveva chiamato Rajendra. Il teatro non gli piaceva. A parte qualche rappresentazione di Grand Guignol nel breve periodo a Londra, non aveva approfondito: ci voleva molta memoria, e la veste teatrale, codificata con rigore, non offriva quell'alone di menzognero del cinema. Il teatro non ama il cinema, quindi non amava nemmeno Rajendra. Davanti alla macchina si trasformava. Poteva diventare qualsiasi cosa. Uno Stanislawsky a due dimensioni. Intuiva perfettamente quello che un regista voleva, e riusciva ad incarnare i desideri particolari di ciascuno spettatore futuro. Ogni film recitato gli portava innumerevoli passaggi in Tv, in contenitori della più varia natura. Probabilmente era dovuto al fatto di riuscire a parlare con la telecamera. Oppure era a causa della grande superficialità di cui era capace. Sta di fatto che quando Rajendra parlava in TV (in radio non era la stessa cosa, aveva bisogno del gesto), era in grado di incantare a distanza migliaia di persone, sulla falsariga di quanto faceva da bambino e da ragazzo con le sue storie. Solo che cambiava il finale. Raj non era più il bugiardo inaffidabile. In televisione era il grande intrattenitore, l'affabulatore, il romantico. Insomma, Rajendra aveva capito profondamente la sua ombra. E da essa aveva capito un pezzo di mondo. Quello fatto di contorni a due imensioni, il mondo privo di profondità. Era un mondo che gli piaceva, che lo portò a rinunciare, progressivamente, all'idea di spessore. La confidenza con la propria silouhette, portata avanti in un'intera vita, l'aveva trasformato, e tanto era il desiderio di giocare con la propria ombra, che alla fine era riuscito - complice una società costruita apposta per lui - a diventare qualcosa di similissimo alla sua ombra. Un'ombra colorata, magari, ma sempre piatta, a dimensione variabile, persistente e - soprattutto - invulnerabile.
Rajendra aveva scelto. O meglio, non aveva avuto scelta. Rinunciò alla sua corporeità, e decise di inserirsi nella catena alimentare delle coscienze ad un livello perfettamente intermedio. Sfamava il grande circo mediatico, cibandosi del tempo offertogli da migliaia di persone, incollate a quella scatola colorata e infernale, da cui Rajendra ci saluta col suo indecifrabile sorriso.
Il Bignami di una settimana
Siccome cammino quasi sempre con la testa bassa, il ricordo più nitido è quello della luce gialla di un lampione specchiata sull'asfalto bagnato. L'odore della pioggia no, nei sogni tendo a non sentire odori.
Una volta alzata la testa, vedo attorno a me un capannone enorme; potrei giurare si tratti dello spazio del vecchio CPA di Firenze. Il prete che ho davanti mi chiede se sono l'attore Andrea Carlotti, e subito dopo mi invita a prendere una rapida decisione: accettare o no il lavoro del cortometraggio, pagato bene e poco faticoso?
Decido di diventare Andrea Carloni, e prendo la macchina per andare a parlare con un Cardinale, cui però dovrò portare un pezzo di pizza genovese di legno. E' la prassi. La compro a Pienza, dove una bella cameriera toscana mi pratica una fellatio, raccomandandosi di non dirlo a nessuno. Ovviamente la rassicuro, ma quando le parlo, mi rendo conto che non mi ascolta. Mi ha usato, per arrivare al Cardinale con il quale si allontana, girandosi di tanto in tanto per guardarmi. Io impazzisco dal dolore, e mi rendo conto che voglio svegliarmi. Al mio tre. Uno. Due. Due e mezzo. Forse non mi voglio svegliare più, in fondo ho capito che è un sogno e voglio sapere come va a finire. E poi mi piace come mi guarda. Abbasso la testa, e rivedo il riverbero giallo nell'asfalto. Il Cardinale mi telefona, ha la voce di Roberta. Troppo tardi. Tre.
Morto Arafat
...Buongiorno, mondo.
Passare dall'europeo alle olimpiadi è un po' come vedere un amico con la moglie col pancione; ti rendi conto istantaneamente di quanto tempo sia passato dall'ultima volta in cui vi siete incontrati, e ci rimani male.
Detto ciò, da queste parti è tutto a posto, tutto va bene, e un anno va ad incominciare. Spero che sia migliore del precedente, che tutto sommato è stato piuttosto pesante, anche se va ad alleggerirsi - almeno così sembra - nell'ultima fase. Sistemate alcune questioni (laurea, abilitazione da pubblicista) si potrà cominciare a pensare in chiave migliore. Nel frattempo saluto la rete pubblicamente, augurandomi di ricominciare a postare con maggiore continuità. Ad maiora. H.
Saddam
Anch'io voglio essere protagonista, e voglio dire la mia su quanto ho visto in TV. Voglio essere parte integrante di una informe base di consenso, peccato che non mi abbiano intervistato per strada, magari anche solo su una pagina di cronaca cittadina. Avrei fatto lo spelling per far scrivere correttamente il mio nome, avrei inventato una qualifica altisonante come sinonimo alla mia nullafacenza, avrei chiesto quando e dove sarebbe uscito l'articolo. Poi sarei andato da mia madre a pranzo, e le avrei raccontato la mia salda e originale presa di posizione, suscitando in lei un ammirato stupore. Però non è accaduto, purtroppo. Quindi, per arricchire ulteriormente il vasto orizzonte di opinioni sulla cattura di Saddam Hussein, mi devo accontentare del mezzo telematico. E' meglio di niente, ma ha perso molto del suo esoterico fascino iniziale. Vabbeh.
A me quel poveraccio mi ha fatto pena. Le immagini di quel barbone che viene sottoposto a visita medica, quel "We got him" in conferenza stampa mi hanno solo fatto ricordare quello che in fondo sapevo già. Che gli Yankees non sono meglio dei crucchi che hanno sconfitto una sessantina d'anni fa. Il loro modo di fare politica mi disgusta, e trovo le loro ostentazioni di potere gratuite e fastidiose. Hanno creato il fantoccio, lo hanno usato per i loro comodi, poi lo hanno scaricato, anzi buttato giù, lui e tutti quei poveracci soggiogati coi soldi americani. Niente di nuovo, per carità... Ma una notizia per essere agghiacciante non dev'essere necessariamente nuova. Se tutti sappiamo che una situazione di fatto non cessa di esistere quando si smette di parlarne, perché facciamo finta che sia così?
...Non staremo sbagliando tutto?
Accendo la TV.
Mi aspettano gli ultimi 10 minuti di una fiction su Giovanni XXIII, la preghiera del Carabiniere e - infine - un Porta a Porta sui funerali delle vittime di Nassiryia.
Il tempo di chiedermi se sia una ferma risposta alle strategie proselitistiche di Al Jazeera, e mi becco pure Andreotti che snocciola un rosario. Un prete mi dice dal tubo catodico che la benedizione delle salme è incriticabile perché è un atto di fede. Mi dice che hanno pregato tutti insieme. Urlo. Grido verso la TV che anche farsi saltare in aria in un bar, o davanti ad una sinagoga è visto come un atto di fede, a certe latitudini. Continua, dice che ha molto coraggio, perché ha molta fede. Non mi ha sentito. Ecco il problema. Tutti noi siamo abituati ad ascoltare la TV, ma lei, mica ci sente.
Nassirya
Ieri c'è stato un attentato molto grave a Nassiriya. Un camion carico di esplosivo è riuscito ad entrare nel campo italiano e a detonare. Sono morte 24 persone, tra italiani e Iraqeni (Civili e militari).
E' una giornata molto triste, perché per la prima volta dall'inizio di questa "Crociata contro il Terrorismo", abbiamo capito che il bersagliere che accarezza il bambino povero non basta a garantire l'immunità. Forse l'Italia sta cominciando a capire che si tratta di una guerra, sporca, e che non è possibile stare con i ricchi americani e con i poveri iraqeni. Il nostro doppio volto, quello che da sempre contraddistingue la nostra condotta di guerra, sta uscendo, poco a poco. Siamo obbiettivo sensibile della guerriglia, ma credevamo che non fosse possibile. Mica siamo i Rambo americani, noi.
Che Dio abbia pietà di tutte le anime dei morti di questa guerra che pare -se possibile- più laida delle altre.
A proposito della vignetta di Arafat e Rabin....
....E' interessante constatare come il linguaggio occulto delle simbologie certe volte sia più esplicito dei ragionamenti.
La Colomba che porta il ramoscello d'ulivo è simbolo biblico.
Noé mandò dall'arca un corvo in avanscoperta.
Non tornò mai. Allora mandò una colomba, che tornò con un ramoscello d'ulivo. Gli studiosi della Bibbia hanno diverse interpretazionia questo simbolo, che non starò qui ad elencare per pura pigrizia, ma quello che ha preso piede maggiormente è la Pace tra gli esseri viventi e Dio.
Quindi, nella vignetta di cui si parla, i Palestinesi sono in minoranza. E 'sta chiosa la lascio così!
Israele criticato
In tempi ormai remoti, quando facevo il liceo al "Mamiani" di Roma, assistetti ad una conferenza, tenuta da - se non mi sbaglio - Gadi Luzzatto Voghera, sul tema dell'Antisemitismo. Essendo il mio liceo una scuola storicamente e dichiaratamente di sinistra, il relatore si trovò a dover rispondere ad una domanda, attesa sia da professori, che dagli alunni , che da egli stesso. - "Come mai voi ebrei tenete una condotta nei confronti del popolo palestinese, che tanto sembra stridere con il vostro passato?" (vale la pena ricordare che, quando io frequentavo il liceo l'Autonomia Palestinese non esisteva - Rabin era ancora di là da venire). Ricordo nitidamente la risposta. L'asse su cui posava l'intero ragionamento era di criterio insiemistico: tutti gli israeliani sono ebrei, ma non tutti gli ebrei sono israeliani. Lo ricor






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