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Tempo, Giornali e bambini

di Hagi (12/05/2007 - 11:18)

Il tempo ricopre nella società mediatica un ruolo importante come mai in passato. La velocità è diventata paradigma di progresso, mentre la riflessione appare relegata ad un mondo di anziani, laddove nessuno vuole più invecchiare. E così, tempo fa accadeva che Berlusconi intimasse a Mentana di colorarsi i capelli, in ottemperanza - a suo dire - al suo dovere deontologico: l'apparire. Mentana glissava, ringraziando distrattamente, forse convinto che il suo lavoro non consistesse nel fingere che il tempo non passi, ma anzi, nel sottolinearne il fluire, poiché è nell'esperienza la base della storia, e nel retaggio della storia la base di uno sviluppo sociale armonico.
Ma se la velocità è (Cartesianamente parlando) parte strutturale del progresso così come inteso nel senso comune occidentale, è altrettanto vero che la società mediatica è piuttosto incline alla fretta, che con la velocità non ha niente a che spartire. Vorrei, in queste poche righe di riflessione condivisa, formulare un'ipotesi, orribile e scomoda, muovendo da una domanda:
la stampa, che ruolo ricopre in questa deriva verso la fretta "sociale"?
I punti di partenza sono tre, e sono di cronaca. Il primo è la scarcerazione di cinque dei sei presunti colpevoli di atti di pedofilia nella scuola di Rignano Flaminio, il secondo è l'orribile incidente in cui hanno perso la vita due bambini, a Vercelli; il terzo è la discussione scaturita dall'omicidio di Vanessa Russo per mano di Doina Matei e un'altra ragazza minorenne. Che poi sarebbero "Le Rumene", e questa semplificazione deplorevole promossa a titolo di prima pagina è la sintesi della discussione di cui sopra, quella della fretta sociale.
Le prime due notizie - molto diverse tra loro, in quanto diversamente strumentalizzate - chiamano in causa i bambini, e la nostra anima nera. E' per questo che si è avuta tutta questa dannata fretta a incarcerare sei persone, poi - ovviamente - tutte scarcerate. Perché è stata chiamata in causa l’Anima Nera della nostra società, e scaricata sulle spalle di sei cittadini in sede solamente indiziaria. La Fretta. Intendiamoci, e facciamolo sin da subito: la pedofilia è reato abominevole, così come lo è lo stupro, o il razzismo. Chi viola il corpo di un'altra persona lède un principio sancito dalla Costituzione (e da ogni carta dei diritti che sia mai stata espressa dalla società civile), quindi commette un reato gravissimo. Sui bambini, poi, le aggravanti non si contano. Quindi, che si butti via la chiave della galera, ma che si faccia dopo un giudizio degno di questo nome!
Viviamo in una società di Bambini, come Nanni Moretti ha brillantemente notato in "Caro Diario", quasi dieci anni fa. Pochi bambini, quasi tutti molto viziati. Il mondo occidentale è diventato bambino-centrico, nella misura in cui i genitori non sono "veri genitori", quanto "figli-con-figli". Questo uno dei motivi principali della presenza massiccia dei nonni nella vita dei bimbi, unici genitori puri, in quanto, a loro tempo, figli dissenzienti. Gli anni sessanta e settanta, infatti, sono stati gli anni della frattura generazionale: gli ottanta e i novanta, al contrario, quelli della composizione degli attriti e della complicità tra genitori stanchi e figli scemi. E i nipoti? I nipoti sono carichi come bestie da soma. Carichi delle frustrazioni dei genitori, incapaci, questi ultimi, di assumersi la responsabilità di un'educazione severa; Carichi di una responsabilità non da bambini, quella di dovere scegliere, invece che essere indirizzati; è "fascista" l'imposizione di qualsiasi gusto, è “fascista” il genitore che non utilizzi criteri ultramontessoriani nell'educazione dei bambini. E quindi?
Quindi i bambini sono vecchietti in miniatura, rimbalzàti dal nuoto del lunedi all'inglese del martedi; dal pianoforte del mercoledi al calcio del giovedì; dagli scout del venerdi ai nonni nei week-end… Come sorprendersi, quindi, nel vedere ragazzini di 12 anni ragionare come trentenni? Cosa c'è che non va, in questo marasma sociale?
I ruoli
Noi non siamo bambini, lo sono i nostri figli. E loro non pensano come noi. Non ci può essere dialogo tra un bimbo e il papà: Ci sono codici diversi, e il bimbo imparerà a diventare adulto con l'esperienza, con l'osservazione dell'ambiente circostante.
Ah, già. Eravamo partiti dalla fretta.
I tempi dettati dalla società massmediologica non permettono una crescita armonica: di mezzo ci sono i tempi dell'informazione.
Questo è il Khali Yuga, l'epoca Arimanéa di Steiner, l'attesa dei quattro cavalieri dell'Apocalisse.

Ma si, gettiamoci anche noi nel neomillenarismo fatalista né laico, né confessionale!
Non facciamo eccezione, facciamoci attanagliare dalla viscida morsa dell'emotività da panico. Scopriremo che dire "Due Rumene" arriverà immediatamente alla “pancia” di chi legge. Poco importa se l'efficacia imporrà il sacrificio della precisione; pazienza, se quattro copie di un giornale vendute in più scateneranno un risentimento massimalista nei confronti di un intero popolo.
E poi c'è la questione della pedofilia. Perché non siamo in grado di porci domande profonde sul male sociale? Perché non ho mai sentito dire a nessuno che – viste le circostanze storico-culturali che viviamo - è fatale? Cosa ci si aspetta da un sistema di vita che trasmette ai vecchi il terrore di invecchiare, anche grazie all’ausilio di idoli digitali con fattezze sempre più infantili, coniugandolo con l’invecchiamento precoce di bimbi-poco-bimbi? Perché si vuole linciare uno che si dichiara "Malato", che chiede aiuto alle istituzioni, e non si pensa di farlo con le madri che portano le figlie dodicenni ai casting televisivi? Chi è vittima e chi è carnefice?
Beh, almeno qui, la risposta è semplice: gli adulti sono *sempre* carnefici, i bambini sono *sempre* vittime. Ma anche gli adulti possono diventare vittime. Vittime di un potere miope, che ama vedere il capello nel contingente, ma assolutamente contrario al saper leggersi con onestà valutando prospettive un po' più ampie. Vittime di un potere che di “democratico” non ha niente, tanto da poter pensare che abusi anche di questo nome. L’autobus va fuori strada. Vengono trovate tracce di THC nel sangue dell’autiasta, figlio d’autisti, e sempre scrupoloso sul lavoro. Parte la caccia al mostro, un’altra volta. Titoli sbattuti in prima pagina, dàlli all’assassino drogato. “Ecco cosa ci porta la sinistra” tuona la Casa delle Libertà Negate. Non ho sentito nessuno, in TV o sui giornali – manco Repubblica – ricordare che le tracce di THC nel sangue rimangono per tre mesi. Nessuno che abbia invitato alla calma, nessuno che abbia rinunciato a cavalcare l’orrore più tremendo, quello della morte di bimbi, per perorare una causa puramente politica. Cosa ci sta succedendo?

Abbiamo perso il polso della nostra civiltà, e navighiamo a vista, senza saper più essere né buoni fedeli, né buoni laici; in un mondo di sordi che urlano, isolati nel proprio mondo, abbiamo rinunciato pure a guardarci negli occhi. E così, oltre che sordi, rischiamo di diventare pure ciechi. E scusate ‘sto cazzo di sfogo, disordinato, forse, ma necessario. Almeno per me.

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