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Errata Corrige

di Hagi (14/09/2007 - 16:54)

Effettivamente ho pubblicato dopo 10 commenti, e non venti. Come al solito faccio sconti non richiesti. Per questo la gente stenta a darmi retta....

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F.O.D - Seconda Parte

di Hagi (14/09/2007 - 15:29)

Come tutte le mattine la sveglia suonò alle 7 in punto. Alle 7 e un quarto la Valentina riflessa nell’ampio specchio del suo bagno si massaggiava con la crema il contorno occhi, sbarrandoli di tanto in tanto, come per abituarli alla luce del nuovo giorno. Fu mentre meditava su quanto correttore avrebbe dovuto mettersi per nascondere le occhiaie che le venne in mente l’incubo della notte prima. No, non incubo, era stato un sogno. Si ricordava nitidamente di aver sognato la sua vecchia casa dell’Aventino, e riassaporò il calore regalatole dal panorama della vetrata del soggiorno. Chiese, campanili e palazzi dipinti nell’acquarello azzurro del cielo romano. Sorrideva socchiudendo gli occhi mentre realizzava di aver ricostruito fedelmente la fragranza dei Bucaneve nell’Ovomaltina a colazione. Poi sorrise in modo diverso, ricordando l’odore del papà, la sua acqua di colonia.

-“Papà...”

Alle 7 e mezza cercò il telefonino per accenderlo. Lo trovò al termine di una breve e forsennata ricerca (cominciava ad essere tardi) sul frigo della cucina. Acceso, con la rubrica aperta. Si sentì mancare le gambe, e si precipitò nel lavandino: la sua tazza e il pentolino di acciaio con un fondo molliccio di passiflora erano lì dentro. Sentì freddo fin dentro le ossa, e con un tremore sempre più forte si voltò verso l’uscio di casa. La busta era lì.

***

Non c’era mittente, né destinatario, non era imbottita. Una busta del tutto anonima, chiusa ermeticamente. Dentro, probabilmente, una fotografia, o una cartolina: insomma, qualcosa di più consistente di una carta da lettere, ma non di molto. Valentina cominciava a tessere i ricordi della sera prima, ma trovava difficoltà nel discernere il sogno dalla realtà: i due piani si intersecavano in modo tanto intimo da non darle nessun riferimento. L’odore della colonia, per esempio, le sembrava reale quanto il fruscio sotto la sua porta. Inoltre non riusciva a ricordare quando e come si fosse coricata, e questo la faceva impazzire.

Se ne stava lì, come in trance, con la busta ancora da aprire in mano quando venne riportata alla realtà bruscamente dal cellulare e dal citofono che squillarono quasi all’unisono, facendola trasalire. Gettò un’occhiata all’orologio, e realizzò di essere ancora in camicia da notte alle otto meno un quarto. Lasciò squillare il telefonino, mentre correva al citofono per avvertire Alba che stava scendendo. Poi si infilò dei jeans e una camicetta che non le era mai piaciuta, si assicurò che le chiavi della macchina e di casa fossero dentro la borsa, e si precipitò lungo le scale, senza aver fatto colazione. Era nevrastenica. Alle 8 meno dieci guardava la strada serpeggiare davanti a sé, mentre le chiacchiere di Alba le trapassavano la testa, entrando dall’orecchio sinistro per uscire da quello destro. Ad un certo punto, ebbe un sussulto: ricordò il cellulare sul tavolo della cucina: l’aveva dimenticato lì, cazzo! Strinse qualcosa nella sua mano destra, accartocciandola. Aveva ancora la busta, se l’era dimenticata. Alba parlava di una tresca della sera prima, sciorinava dei nomi che non le dicevano nulla, e sembrava carica di una vitalità che a Valentina sembrava il colpo di coda dell’animale ferito a morte.
Aprì la busta con inspiegabile noncuranza, e ne estrasse una fotografia.

-“Che cos’è? ” la voce di Alba non le era mai sembrata così stridula.

-“Guardo e ti dico... Una foto... Un panorama...”

Stava sognando ancora, non c’era dubbio. Una vista della vetrata dell’Aventino, espressa nei colori  irreali e un po’ sbiaditi della vecchia carta kodak; era incorniciata da un bordo bianco, sul bordo del quale una scritta rosso sbiadito recitava: “jun 77”.

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