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F.O.D - Ottava Parte

di Hagi (05/10/2007 - 18:47)

Civita Castellana (Viterbo), 3 febbraio 1971.

In un appartamento nel paese vecchio, con affaccio sulla cattedrale, vicino al castello, una donna è sdraiata su un letto, in preda alle doglie del parto. Non grida. C’è una dignità nella sua sofferenza che impone rispetto a tutti i presenti. C’è il marito, che cerca di assistere una donna -(la quale sembra essere un’ostetrica); porta concitatamente avanti e indietro prima asciugamani bagnati, poi secchi di acqua tiepida. Infine ci sono -sulla porta- altre due figure: una in jeans, giacca e mocassini, l’altra con un maglione dolcevita e dei pantaloni a zampa d’elefante. Entrambi guardano la scena con apparente distacco. Ogni tanto confabulano, il più alto, quello in giacca, ha i baffi e degli occhiali da sole a goccia azzurrati, mentre l’altro è un po’ tarchiato, con i capelli ricci e biondi e un forte accento campano.

Un primo schiocco della mano sulla pelle nuda, poi un vagito e infine tanti schiocchi che diventano un piccolo applauso, non troppo convinto. Le labbra sottili della donna sembrano curvarsi in un lieve sorriso, ma nessuno dei presenti può esserne certo: le linee severe del viso, la compostezza dell’atteggiamento e la bellezza spartana, essenziale dei suoi lineamenti, velano la sua espressione, rendendola austera.

-“Ed è ‘na femminuccia”, annuncia in dialetto civitonico la forse-ostetrica, e porge il fagottino alla puerpera.

-“E’ bellissima!”
 Il papà, un uomo grande e grosso ha gli occhi neri e stellati che fiammeggiano di orgoglio: “La chiameremo Valentina, come la Tereškova, la prima donna nello spazio! Celebrerà l’ennesima vittoria contro gli imperialisti!”

La donna sembrava acoltare l’intemerata del marito. Con gli occhi chiusi e la fronte imperlata di sudore, carezzava la neonata, tenendola tra la spalla e il collo. Poi, volgendosi al marito, disse con voce flebile ma ferma:

-“Marco, che cognome avrà?”

Quella frase aveva adombrato di colpo Marco Mancini. Aveva scoccàto un’occhiata ai due uomini che stavano sulla porta, adesso imbarazzati, visibilmente.

-“Adesso cerca di riposare, amore. Devi essere stanca. Io faccio due chiacchiere coi nostri amici, qui...”

-“I tuoi amici”, replicò l’esausta donna, prima di piombare in un sonno profondo. L’infermiera, intuìta la malaparata, trovò una scusa per dileguarsi; 
-“ vò dellà li ‘ddò regazzino a guardallo, so già le cinque, o’ dovemo svejallo” : poi sparì, chiudendosi la porta alle spalle.

L’uomo chiamato Marco Mancini rimboccò le coperte alla sua donna, ora anche la piccola Valentina dormiva, e indugiò un po’ a guardarle. Poi si voltò verso i due uomini, e fece cenno loro di uscire in silenzio. I due lo precedettoro nell’ampia cucina, che nelle case di paese – si sa –funge anche da ingresso di casa.

L’uomo era fuori di sè,  si sforzava di mantenere il controllo, ma mano a mano che il tempo passava, gli riusciva sempre più difficile. Ora li guardava in maniera torva, tale da metterli in soggezione. Ed erano in due, entrambi armati.

-“Mia moglie ha partorito la mia  figlia femmina di nascosto, in una casa di un paese sperduto, che con noi non ha nulla a che vedere. Non posso nemmeno andare all’anagrafe, per avvertire la società civile dell’arrivo di Valentina, perché mi potrebbero ammazzare; a anche se potessi, non saprei nemmeno che nome lasciarle. Perché non ho l’identità sicura che mi è stata promessa. E in tutto questo – l’ho già detto?- mi potrebbero ammazzare...”

-“Devi portare ancora pazienza, Mancini. Lo sai che noi non ci possiamo fare niente, ci dispiace quanto a te”;

Era stato l’uomo coi baffi a parlare, mentre il suo compare annuiva in maniera fin troppo convinta. Mancini serrò la mascella, socchiudendo gli occhi. Gli prudevano le mani, mentre pensava alla sua donna che dormiva in un letto di un appartamento squallido, in un paese senza sbocchi, sotto stretto controllo 24 ore al giorno, pure durante il parto della figlia tanto attesa.

-“No, brutto stronzo. Non dirlo nemmeno per scherzo. Tu non sai cosa sto passando, per colpa vostra. Forse non potete farci nulla, ma siete dei maledetti ingranaggi dello stesso meccanismo perverso e stritolante. Siete funzionali al sistema marcio e schifoso che fate fonta di voler combattere. Parlate di ordine democratico, e progettate un colpo di stato. Paventate il rischio di una dittatura comunista, e mandate dispacci ai militari per tenersi pronti. Rappresentate chi dovrebbe garantire la pluralità, e poi mettete le bombe sui treni”.

Adesso Mancini si stava scaldando davvero, e i due istintivamente misero le mani sulle fondine, cosa che lo fece uscire di testa:

-“Siete in due, armati, e avete già paura di me? Beh, fate bene. Perché quando questa cazzo di storia sarà finita, potete scommettere che vi verrò a cercare. E sarà meglio per voi che non vi trovi. Mai.”

-“Non fare lo stronzo, Mancini. Se sei ancora vivo, e tua moglie con te, è solo per benevolenza nostra...”

-“E qui che ti sbagli, sapendo di sbagliare. Se sono ancora vivo, è perché io ho delle cose che non dovrei avere, e VOI non sapete dove sono. E sapete pure che se mi succede qualcosa, arriverà un bel ciclostile a TV e giornali di tutta Europa: nomi e cognomi, cariche, responsabilità... Tutto nel culo di... Indovina di chi?”

Il poliziotto baffuto ebbe uno scatto d’ira. Si fece a pochi centimetri dalla faccia di Mancini, sibilandogli poche parole:

-“Prima o poi farai uno sbaglio, figlio di puttana. E allora sarai fatto. Poi penseremo anche a tua moglie. E’ solo questione di tempo; se non sarà lei, sarà la piccola... Com’è che l’hai chiamata?”

Adesso l’avevano davvero fatto incazzare.

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