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F.O.D - Settima parte, (bella lunga - Godi Popolo...)

di Hagi (28/09/2007 - 16:24)

Continuava a guardare il cane, che non smetteva di fargli le feste. Ferri aveva le mascelle e i pugni serrati, Cermentini sorrideva, ma in modo diverso, beffardo, e con gli  occhi seri loro malgrado. Aveva fatto la classica cazzata, di quelle che gli avevano impedito una carriera brillante in polizia. All’investigativa c’era entrato, e aveva avuto modo persino di mettersi in luce, grazie ad un intuito assolutamente inaspettato, a dar retta alla fisiognomica. Il suo problema era la distrazione. Dal tempo delle pagelle alle elementari, non aveva avuto tregua:

-Acuto, intelligente e volenteroso, non ottiene i risultati sperati a causa della sua distrazione-.

Aveva lasciato la polizia dopo il caso del maniaco degli ascensori; aveva seguìto una traccia flebile, invisibile e delirante per chiunque altro. Si ricordava di aver letto, quando era ragazzino, negli anni settanta, un fumetto porno, il cui protagonista violentava delle donne negli ascensori:  dopo le sue malefatte, sentiva il bisogno di raccontarle ad una prostituta. Il fulcro di quel racconto (che Cermentini ricordava piuttosto bene) era un transfert con la madre, anche piuttosto ingenuo.

L’allora investigatore Cermentini aveva fatto appostamenti, fotografato centinaia di clienti, e dopo un confronto tra gli orari delle aggressioni, aveva identificato uno zingaro, che dopo ogni segnalazione, andava sempre dalla stessa ragazza sulla Tiburtina. Un caso che sembrava destinato a rimanere insoluto pareva avere un colpevole. Peccato che volle fare tutto da solo. Peccato che era imbranato. Peccato che – dopo l’arresto, portando il criminale (ancora senza nome) in caserma, aveva sbagliato strada, finendo – guarda il caso – proprio in un campo nomadi.
Dopo averlo bendato e gonfiato di botte, alcuni zingari coprirono la fuga dell’uomo, rimasto senza nome (non avendo fatto in tempo a compiere degli accertamenti); da allora, il maniaco degli ascensori sarebbe scomparso per sempre. Ma senza aver fatto un giorno di galera.

Alla fine della fiera il povero Cermentini si era trovato estromesso dall’investigativa, seduto dietro una scrivania e sottoposto ad un mobbing talmente feroce da essere costretto a dare le dimissioni.

-“Ascolti, io devo trovare quella ragazza. E’ di vitale importanza....”

-“Per chi?” Ferri si aspettava, più o meno, quelle stesse parole. Non aveva chiara la situazione, mentre Rocco sembrava ora molto più sulle sue, e cominciava a sottrarsi all’affetto un po’ leggero di quell’umano tanto buffo.

-“E’ quasi una settimana che manca da casa. La polizia la cerca, e io non so minimamente dove possa essere. Posto che – financo lo sapessi – non glielo direi mai.”

-“Lei non capisce....” farfugliò l’investigatore

–“E allora si spieghi meglio”-  fu l’asciutta replica del vicino di casa di Valentina Itri.

Il buffo omino sembrò annuire:

-“Non adesso, e non qui. Ora devo assolutamente trovarla.”

Ferri non era affatto impressionato, ma neanche impaurito o preoccupato. In qualche modo, avvertiva che quell’uomo cercava Valentina come tutti. Cercava una persona che sembrava essersi volatilizzata, senza motivo.

***
-“L’ultima volta che l’ho vista è stato sei giorni fa. Portavo il cane, e l’ho vista alla finestra. Guardo sempre, quando rientro, è una delle occasioni per salutarci...” Nella cucina di Daniele Ferri, la caffettiera aspettava di borbottare sul fuoco, mentre Cermentini si era accomodato al posto del tavolo dove normalmente il padrone di casa mangiava.

-“il giorno dopo non l’ho vista, ma l’ho sentita scendere le scale per andare al lavoro”.

Ferri era appoggiato al vecchio lavabo di peperino, e aveva offerto una Stop all’ospite, che aveva declinato, preferendo le sue americane leggere. C’era odore di fumo stantìo, in quella casa. L’odore del celibato ineluttabile, quello da cui non si torna più indietro. Un po’ di cane, un po’ di sigarette senza filtro, e molto odore di chiuso. Poi, finalmente, era arrivata all’olfatto dei due la fragranza che accompagnava il fumo  proveniente dal becco della caffettiera. Fu l’odore che permise agli occhi di Cermentini di liberarsi di quella patina malinconica che avevano preso, appena egli era entrato lì.

***

L’investigatore era stato sposato, una volta, ma il matrimonio non aveva retto il periodo nero del mobbing in polizia. Non aveva mai smesso di incolparsi di questo. Sapeva di essere responsabile del fallimento della sua vita relazionale, e non era mai riuscito a perdonarselo. La sua adorata Alessandra era andata via, tornata dalla madre a Como, e non era riuscita a ricrearsi una sua vita. Era come se Cermentini le avesse rubato gli anni più belli, per poi precipitarla in un vicolo cieco. Era stato lui ad allontanarla, ne era certo. Per paura di farle male, per la preoccupazione di farsi vedere sfiorire sotto lo schiaffo di un ambiente lavorativo diventato tutto d’un tratto ostile. Cermentini era coraggioso, ma gli mancava il coraggio indispensabile per una donna, quello di non farla andare via. Alessandra, tra le lacrime, ci aveva messo un quarto d’ora per percorrere in quindici metri che separavano la sua porta dall’androne del palazzo. E lui non le era corso dietro. In quel momento stava sentendo crollare la sua vita, insieme alle sue gambe, ma non era riuscito a fermarla. E quell’uomo buffo, divenuto d’un tratto piccolo piccolo si era ritrovato, senza preavviso e senza preparazione alcuna, senza domani.

-“Quanto zucchero?”

Ferri aveva scosso il suo interlocutore da quella strana atarassia in cui era piombato, e lo aveva fatto apposta.

-“Grazie, lo prendo amaro. Scusi, sa, ma stavo pensando a come scoprire dove sia finita quella ragazza”.

-“Anzitutto, perché non mi dice chi la paga? Valentina ha avuto una vita perfettamente normale, prima di questa maledetta settimana... Chi potrebbe essere interessato a lei? non è ricca, non ha nemmeno più i genitori!”.

Ferri stava scoprendo un attaccamento forte a quella ragazza. Un’intimità che stava uscendo dall’ambito del fugace e del cordiale, per addentrarsi in un terreno molto più pernicioso. Si era reso conto che erano orfani tutti e due, e questo li rendeva un po’ fratellli. Era come se – attraverso Valentina – Ferri provasse ad uscire da quella solitudine che gli era rimasta appiccicata dalla morte dell’amata madre, molti anni prima. Un anélito di vita, uno scopo da raggiungere. Quant’è che gli mancava? Era ostaggio di questi pensieri, quando – quasi meccanicamente – si rivolse all’occhio privato:

-“Mi dica chi la manda, e perchè.”

Era nervoso. Aveva condotto quell’uomo a casa sua: un investigatore che cercava una ragazza scomparsa nel nulla per conto di una persona che non voleva uscire allo scoperto. Gli sembrava la trama di un giallo. Ma Ferri era un lettore accanito e compulsivo. Nulla lo stupiva davvero fino in fondo, e in quell’occasione non fece eccezione: Lui poteva diventare qualunque personaggio, vi si immedesimava a tal punto da poter cambiare sistema di riferimenti, acquistando quello di un Sam Spade , Philip Marlowe , di Maigret , o di Nicholai Hel . Non si stupiva più quando assaporava il sadismo sciatto dei nemici di Duca Lamberti  con un certo compiacimento: Daniele Ferri non si stupiva più di nulla da tempo, ormai. Ma era assolutamente curioso: che fine aveva potuto fare la sua vicina? Perché la cercava la polizia da un lato e quel buffo ometto che aveva davanti dall’altro? Sentiva di avere un ruolo chiave, in quella vicenda, ma non riusciva a metterlo a fuoco.

“Non riesco davvero a capire chi possa avere interesse ad indagare sulla vita privata di Valentina. Non è certo tipo da nascondere qualcosa...”

Fu una risata sguaiata, intollerabile, ad interrompere le elucubrazioni di Ferri, che tornò a irrigidirsi.

-“Mi scusi, sa... E’ una risata isterica”. Cermentini si fece nuovamente serio, e di colpo; andava soggetto a dei cambi d’espressione tanto repentini da mettere in soggezione chiunque parlasse con lui:  “Vede, dottore, così va la vita di città. Siamo tutti come galline in un pollaio, non sappiamo assolutamente nulla gli uni degli altri, ma passiamo la vita ad illuderci di conoscere il nostro prossimo. E invece non è così”.

Ferri non ci stava a farsi incalzare in quel modo, per di più in casa sua; con chi credeva di avere a che fare, quel tipo? Con un coglione? Assunse un’espressione odiosa. Sapeva essere davvero antipatico, e lo sapeva:

-“Adesso mi sembra davvero di essere nel salotto di Rispoli. Mi si mette a pontificare sulla società inurbata, adesso? Non sono per niente d’accordo. E’ una banalità bella e buona: solo sul mio pianerottolo si affacciano 4 appartamenti, contigui. Il fatto di potersi fare gli affari propri è una via di mezzo tra un luogo comune e una pia illusione! Glielo dico io!” Gli occhi di Ferri brillavano, vividi; era sempre stato bravo a mettere a posto le persone.

-“Allora, visto che non è d’accordo, mi racconti un po’” –
 lo sfidò Cermentini estraendo un’altra sigaretta dal pacchetto dorato – “...dunque, mi parli un po’ del padre di Valentina Itri” - 

E poi, avendo colto un moto di rabbia impotente in Ferri:

-“No, aspetti, facciamo così; mi dica solo come si chiama”

Ferri lo guardò, interrogativo e indispettito: -“Vuole dire come si chiamava...”

Cermentini sorrise:

-“Già, come si chiamava...”

Poi rimise la sigaretta nel pacchetto, senza distogliere mai lo sguardo dal padrone di casa.

-“Si segga”; prese il cellulare, doveva assicurarsi di non avere ricevuto telefonate, prima di metterlo in modalità silenziosa; poi si rivolse solennemente a Ferri:

-“Da qui parte una storia che non so dove mi porterà: è sicuro di volerci stare dentro? Me lo chieda, e io uscirò da quella porta, e le garantisco che non mi vedrà né sentirà mai più”.

Ferri lo guardava; non aveva la benché minima intenzione di ritirarsi, e si vedeva; Cermentini estrasse dalla tasca della camicia un pezzo di carta e lo mostrò all’interlocutore:

-“Rien ne va Plus, dottor Ferri!”

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