F.O.D - Parte prima.
Le palpitazioni erano tanto forti da ottunderle l’udito. Da quant’è che stava seduta a squadra sul suo letto? Aveva acceso la luce seguendo un riflesso incondizionato, e ora valutava la sua stanza, come a cercare qualcuno. La luce dell’abat jour era calda ma fioca, quindi non riusciva a vincere l’oscurità degli angoli più lontani dell’ampia camera da letto. Mano a mano che il tempo passava, le palpitazioni rallentavano, lasciando il posto prima ad un confuso ronzio, poi ai mille rumori del silenzio: il ticchettìo della sveglia, il russare del frigo dalla cucina, il passaggio di qualche macchina, giù in strada a fare da contrappunto al calpestìo dei passi del vicino di casa, di ritorno dalla consueta passeggiata notturna con il cane. - “Le 2 e un quarto” Guardò la sveglia, e sorrise compiaciuta per aver indovinato l’ora. Fin troppo facile, vista la metodicità dell’inquilino che viveva sul suo pianerottolo insieme a Rocco, un terranova grosso come un orso e fesso come adolescente innamorato. Di dormire, ormai, non se ne parlava neanche. Cercava di ricostruire il sogno che l’aveva fatta sobbalzare, ma non ci riusciva. Brandelli, ricordi di un passato lontano, infantile. Residui di una gioia che mille volte aveva cercato di imprigionare in una qualche ricorsività, non riuscendoci mai. Si alzò in piedi e prese il corridoio. La cucina la salutò con il click del frigo che si spegne. Mise il pentolino dell’acqua sul fuoco, una tazza sul tavolo e prese il barattolo delle tisane dalla credenza. Passiflora. L’orologio della cucina segnava le due e mezza, ma andava 5 minuti avanti. Resistette all’impulso di accendere la televisione, e si sedette, con il mento tra i due palmi, con gli occhi chiusi. Sapore di mattino, odore di colazione anni settanta, e dell’acqua di colonia del padre. 4711. Il soffiare dell’acqua che bolle nel minuscolo pentolino d’acciaio la scosse da quello stato di torpore. Preparò l’infuso, lo versò nella capiente tazza arancione e – tenendo quest’ultima tra le mani -guadagnò la finestra. Guardò con attenzione la sua immagine flebile nel vetro nero, e vi si soffermò, soffiando nella tazza. Poi posò lo sguardo oltre il vetro, su Rocco e il dottor Ferri. Le sembrò di accompagnarli attraverso il portone. Le luci gialle dei lampioni avevano un alone di umidità che conferiva loro una specie di aureola, e il respiro di una figura che aveva seguìto cane e padrone attraverso il portone si condensava in nuvolette dense. -“E’ arrivato l’inverno. Era ora". Aveva parlato da sola, assaporando il suono della sua voce roca, ed era stata la prima volta che l’aveva fatto da ché si era alzata, nonostante il chiasso dei suoi pensieri. Nel frattempo il vicino aveva chiamato l’ascensore, e si accingeva a prenderlo per tornare a casa. Valentina prese il telefonino, scorrendo l’agenda. Si sentiva sola. Passato il panico, le rimaneva addosso una patina di malinconia. Cercava – senza trovarlo – un numero cui poter confidare qualcosa di inutile, come un incubo che l’aveva fatta sobbalzare, per trovare comprensione e calore, invece di compassione o appetito sessuale. Il clangore della porta dell’ascensore la fece trasalire: era stato forte, sgraziato. Non era Ferri. Risentì le tempie gonfiarsi, mentre un fruscio da sotto la sua porta di casa accompagnava l’apparire di una busta gialla. Istintivamente guardò l’orologio: le tre meno un quarto. I passi che si allontanano, il portone che si chiude. La corsa alla finestra, per vedere la stessa figura che aveva seguito dirimpettaio e cane alzare la testa , proprio nella sua direzione. Un attimo, poi la accompagna con gli occhi mentre scompare dietro l’angolo con passo affrettato.
Esistenzialismo Botanico
Cercare strade nella Foresta Pluviale. Questa è la mia attuale condizione. Di fronte a me un muro verde, lussureggiante. Dentro me, l'esigenza di aprire un varco col machete, per cercare di arrivare da qualche parte. Dietro me, la foresta che si richiude, mentre avanzo. E tutt'intorno, i mille suoni, gli odori, e i pericoli della foresta: dalle minuscole zanzare malariche ai grandi predatori, passando per ragni velenosi, serpenti costrittori, sabbie mobili. Ma anche frutti dolcissimi, e colori incredibili. Tutto questo mi è venuto in mente mentre, bloccato in coda sulla tangenziale, una signora si è affacciata dal finestrino, urlando all'indirizzo di uno scooterone che le aveva buttato giù lo specchietto: "Ma dove siamo, NELLA JUNGLA???" L'ho già detto altrove, ma lo ribadisco: devo farmi curare.






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