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Archivio Ottobre 2007

Levi-Prodi III - La petizione da firmare

di Hagi (29/10/2007 - 10:08)

Questo LINK porta alla petizione on-line da firmare per esprimere il dissenso telematico a quel capolavoro di disegno di legge presentato in Parlamento inerente la riorganizzazione della libertà d'opinione.

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Ulteriori informazioni sulla Levi-Prodi

di Hagi (24/10/2007 - 16:22)

Le trovate a questo indirizzo:
http://www.diggita.it/story.php?title=Salviamo_Internet_e_i_blog_firmiamo_la_petizione_contro_la_legge_Levi-Prodi_e_Obbligo_Iscrizione_Al_ROC

A presto per la XI Parte (e un mondo migliore.)

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Disegno di Legge Levi-Prodi

di Hagi (23/10/2007 - 12:53)

Buongiorno, Etere.
A quanto pare, tra un po' ci separeranno. Oddìo, magari a noi due no, visto che all'entrata in vigore della legge di cui parlerò tra poco (al momento solo un Disegno approvato dal Consiglio dei Ministri della Repubblica) sarò giornalista "conclamato", quindi - almeno in teoria - in grado di tenere un dialogo con la rete. Che sarà composta da soli giornalisti. Pensa che palle.
Insomma, tra un po' sarà finita anche la sola illusione di una pluralità di pensiero, almeno sul campo virtuale della rete. Una bella vittoria per tutti. Per i tecnici-Fricchettoni del M.I.T degli anni sessanta, che sognavano un modello sociale reticolare e egualitario ispirato dalla tecnologia; Per i tanti detentori di Blog, che credevano di migliorare il mondo con delle valutazioni personali, che ora diventano non degne se non suffragate da corporativismi da tesserino. Per tutti coloro i quali hanno creduto ad un'opportunità di "sviluppo umano", grazie alle sinergie permesse dalla rete.

-Insomma, un'inculata grande così!-

Ora io - caro etere - ho mandato al responsabile putativo di questa bravata una mail che non verrà letta. Credo possa interessare te, visto che sei chiamato in causa, e visto che si mette in dubbio la tua esistenza così come la conosciamo. La Cina è vicina. Ma non solo per le Ferrari contraffatte, a quanto pare. Ecco la copia della lettera. Saluti e Baci.
___________________________________________________________________________

Alla C.A dell'Onorevole R.F. Levi

Questa mail è indirizzata a lei, ma è scritta al plurale, poiché non amo responsabilizzare le individualità, bensì i gruppi che esse rappresentano. Benché il DDL del 3 agosto rechi la sua firma, sono quasi certo che esprima una scelta ampiamente condivisa dalla vostra coalizione di governo: mi indirizza in questo senso il silenzio sotto cui è stata approvata dal Consiglio dei Ministri il 12 ottobre.
Sono stato un elettore ulivista, ed ero, fino ad oggi, un cittadino di sinistra alle prese con una crisi di coscienza riguardo al Partito Democratico, e all'idea di Centro-Sinistra tout Court. Devo ringraziarLa, poiché con la sua iniziativa (cui non do un aggettivo, per non incorrere in un rischio di querela) ha dato un colpo definitivo alla mia già traballante fiducia in questo partito "Rosa".

Il solo disegno di legge, le sole modalità con cui è stato presentato (ad agosto, senza alcun dissenso da nessuna parte politica, e nel perfetto silenzio dell'informazione ufficiale - ovviamente) mi fa VERGOGNARE di aver votato per voi le passate politiche. Un'idea del genere è per sua natura antidemocratica e burocratizzante. La definirei "Cinese", se non fosse che i cinesi hanno in piedi una questione morale; sono più degni di rispetto di chi ha abusato di termini come libertà, democrazia e pluralismo per raccattare qualche voto. Non vuote parole, ma idee per cui della gente è morta, o ha fatto il carcere; i padri della Repubblica hanno combattuto una guerra civile per consegnarci un ordinamento che garantisse la massima equità, rappresentatività e uguaglianza sociale possibile. Ne avete fatto scempio, e state ancora sui vostri scranni.

Poi c'è Beppe Grillo. Un comico DOVREBBE fare il comico. Ma a quanto pare, l'Italia dei comici non può fare proprio fare a meno. Berlusconi non si fa vedere, e Prodi non fa ridere nessuno, quindi arriva Grillo, che fa ridere molto di meno, ma almeno conosce la tecnica. Populista? Sicuramente si. Ma se non ci fosse stato il suo Blog (nei confronti del quale mi sembra in atto un'offensiva governativa, ma forse sto facendo della Fantapolitica), io non avrei saputo nulla di tutto ciò. Eppure sono un lettore di giornali, anche se non troppo avido.

Credevo che Berlusconi fosse la cosa peggiore che potesse capitare all'Italia: in realtà non ci può essere niente di peggio di chi - proclamandosi di Sinistra - insegue la destra sul suo terreno. Scarsezza di idee? Pochezza ideologica? O tutte queste cose insieme?

Su una cosa Grillo ha ragione: siete dei Dipendenti dei cittadini, ma a quanto pare il vizietto di scavalcare la volontà popolare non è prerogativa esclusiva delle destre.

Non vi rivoterò MAI, e farò tutto quello che potrò per levarvi voti. Propaganda gratuita, ma forte in virtù del RANCORE che ho nei vostri confronti. Rancore che - credetemi - vi siete guadagnati. Avete tradito 17 anni di appoggio, quello che vi ho dato a partire dal mio primo voto. Complimenti, bel lavoro!


Anadi Mishra
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F.O.D - Decima Parte

di Hagi (17/10/2007 - 15:24)

Cermentini sembrava un serpente che cerca di uscire dalla pelle vecchia per far prendere aria a quella nuova: il suo tic adesso sembrava essere esasperato. Ogni parte del corpo cercava di uscire fuori dai vestiti, dando vita ad una danza grottesca, sguisciante.

-“Si chiama Marco Mancini. Per lo meno, quello era quanto scritto sul biglietto trovato nella cassetta di sicurezza L’ho chiamato, appena scoperto dove viveva la ragazza. Quando l’ho sentito, ho capito che si trattava di un professionista. Non solo è riuscito a non lasciare tracce elettroniche dei nostri scambi via e-mail, ma conosceva tutte le tecniche di persuasione morbida che ho usato: non si è sbottonato mai, non ha dato punti di riferimento e ha parlato tanto senza dare elementi utili alla sua identificazione. Sono tecniche dei Servizi, e lui le conosce, alla perfezione”.

Ferri si sentì ulteriormente preso in giro, pensando alla facilità con cui l’investigatore era riuscito a conquistare la sua fiducia. Si irrigidì.

“Dopo avere infilato la busta sotto la porta della ragazza, sempre seguendo le sue istruzioni, avrei dovuto chiamarlo: l’ho fatto, ma mi è stato detto che stava operando”

-“Quindi è un medico” osservò Ferri;

-“Quindi la sua copertura è di medico; le ripeto che si tratta di un professionista”

-“E quindi?” Ferri ascoltava attentamente:

-“Quindi ho provato a richiamare il giorno dopo, che sarebbe ieri. Ma al solito numero mi ha risposto un’altra donna, non quella con cui avevo sempre parlato, che mi ha detto che Mancini non lavorava più lì.  Mi ha detto che n’era andato, senza lasciare recapito”.

-“A chi corrisponde quel numero di telefono?” Ferri quasi si vergognava della banalità della domanda.

-“Non lo so. E’ un numero riservato, e ho chiamato un ex collega in polizia, per avere l’intestazione. Ma non mi ha ancora richiamato”, e così dicendo, buttò un’altra occhiata –l’ennesima – al display del cellulare:

-“Ma potrebbe non richiamarmi mai; non sono benvisto, dagli ex-colleghi!”

-“Perché intende ritrovare Valentina? Ha preso un anticipo bello congruo, per pochi giorni di lavoro. Potrebbe lasciar perdere...” Ferri si interrogava sui motivi che avrebbero potuto rendere appetibile il ritrovare la ragazza; -“cerca riscatto dai suoi ex-colleghi?”

Cermentini sorrise: -“non credo sarebbe sufficiente... Semplicemente, qualcosa mi dice che c’è qualcosa di grosso che bolle in pentola. E non mi è mai piaciuto agire senza cognizione di causa.” Gli occhi dell’investigatore scintillavano: “Ecco, mi piacerebbe far pentire il "Signor-Dottor" Mancini di aver chiamato proprio me. La metta così, Ferri: è una questione di principio”.

***

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F.O.D - Nona Parte

di Hagi (14/10/2007 - 00:14)

Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. 

Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974. 

Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpes, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia, infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti. 

Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969), e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974). 

Io so i nomi del gruppo di potenti che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci e della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il 1968, e, in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del referendum. 

Io so i nomi di coloro che, tra una messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neofascisti, anzi neonazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine ai criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). 

Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi bruciavano), o a dei personaggi grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli. 

Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killers e sicari. 

Io so tutti questi nomi e so tutti questi fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli. 

Io so.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che rimette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il "progetto di romanzo" sia sbagliato, che non abbia ciò attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il 1968 non è poi così difficile... 



Daniele Ferri lesse la lettera. Era scritta su un’Olivetti, forse una lettera 32; aveva i margini molto larghi, ed era scritta da tutti e due i lati, per far entrare tutto il testo. Non sembrava carta carbone, ma proprio l’inchiostro del nastro della macchina da scrivere; si trattava di un’originale. Il foglio era ingiallito e indurito nel centro: tutto faceva pensare che fosse un reperto degli anni di piombo.

-“Primo:Questo è Pasolini. Credo di averlo già letto...
-“Secondo: Mi sembrava più lungo...
-“Terzo: Vediamo se c’è sugli Scritti Corsari?

Davanti a qualsiasi espressione di letteratura, Ferri pensava rapidamente. Aveva davanti Cermentini che parlava, ma lui lo ascoltava solo distrattamente, mentre muoveva con passo sicuro verso una delle sue enormi librerie, nel salone grande, quello con le finestre sempre chiuse e i lenzuoli a coprire i divani. Non ci entrava da un paio di mesi, da quando aveva avuto bisogno di trovare "La Notte che bruciammo Chrome", di Gibson. Perché Ferri era legato ai suoi libri da un vincolo di bisogno, non di piacere.

Trovò una vecchia edizione, forse addirittura la prima, datata 1975, comprata usata ai tempi del Liceo. Cominciò a sfogliarla, mentre continuava ad ascoltare Cermentini sfogare su di lui la sua frustrazione:

-“Il contatto col cliente è stato atipico: mi ha agganciato via e-mail, con un indirizzo fake, cui non sono riuscito a risalire (si è appoggiato su un server  croato, bucandolo, da un indirizzo IP spoofato).

Ferri alzò lo sguardo dal libro che aveva tra le mani, e guardò l’investigatore con l’espressione di quello che -dopo un’ora di fila in circoscrizione per ritirare un documento inutile- sente l’impiegato dargli istruzioni in Swahili. Cermentini parve non accorgersene:

“Mi ha dato le coordinate per raggiungere una cassetta di sicurezza dell’areoporto. Dentro c'erano tre buste, accompagnate da un biglietto di istruzioni. Una, bianca, conteneva 5.000 euro in contanti come acconto. In una rossa, che avrei dovuto aprire, c’era questa lettera dattiloscritta; infine un’ultima busta (gialla e sigillata),  da infilarle sotto la porta di casa, senza aprirla: c'era scritto sul biglietto, insieme al numero di telefono cui contattarlo”.

-“...Era scuro. C’era la lampadina rotta...

Ferri realizzò dove aveva visto l’investigatore in precedenza: Cinque giorni prima, la sera antecedente la scomparsa di Valentina, gli aveva tenuto il portoncino aperto. Aveva lo stesso cappello a tesa medio-larga, e un impermeabile lungo; era salito al quarto, ma poi Ferri ricordava di aver sentito l’ascensore fermarsi al suo piano (dopo qualche minuto che egli era entrato), e poi la porta di ferro sbattere abbastanza violentemente. Voleva uscire, ma poi era stato vinto dalla pigrizia;

-“Si, ne ero sicuro! Ecco dove l’ho vista.  Da quant’è che la seguiva?”

Cermentini si stirò la schiena. Era un tic che gli prendeva quando era messo alle strette.

-“Ci ho messo poco a rintracciarla: come ha detto lei, è una ragazza normale, che non sembra animata da un bisogno particolare di far perdere le proprie tracce”.

-“Mi ha parlato di un numero di telefono: chi ci risponde?” Ferri cominciava a perdere la pazienza: 

- “Insomma, CHI LA PAGA?”

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F.O.D - Ottava Parte

di Hagi (05/10/2007 - 18:47)

Civita Castellana (Viterbo), 3 febbraio 1971.

In un appartamento nel paese vecchio, con affaccio sulla cattedrale, vicino al castello, una donna è sdraiata su un letto, in preda alle doglie del parto. Non grida. C’è una dignità nella sua sofferenza che impone rispetto a tutti i presenti. C’è il marito, che cerca di assistere una donna -(la quale sembra essere un’ostetrica); porta concitatamente avanti e indietro prima asciugamani bagnati, poi secchi di acqua tiepida. Infine ci sono -sulla porta- altre due figure: una in jeans, giacca e mocassini, l’altra con un maglione dolcevita e dei pantaloni a zampa d’elefante. Entrambi guardano la scena con apparente distacco. Ogni tanto confabulano, il più alto, quello in giacca, ha i baffi e degli occhiali da sole a goccia azzurrati, mentre l’altro è un po’ tarchiato, con i capelli ricci e biondi e un forte accento campano.

Un primo schiocco della mano sulla pelle nuda, poi un vagito e infine tanti schiocchi che diventano un piccolo applauso, non troppo convinto. Le labbra sottili della donna sembrano curvarsi in un lieve sorriso, ma nessuno dei presenti può esserne certo: le linee severe del viso, la compostezza dell’atteggiamento e la bellezza spartana, essenziale dei suoi lineamenti, velano la sua espressione, rendendola austera.

-“Ed è ‘na femminuccia”, annuncia in dialetto civitonico la forse-ostetrica, e porge il fagottino alla puerpera.

-“E’ bellissima!”
 Il papà, un uomo grande e grosso ha gli occhi neri e stellati che fiammeggiano di orgoglio: “La chiameremo Valentina, come la Tereškova, la prima donna nello spazio! Celebrerà l’ennesima vittoria contro gli imperialisti!”

La donna sembrava acoltare l’intemerata del marito. Con gli occhi chiusi e la fronte imperlata di sudore, carezzava la neonata, tenendola tra la spalla e il collo. Poi, volgendosi al marito, disse con voce flebile ma ferma:

-“Marco, che cognome avrà?”

Quella frase aveva adombrato di colpo Marco Mancini. Aveva scoccàto un’occhiata ai due uomini che stavano sulla porta, adesso imbarazzati, visibilmente.

-“Adesso cerca di riposare, amore. Devi essere stanca. Io faccio due chiacchiere coi nostri amici, qui...”

-“I tuoi amici”, replicò l’esausta donna, prima di piombare in un sonno profondo. L’infermiera, intuìta la malaparata, trovò una scusa per dileguarsi; 
-“ vò dellà li ‘ddò regazzino a guardallo, so già le cinque, o’ dovemo svejallo” : poi sparì, chiudendosi la porta alle spalle.

L’uomo chiamato Marco Mancini rimboccò le coperte alla sua donna, ora anche la piccola Valentina dormiva, e indugiò un po’ a guardarle. Poi si voltò verso i due uomini, e fece cenno loro di uscire in silenzio. I due lo precedettoro nell’ampia cucina, che nelle case di paese – si sa –funge anche da ingresso di casa.

L’uomo era fuori di sè,  si sforzava di mantenere il controllo, ma mano a mano che il tempo passava, gli riusciva sempre più difficile. Ora li guardava in maniera torva, tale da metterli in soggezione. Ed erano in due, entrambi armati.

-“Mia moglie ha partorito la mia  figlia femmina di nascosto, in una casa di un paese sperduto, che con noi non ha nulla a che vedere. Non posso nemmeno andare all’anagrafe, per avvertire la società civile dell’arrivo di Valentina, perché mi potrebbero ammazzare; a anche se potessi, non saprei nemmeno che nome lasciarle. Perché non ho l’identità sicura che mi è stata promessa. E in tutto questo – l’ho già detto?- mi potrebbero ammazzare...”

-“Devi portare ancora pazienza, Mancini. Lo sai che noi non ci possiamo fare niente, ci dispiace quanto a te”;

Era stato l’uomo coi baffi a parlare, mentre il suo compare annuiva in maniera fin troppo convinta. Mancini serrò la mascella, socchiudendo gli occhi. Gli prudevano le mani, mentre pensava alla sua donna che dormiva in un letto di un appartamento squallido, in un paese senza sbocchi, sotto stretto controllo 24 ore al giorno, pure durante il parto della figlia tanto attesa.

-“No, brutto stronzo. Non dirlo nemmeno per scherzo. Tu non sai cosa sto passando, per colpa vostra. Forse non potete farci nulla, ma siete dei maledetti ingranaggi dello stesso meccanismo perverso e stritolante. Siete funzionali al sistema marcio e schifoso che fate fonta di voler combattere. Parlate di ordine democratico, e progettate un colpo di stato. Paventate il rischio di una dittatura comunista, e mandate dispacci ai militari per tenersi pronti. Rappresentate chi dovrebbe garantire la pluralità, e poi mettete le bombe sui treni”.

Adesso Mancini si stava scaldando davvero, e i due istintivamente misero le mani sulle fondine, cosa che lo fece uscire di testa:

-“Siete in due, armati, e avete già paura di me? Beh, fate bene. Perché quando questa cazzo di storia sarà finita, potete scommettere che vi verrò a cercare. E sarà meglio per voi che non vi trovi. Mai.”

-“Non fare lo stronzo, Mancini. Se sei ancora vivo, e tua moglie con te, è solo per benevolenza nostra...”

-“E qui che ti sbagli, sapendo di sbagliare. Se sono ancora vivo, è perché io ho delle cose che non dovrei avere, e VOI non sapete dove sono. E sapete pure che se mi succede qualcosa, arriverà un bel ciclostile a TV e giornali di tutta Europa: nomi e cognomi, cariche, responsabilità... Tutto nel culo di... Indovina di chi?”

Il poliziotto baffuto ebbe uno scatto d’ira. Si fece a pochi centimetri dalla faccia di Mancini, sibilandogli poche parole:

-“Prima o poi farai uno sbaglio, figlio di puttana. E allora sarai fatto. Poi penseremo anche a tua moglie. E’ solo questione di tempo; se non sarà lei, sarà la piccola... Com’è che l’hai chiamata?”

Adesso l’avevano davvero fatto incazzare.

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