Sex and The City - La recensione di un Uomo
Pubblico - per fare numero - la recensione del FIlm sulle "ragazze" nelle sale in questi giorni scritto per www.crakweb.it Un maschio eterosessuale, nato dopo il 1970 e cresciuto in un ambito borghese medio-alto, che coltivi rapporti con le donne conosce le avventure di Charlotte, Carrie, Samantha e Miranda, quanto meno in via indiretta. Qualcuno è andato oltre, appassionandosi alla serie. Ora le vicende delle quattro amiche newyorkesi diventano una pellicola, stilosa, griffatissima e di una chiccheria da essere ai limiti del cattivo gusto. Attenzione, però: le scene di sesso (esplicite, ma non troppo, in piena filosofia della Serie), sono tutte ben girate e mai fine a sè stesse; sono certi cappelli o certe scarpe che indossano le protagoniste che urlano vendetta: d’altronde, tra 300 abiti indossati in due estenuanti ore e venticinque interminabili minuti, qualche caduta è ammissibile. La serie Sex and the City aveva degli spunti piuttosto interessanti: apparentemente vuoto, disperato nella ricerca di contenuti attraverso l’esame dei contenitori, ha mantenuto un livello di scrittura piuttosto elevato durante tutto l’arco della sua vita nei palinsesti. La “domanda del giorno”, perno della puntata e oggetto dell’articolo giornalistico che Carrie sviluppa in ogni episodio, era spesso interessante, e ben sviscerata dalle diverse psicologie delle quattro amiche, personaggi sfaccettati in declinazioni diverse, un perfetto banco di prova per qualsiasi concetto da stressare. Quattro voci diverse, fuse in un coro: una finestra sul mondo femminile, anche se un po’ stereotipata e portata alle estreme conseguenze. Comunque rimane illuminante su certe dinamiche tra uomo e donna: se le scarpe sono da 400 dollari oppure da 100 euro cambia poco: Elio ci ha scritto sopra una canzone, e se ridono tutti quando la sentono, un motivo dovrà pur esserci. Tecnicamente, il film ha il suo punto di forza nei costumi (opinabili per chi non è “fashion”, ma indubbiamente *tanti*) e nella fotografia: una New York sfavillante nei suoi interni ed esterni (“La quinta donna” la chiama l’autore, Darren Star), il Messico e Hollywood. Alla fine della fiera, è un’opera deludente: già dal lancio era evidente quale sarebbe stato il target della produzione: vestiti, scarpe, griffes, e apparenza. Narrativamente esiste una lettura funzionale a questo *nulla*, ma sinceramente non ci basta: non ci spingiamo oltre per non incorrere in anatemi di chi vuole andarlo a vedere al cinema. Insomma, come sipario di una serie che ha rivoluzionato la percezione dello stato di “Singletudine” femminile, che è stata resa icona del fashion, al punto di far organizzare a qualche scaltro Tour Operator degli “shopping guidati” negli stessi negozi frequentati dalle “ragazze”, ci si aspettava un acuto un po’ più fuori dalle righe. Certi situazionismi che in televisione vanno benissimo, al cinema risultano essere un po’ leggerini, mentre alcune sfaccettature nascoste nelle pieghe della recitazione, avrebbero potuto essere sfruttate di più: di fatto, è successo un po’ quello che già si era visto per i Simpson – il Film: ci si trova di fronte ad una puntata (nemmeno delle migliori) allungata e “pellicolizzata” ad arte. Nessuno si aspetti colpi di scena: un bambino che ascolta la fiaba di Cappuccetto Rosso l’ultima cosa che vuole è il colpo di scena. Ai bambini piacciono le cose entro le righe! Quindi se avete un’età mentale dai sei ai nove anni, Sex and the City è il film che fa per voi.





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