Archivio Settembre 2007
F.O.D: l'Immeritata Quarta Parte
di Hagi (19/09/2007 - 11:28)
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Quando riaprì gli occhi, fece fatica a mettere a fuoco l’ambiente circostante. Un forte odore di disinfettante e un diffuso verdino ulteriormente sbiadito da un neon sfacciatamente prosaico. Volti sfocati, la stanza che gira. Il cellulare, dove l’aveva messo?***
Dopo la colazione, Valentina si era bloccata davanti allo specchio. Ed erano le sette e mezza. Sicuramente Alba la stava aspettando di sotto. Diede un ultimo sguardo alla casa, cercò a tentoni le chiavi di casa nel magma della sua borsa, le trovò, e si tirò dietro la porta. Poi riaprì, prese il cellulare sopra il tavolo della cucina, sorprendendosi di trovare una chiamata non risposta da un numero Vodafone, lo buttò nel magma e scese le scale. Salutò Alba mentre decideva se richiamarlo, oppure (strada più spionistica), cercare sul computer in ufficio a chi corrispondesse.
- “Ci fermiamo a prendere un caffé, che è presto?”
Alba era allegra e ridanciana, quella mattina. Valentina declinò, presa da pensieri inspiegabilmente sproporzionati per una semplice chiamata persa. Si sentiva irritata dal non essere mai riuscita a ricostruire i lineamenti del padre. Ne ricordava bene l’odore, e le mani belle, rassicuranti e sempre ben curate. Doveva essere alto, ma non poteva saperlo, poiché nel 1976, anno in cui l’aveva perso di vista per sempre, lei aveva solo tre anni. E quando sei piccolo, ti sembrano tutti alti.
La madre di Valentina era stata una bella donna, dalle movenze e dai modi vagamente aristocratici, pur non appartenendo ad una famiglia di alto lignaggio. Aveva una voce tagliente, e uno sguardo severo che sembrava sempre giocare d’anticipo sui pensieri degli interlocutori. Non si era mai risposata, dedicando il resto della sua esistenza all’educazione dell’unica figlia, continuando a lavorare e riuscendo a non delegare mai a terze persone l’allevamento di Valentina. Il risultato fu che la bimba crebbe passando molto tempo da sola, maturando il grande senso di responsabilità che ne avrebbe decretato la grande affidabilità sul lavoro. Era stata portata via da un tumore due anni prima, dopo un’agonia breve e dignitosa. Nemmeno sul letto di morte Valentina aveva potuto sapere qualcosa in più del suo passato, qualcosa che andasse al di là del sapere che era nata da una passione fugace tra lei e un uomo, che poi sarebbe scappato via, senza lasciare traccia. L’ombra di rancore avrebbe velato gli occhi della signora Itri fino a chiuderglieli per sempre.
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Valentina provò a richiamare il numero trovato tra le chiamate perse. Le era sembrato che la strada spionistica dovesse essere battuta solo in casi eccezionali. Alba guidava, con l’auricolare piantato nell’orecchio, mentre Valentina ascoltava il segnale di libero, guardando l’orologio ovale della Ka della collega. Le otto e un quarto, niente traffico e il parcheggio della grande azienda ormai in vista. Fu una sensazione di Déja Vu: una voce calda, impostata e matura le aveva mandato in fiamme il petto, e, allo stesso tempo, la ragazza sentiva le tempie gelarsi. Una voce che aveva qualcosa di ancestrale, quello era sicuro. Si sforzava, Valentina, a tenere a bada un pensiero pulsante, che si insinuava con forza nella sua mente, divenendo speranza, convinzione e infine certezza. Usava tutta la sua forza di volontà per non dire quella parola. Per non rispondere con un “Anche tu” a quella frase semplice e affettuosa, che sentiva circolarle nel corpo, insieme al suo sangue. Quel sangue, lo stesso.
Aveva un nodo in gola, Valentina. Le faceva male deglutire, e cominciava a sentire le guance bagnate, mentre il suo respiro veniva scosso da singulti, nascosti – ma non troppo – dalla monotonia di Isoradio e dalla voce di Alba, a sua volta impegnata in una telefonata, che Valentina non aveva sentito arrivare.
-“Pronto.... C’è ancora... Qualcuno.... Pronto?...”
A questo punto, Valentina ruppe in un pianto disperato: sbatteva i pugni sul cruscotto, agitava la testa, come a cacciare via residui di suono incidentalmente rimasti attaccati alle orecchie. Poi, dopo un bel po’, si guardò intorno: erano arrivati già da un po’ al parcheggio, e la macchina era stata circondata da colleghi, che la guardavano, senza dire nulla. Alba – che aveva attaccato chissà da quanto – la guardava con un sorriso che riusciva ad essere di rivalsa, compatimento, complicità e divertimento tutto insieme. Un’istintiva occhiata al display del cellulare, con una chiamata ancora attiva. Marco Mancini. Buio.






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