Dio, la Borghesia e la Depressione della moglie di Mohinder
Viveva accanto ad una donna cui si era chiusa la vita davanti, e ora le andava stretta. Soffriva vicino ad una persona in gabbia, di quelle che non capiscono mai se sono loro a diventare troppo grosse, oppure se sono le gabbie a restringersi. Ignorava la disperazione di chi si è abituato a parlare con chi non ascolta. Subiva le stesse ingiurie del popolano che si rivolta in modo miope, cieco, emotivo; quella notte, insomma, rifletteva a suo modo sul ruolo storico e sociale della borghesia. Uno dei tanti pensieri notturni che Mohinder elaborava, mentre la moglie gli dormiva accanto. Era da tempo che lei soffriva di depressione, e lui non sapeva come provare a tirarla fuori da quel guscio. La condiscendenza non funzionava, ne dilatava ulteriormente l'accidia. La durezza nemmeno, poiché ne inspessiva la caparbietà. Le aveva provate tutte, tranne l'effettiva condivisione del suo stato. Mohinder ne aveva paura, era percepibile. Temeva di guardare il mostro negli occhi, e preferiva scrutarne i contorni, indovinarne le forze e le debolezze, ma senza mai confrontarcisi. Mohinder era conscio della sua caducità, di quella della moglie e dell'animo umano in generale; Intuiva il dolore della condizione umana - l'intelligenza unita all'impotenza - ma non riusciva a parteciparne realmente la sofferenza. Era il suo modo di difendersi da una realtà ostica e crudele, che spingeva gli esseri viventi a sbattersi per ottenere nulla. Aveva fede, a suo modo. Una fede consolatoria, di sapore cattolicheggiante, che vedeva il bene solo oltre la vita. Era anche un po' induista, a ben ragionare: dava un senso all'ingiustizia terrena, considerata una sorta di Purgatorio dai peccati.
A ben vedere, la reazione di Mohinder alla malattia della moglie non era altro che una fuga esistenziale dal male. Il problema serio era che - in barba al suo tanto sbandierato altruismo, su quella barca che andava verso la salvezza c'era posto solo per lui, e forse nemmeno alla moglie avrebbe permesso di scalfire il suo equilibrio. Era un egoista, della peggiore specie, ma almeno non si sarebbe mai fatto infinocchiare: Lui non era del popolo, era parte organica di quella stessa borghesia cui si ostinava a dare addosso nei suoi contorti pensieri notturni.
Welcome Back My Friends To The Show That Never Ends
Un passo per scavalcare un’asta, un secondo per i cavi, il terzo e sono fuori dalla barriera di Plexiglass. Tutt’intorno, applausi, e ancora applausi. Un inchino, e poi nei camerini, con il rumore dei piedi ad incitarci ad uscire. Sono quindici anni che suono per locali. Con un sacco di gente, oppure da solo. Con professionisti blasonati, oppure con onesti professionisti. Con musiche originali, oppure con covers. Per far ballare, o per ascolto. Di tutto, insomma.
Beh, caro Etere, ecco la riflessione che ti consegno oggi: oggi parlerò di emozioni.
Quella di trovare due amici nello stesso camerino, noi tre. Quella di poter far vedere i miei tic, le mie camminate, senza nessuna barriera, senza nessun timore di essere male interpretato (da quei due sono male interpretato da vent’anni, e - vuoi o non vuoi – stiamo ancora qua). Un palco con gli Aquatarkus è più di una macchina del tempo, come ebbi già a scrivere: è più la capacità di piegare lo spazio-tempo. E’ stare a cavallo tra il 92 e l’oggi. E’ andata bene, caro Etere. O meglio, “Ci è andata bene”: mi correggo con quel pelo di umiltà che si acquisisce con sulle spalle quindici anni in più di calci in culo presi. Solo che tra il pubblico (meraviglioso per sostegno, partecipazione ed entusiasmo) non c’era lei, e mi sono sentito tanto, tanto solo. Almeno fino a quando Giorgio – ignaro dei miei pensieri - non mi ha abbracciato, in uno dei suoi rari e preziosi slanci di affetto. Allora mi sono svegliato dal torpore, e mi sono immerso nel mio meritato bagno di folla. Si parte da sè, per poi curare il nostro esterno.
Non il contrario.





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