F.O.D - Quinta Parte
Portava persino il cognome della madre. Quel padre lontano, incidentale, non aveva lasciato neanche traccia in anagrafe. Come mai, proprio in quei giorni, il pensiero di quella figura lontana la stava assalendo, ad intervalli sempre più regolari? A distanza di vent’anni dalla sua scomparsa, era scattato qualcosa, come un meccanismo di sblocco, che aveva cominciato a farle elaborare la perdita, o meglio la mancata appartenenza. Valentina provava a ricostruire le sue giornate, ma non riusciva a trovare il filo in quella successione senza senso di visioni che le affollavano la testa. Il vicino col cane. Il panorama della vetrata sull’Aventino. L’odore di acqua di colonia. E poi quella luce verde, di ospedale da film dell’orrore anni settanta.
Si trattava di brandelli scomposti di una visione delirante, di cui Valentina Itri avvertiva l’esistenza di un unico filo conduttore, che cercava con ostinazione.
– “Tutto questo non ha senso” pensava ad alta voce. Ma quanta fatica le costava? “TU...TTO QUESSSTO..... N’N’ SENSH...” fu il suono che avvertì nelle proprie orecchie, contemporaneamente ad uno sforzo disumano delle corde vocali. Dove si trovava? Le era sembrato di stare in macchina, e poi alla sua postazione. Ora, tutto quello che vedeva, era una patina opaca di fronte ai suoi occhi. Occhi serrati da palpebre pesantissime. “tutto questo... non....ha....”
– “dieci, nove, otto, sette, sei, cinque.....”
Filtrava del verde, da sotto quella pellicola fastidiosissima che sentiva sugli occhi, insieme a una luce ronzante e violenta, che sembrava investirla in piena faccia. E il caldo opprimente che aveva realizzato di avere, si stava trasformando in un freddo febbricitante, scomposto.
- “quattro, tre, due, uno....”
E la sveglia suonò. E continuò a suonare.
Daniele Ferri allungò un braccio cercando la sveglia, e la spense con grazia, come sempre. Di là, il cane non sembrava averla sentita: Rocco aveva sempre russato, e lo continuava a fare. A dieci mesi, ricordava il dottor Ferri, era stato costretto a metterlo a dormire nella vecchia stanza della madre, che era diventata una stanza degli ospiti dopo la morte di quest’ultima, sul finire degli anni ottanta. Siccome Ferri di ospiti non ne aveva mai, era stato il cane a prendere possesso della camera, più grande di quella del padrone ma in stato di semiabbandono.
Dall’altra parte della casa, Ferri aveva tenuto la camera di quando era stato ragazzo, opposta a quella del cane e attigua a quella di Valentina. Gli piaceva sentire i ruomori della ragazza, c’era tra di loro una specie di intimità, difficile da spiegare: lei era arrivata sul suo pianerottolo che era bambina, mentre lui era un ragazzo di belle speranze che viveva con la madre vedova. Allora fu la sorte a mettere accanto il dottor Ferri e Valentina: lei era andata ad occupare proprio la stanza attigua a quella del vicino. Da allora, però, si era creata una curiosa forma di simbiosi tra i due: una specie di “Patto Silente”, fatto di sorrisi a mezza bocca o sguardi d’intesa, quando lui la sentiva rincasare la mattina, oppure fare sesso adolescenziale negli interminabili pomeriggi d’agosto, con i genitori fuori e lei a Roma, per riparare latino a settembre. Lui, d’altra parte, sapeva che Valentina lo aspettava alla finestra, mentre lui tornava dalla passeggiata col cane. Era un’abitudine.
Anni di silenziose complicità. E ora tutto sembrava essere finito, da un giorno all’altro. Dall’altra parte della casa, Rocco sbuffò, mugugnò, latrò, si alzò, sbadigliò, si rigirò, e ripiombò nel sonno. Daniele Ferri, il dottore, si scosse da quello strano torpore, si alzò dal letto, mise su il caffé guardò il calendario del frate indovino che aveva dietro la porta della cucina. Fece qualche calcolo a mente, e ricostruì.
Dall’ultima mattina che aveva visto Valentina andare al Lavoro, erano passati cinque giorni. Cinque giorni in cui il telefono della vicina aveva squillato senza sosta nelle ore d’ufficio, cinque giorni di visite di ragazzi con facce preoccupate che si attaccavano al citofono, senza risposta. Si era sorpreso più volte a cercare di annusare un odore di morte, senza percepirlo mai. Era finito addirittura ad attaccare l’orecchio alla parete della sua stanza, per cercare di avvertire qualche movimento nella casa: niente, non c’era nessuno.
Beppegrilleide
E finalmente i media si accorsero del popolo di Grillo! E i giornali uscirono con i titoli su Grillo. E Vespa e Mentana dedicarono il loro programmi di approfondimento a Grillo. E la politica cominciò a fare dell’autocritica, quando Grillo, al Festival dell’Unità, raccolse applausi (invece di fischi) criticando apertamente e duramente i padroni di casa. Sembrava una rivoluzione: i media tradizionali pressati fino all’asfissia dai nuovi media, quelli interattivi e consapevoli del popolo dei Bloggers; il trionfo dell’antipolitica, rito mediatico con Grillo Officiante e il libro “La Casta” di Stella e Rizzo sua Bibbia; Prodi e Berlusconi messi sullo stesso piano, di fronte a platee urlanti e adoranti, finalmente di fronte ad una voce schietta, che arrivava al cuore delle cose. Un mondo trasversale, fatto di persone animate da spasmodico desiderio di buonsenso, chiamato a raccolta da un comico, quindi da una persona che fa dell’osservazione il proprio pane quotidiano.
La prima reazione della politica fu – diciamocelo pure – sprezzante. E tutti i torti non li aveva: il Vaffanculo Day altro non è stato che un atto di populismo, e nemmeno dei più velati. Piazza, parolacce e giustizialismo. A chi può piacere una miscela del genere? L’accusa è quella di sfascismo, il mettere alla gogna un meccanismo consolidato, senza averne un altro da giustapporre. Giusto. Troppo vaghi, i punti della proposta di legge su iniziativa popolare. Alcuni anche miopi, come il limite di due mandati, oppure l’impedimento tout court di accedere alla politica da parte di persone giudicate colpevoli per qualsiasi reato, senza distinzione. Quindi (retroattivamente parlando) il carcere patito durante il regime fascista avrebbe impedito a Pertini o Nenni di accedere alla politica? E poi il sistema di “Bilancini” su cui si regge la nostra carta Costituzionale (che non è da buttar via, funzionerebbe benissimo così com’è, fosse solo letta con un’altra ottica, magari più fedele agli intenti dell’Assemblea) andrebbe a puttane, con un’inaccettabile controllo della Magistratura sulla Politica, alla faccia del principio di separazione e mutuo controllo dei poteri. E a noi il controllo nell’equilibrio piace, e sospettiamo piaccia anche a Grillo. Almeno, è in linea con il suo pensiero.
Insomma, Grillo pecca di faciloneria? Può anche darsi, ma il problema che solleva è di importanza capitale per il paese. La disaffezione della politica ha raggiunto un livello preoccupante, e forse siamo giunti al punto di non ritorno: crollo delle ideologie, trionfo del personalismo in politica e allontanamento dalla sfera spirituale (non confessionale, spirituale!) stanno giocando un ruolo chiave nella deriva materialista e castale della classe politica italiana. La percezione del Parlamento come una satrapia è una bomba innescata, e il problema della mancanza di denaro rende odiosi quei benefici nati per garantire l’incorruttibilità di chi ci governa (lasciamo perdere con quali risultati)
E allora?
Beh, da qui vorrei lanciare un piano di discussione (importante, secondo me) che non ho sentito da nessuna parte. E’ un piano filosofico-ontologico, sul’Antipolitica: niente giudizi, niente proiezioni, nessuna previsione, ma solo l'invito a ragionare con "lenti" diverse dalle solite.
Il ragionamento in questione prende in esame il tempo.
Alla politica si imputa, al momento, l’essere imbrigliata in meccanismi tali da rendere lento e farraginoso qualsiasi cambiamento. Nella società dell’informazione, infatti, si è finito per vincolare al tempo telematico quello dell’iter legislativo, pensato, fino a questo momento, come fatalmente lento e ragionato.
Siamo figli e nipoti di una politica nata sulle rovine di una dittatura. Una politica voutamente farraginosa, così pensata per garantire l'ordine democratico, imbrigliando qualsiasi colpo di mano nella rete della burocrazia. Ma ora esiste un’esigenza di razionalizzazione politica. E sarà necessario ripensare il modello partecipativo, se si vorrà evitare il definitivo distaccamento dalla politica della base. Il momento è di quelli importanti, tutti noi siamo chiamati al controllo delle istituzioni, alla loro salvaguardia e al mantenimento della democrazia. Se negli anni settanta il problema era lo spettro di un colpo di stato Cileno, ad oggi il nemico è l’atarassia politica, l’assenza di pulsioni ideologiche, l’eccesiva semplificazione dei problemi, che porta alla ricerca di soluzioni troppo semplici.
Le più pericolose.
Ben venga Grillo, ma ben vengano - soprattutto - intelligenze diverse. Rien ne va Plus






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