Tenco a Tempo di Tango@Parioli
Al Parioli di Roma è in cartellone ancora fino al 20 maggio “Tenco a Tempo di Tango”, uno spettacolo di Gorgio Ugozzoli scritto da Carlo Lucarelli e diretto da Gigi Dall’Aglio. Sul palcoscenico, Adolfo Margotta e Mascia Foschi, con la collaborazione musical-attoriale di Alessandro Nidi (autore e arrangiatore delle musiche) al piano e Massimiliano Pitocco al Bandoneon.
Una prima considerazione da fare, dopo aver visto lo spettacolo è questa: le cartelle stampa, le notizie che avevo reperito in merito, mi avevano portato da tutt’altra parte: “Nel dicembre del 1965, 13 mesi prima di essere ritrovato nella stanza 219 dell’Hotel Savoy di Sanremo, ucciso da un colpo di pistola alla testa,Luigi Tenco era andato in Argentina, dove rimase 10 giorni. Cosa ha lasciato, laggù, in quel viaggio. Cosa si è portato dietro. Cosa si è portato dentro. Il 27 gennaio 1967, dopo che la sua canzone è stata eliminata dal Festival di Sanremo, Luigi Tenco si chiude in quella camera d’albergo e si spara. Per qualcuno c’è qualcosa di poco chiaro, in quel suicidio, per altri non è neanche un suicidio, ma questo, adesso non ci interessa, questa è un’altra storia”. Ho preso posto al Parioli con queste parole che mi ronzavano nella testa, facendomi intravedere uno spettacolo difficile, contorto, esistenziale – così come lo era il manifesto della “Scuola Genovese”, di cui Tenco faceva parte. Erano le note che giravano per comunicati stampa, e che sono state ripetute dalla voce dello stesso Lucarelli ad inizio spettacolo.
Quando Margotta-Faìna ha cominciato con il monologo di introduzione (mentre un lustrascarpe-pianista ascoltava pazientemente il suo sfogo), qualcosa ha cominciato a non tornarmi;
-“Ma a me ‘sta cosa fa ridere….”
La tetra locanda da immaginario Montalbàn-Chandleriano è andata via via svanendo, sostituita da un oasi di musica argentina. Le criptiche parole di una tanguera misteriose sono state scalzate dal dialogo vivace tra due personaggi in cerca l’uno dell’altro, fino ad un epilogo carino, ingentilito dallo sfondo delle musiche di Tenco. E di una radio gracchiante echi di libertà.
Bravi gli attori, eccezionali le doti vocali di Mascia Foschi, bella e carismatica nel suo “anti-velinismo”; centrati sia gli adattamenti di Nidi (eccellente performer) che l’accompagnamento di Pitocco: sarei stato curioso di vedere l’intero gruppo sul palco. Ma è stato molto bello anche così.
Un Lucareli parzialmente inedito, che fa sfogio di doti da commediografo davvero insospettabili.
Ma questa, è un'altra storia
Carino, lo consiglio.
Concato@Auditorium Conciliazione
Concerto di Concato. Vado con mia sorella, la prima persona con cui abbia condiviso le canzoni dell’autore milanese, e mia compagnia abituale ai suoi concerti. L’ultimo fu quello di “Scomporre e Ricomporre”, un bel po’ di tempo fa. <br><br>Nell’articolo che ho scritto in merito al concerto (prima di vederlo), ho tracciato un’ideale linea di continuità con il precedente: anche in questo caso, la comunicazione del tour puntava molto sulla destrutturazione e ricomposizione dei pezzi. Niente di male. E’ normale che un artista abbia voglia di rimettere in discussione le proprie scelte, lo hanno fatto tutti, e tutti lo faranno. Quando E’ partita “Sexy Tango” con un bajon a cannone, però, qualche cattivo pensiero ha cominciato a farsi strada nella mia testa: <br><br> “che cacchio di scelta è?” <br><br> -“Sembrano i Subsonica che interpretano Modugno”. <br><br>-“C’è qualcosa che non va: è Concato, o Vasco?” <br><br> E’ lo stesso Concato che – quasi a giustificarsi – fa intravedere un brano di verità: ci informa che le richieste dei nuovi discografici sono chiare e nette, e prevedono un massiccio innesto di “Rock”, con le virgolette, negli arrangiamenti. Ascoltando il concerto, appaiono chiari sin da subito diversi livelli di ascolto: da una parte il Concato che difende le proprie scelte con unghie e denti (<i>Sulla Strada Romagnola, Canto, A Dean Martin, M’Innamoro Davvero, Rosalina</i>); da un’altra parte, il tentativo di compiacere le richieste dei discografici con degli interventi minimi (<i>Buonanotte Amore, Tienimi dentro Te, Troppo Vento</i) e, infine, il sacrificio dei vecchi arrangiamenti, in ossequio alle nuove esigenze, ma con alla base il desiderio di “reinventare” alcuni classici (è stato il caso – ahimé – del mio pezzo preferito, <i>E Ti Ricordo Ancora</i>, nonché di <i>Guido Piano</i>). <br><br>
Il concerto è stato – tutto sommato - piacevole: Fabio è intrattenitore posato, ironico e rilassante, esattamente come le sue canzoni. <br><br>Francamente, però, non riusciamo a comprendere l’ottusità di chi ha voluto mettere le mani nella poetica di un cantautore con trent’anni d’esperienza, con delle assurde pretese giovanilistiche che hanno imbarazzato lui e non sono state capite da chi stava lì. La domanda è semplice: perché mettere le mani in un motore che funziona? Perché, invece di cambiare l’olio, si prova (con scarsa perizia) a lavorare cilindri e pistoni? Se parte una canzone, e tutto un teatro comincia a cantare, perché strozzare il canto in gola ad un pubblico animato da un sincero affetto musicale, con delle chitarre elettriche alla Van Halen sopra pezzi come “Sexy Tango”? <br><br>Comunque, al cantautore va tutta la nostra stima, rodata negli anni e da lui guadagnata con la capacità di sottolineare - a volte con note volutamente melliflue, altre con melodie soavi come la bossa nova di cui è imbevuto – gli anni più spensierati della nostra vita. <br><br>
Sarà pure un caso, ma per gli atei anche la vita lo è.
A.M.
Tempo, Giornali e bambini
Il tempo ricopre nella società mediatica un ruolo importante come mai in passato. La velocità è diventata paradigma di progresso, mentre la riflessione appare relegata ad un mondo di anziani, laddove nessuno vuole più invecchiare. E così, tempo fa accadeva che Berlusconi intimasse a Mentana di colorarsi i capelli, in ottemperanza - a suo dire - al suo dovere deontologico: l'apparire. Mentana glissava, ringraziando distrattamente, forse convinto che il suo lavoro non consistesse nel fingere che il tempo non passi, ma anzi, nel sottolinearne il fluire, poiché è nell'esperienza la base della storia, e nel retaggio della storia la base di uno sviluppo sociale armonico.
Ma se la velocità è (Cartesianamente parlando) parte strutturale del progresso così come inteso nel senso comune occidentale, è altrettanto vero che la società mediatica è piuttosto incline alla fretta, che con la velocità non ha niente a che spartire. Vorrei, in queste poche righe di riflessione condivisa, formulare un'ipotesi, orribile e scomoda, muovendo da una domanda:
la stampa, che ruolo ricopre in questa deriva verso la fretta "sociale"?
I punti di partenza sono tre, e sono di cronaca. Il primo è la scarcerazione di cinque dei sei presunti colpevoli di atti di pedofilia nella scuola di Rignano Flaminio, il secondo è l'orribile incidente in cui hanno perso la vita due bambini, a Vercelli; il terzo è la discussione scaturita dall'omicidio di Vanessa Russo per mano di Doina Matei e un'altra ragazza minorenne. Che poi sarebbero "Le Rumene", e questa semplificazione deplorevole promossa a titolo di prima pagina è la sintesi della discussione di cui sopra, quella della fretta sociale.
Le prime due notizie - molto diverse tra loro, in quanto diversamente strumentalizzate - chiamano in causa i bambini, e la nostra anima nera. E' per questo che si è avuta tutta questa dannata fretta a incarcerare sei persone, poi - ovviamente - tutte scarcerate. Perché è stata chiamata in causa l’Anima Nera della nostra società, e scaricata sulle spalle di sei cittadini in sede solamente indiziaria. La Fretta. Intendiamoci, e facciamolo sin da subito: la pedofilia è reato abominevole, così come lo è lo stupro, o il razzismo. Chi viola il corpo di un'altra persona lède un principio sancito dalla Costituzione (e da ogni carta dei diritti che sia mai stata espressa dalla società civile), quindi commette un reato gravissimo. Sui bambini, poi, le aggravanti non si contano. Quindi, che si butti via la chiave della galera, ma che si faccia dopo un giudizio degno di questo nome!
Viviamo in una società di Bambini, come Nanni Moretti ha brillantemente notato in "Caro Diario", quasi dieci anni fa. Pochi bambini, quasi tutti molto viziati. Il mondo occidentale è diventato bambino-centrico, nella misura in cui i genitori non sono "veri genitori", quanto "figli-con-figli". Questo uno dei motivi principali della presenza massiccia dei nonni nella vita dei bimbi, unici genitori puri, in quanto, a loro tempo, figli dissenzienti. Gli anni sessanta e settanta, infatti, sono stati gli anni della frattura generazionale: gli ottanta e i novanta, al contrario, quelli della composizione degli attriti e della complicità tra genitori stanchi e figli scemi. E i nipoti? I nipoti sono carichi come bestie da soma. Carichi delle frustrazioni dei genitori, incapaci, questi ultimi, di assumersi la responsabilità di un'educazione severa; Carichi di una responsabilità non da bambini, quella di dovere scegliere, invece che essere indirizzati; è "fascista" l'imposizione di qualsiasi gusto, è “fascista” il genitore che non utilizzi criteri ultramontessoriani nell'educazione dei bambini. E quindi?
Quindi i bambini sono vecchietti in miniatura, rimbalzàti dal nuoto del lunedi all'inglese del martedi; dal pianoforte del mercoledi al calcio del giovedì; dagli scout del venerdi ai nonni nei week-end… Come sorprendersi, quindi, nel vedere ragazzini di 12 anni ragionare come trentenni? Cosa c'è che non va, in questo marasma sociale?
I ruoli
Noi non siamo bambini, lo sono i nostri figli. E loro non pensano come noi. Non ci può essere dialogo tra un bimbo e il papà: Ci sono codici diversi, e il bimbo imparerà a diventare adulto con l'esperienza, con l'osservazione dell'ambiente circostante.
Ah, già. Eravamo partiti dalla fretta.
I tempi dettati dalla società massmediologica non permettono una crescita armonica: di mezzo ci sono i tempi dell'informazione.
Questo è il Khali Yuga, l'epoca Arimanéa di Steiner, l'attesa dei quattro cavalieri dell'Apocalisse.
Ma si, gettiamoci anche noi nel neomillenarismo fatalista né laico, né confessionale!
Non facciamo eccezione, facciamoci attanagliare dalla viscida morsa dell'emotività da panico. Scopriremo che dire "Due Rumene" arriverà immediatamente alla “pancia” di chi legge. Poco importa se l'efficacia imporrà il sacrificio della precisione; pazienza, se quattro copie di un giornale vendute in più scateneranno un risentimento massimalista nei confronti di un intero popolo.
E poi c'è la questione della pedofilia. Perché non siamo in grado di porci domande profonde sul male sociale? Perché non ho mai sentito dire a nessuno che – viste le circostanze storico-culturali che viviamo - è fatale? Cosa ci si aspetta da un sistema di vita che trasmette ai vecchi il terrore di invecchiare, anche grazie all’ausilio di idoli digitali con fattezze sempre più infantili, coniugandolo con l’invecchiamento precoce di bimbi-poco-bimbi? Perché si vuole linciare uno che si dichiara "Malato", che chiede aiuto alle istituzioni, e non si pensa di farlo con le madri che portano le figlie dodicenni ai casting televisivi? Chi è vittima e chi è carnefice?
Beh, almeno qui, la risposta è semplice: gli adulti sono *sempre* carnefici, i bambini sono *sempre* vittime. Ma anche gli adulti possono diventare vittime. Vittime di un potere miope, che ama vedere il capello nel contingente, ma assolutamente contrario al saper leggersi con onestà valutando prospettive un po' più ampie. Vittime di un potere che di “democratico” non ha niente, tanto da poter pensare che abusi anche di questo nome. L’autobus va fuori strada. Vengono trovate tracce di THC nel sangue dell’autiasta, figlio d’autisti, e sempre scrupoloso sul lavoro. Parte la caccia al mostro, un’altra volta. Titoli sbattuti in prima pagina, dàlli all’assassino drogato. “Ecco cosa ci porta la sinistra” tuona la Casa delle Libertà Negate. Non ho sentito nessuno, in TV o sui giornali – manco Repubblica – ricordare che le tracce di THC nel sangue rimangono per tre mesi. Nessuno che abbia invitato alla calma, nessuno che abbia rinunciato a cavalcare l’orrore più tremendo, quello della morte di bimbi, per perorare una causa puramente politica. Cosa ci sta succedendo?
Abbiamo perso il polso della nostra civiltà, e navighiamo a vista, senza saper più essere né buoni fedeli, né buoni laici; in un mondo di sordi che urlano, isolati nel proprio mondo, abbiamo rinunciato pure a guardarci negli occhi. E così, oltre che sordi, rischiamo di diventare pure ciechi. E scusate ‘sto cazzo di sfogo, disordinato, forse, ma necessario. Almeno per me.
Fiorello@Palalottomatica
Il varietà e l’avanspettacolo non sono morti. Fiorello, il mattatore, il capovillaggio più desiderato dagli italiani, l’ha dimostrato centrando i contenuti musicali di uno spettacolo costosissimo e riuscitissimo su “Ci son Due Coccodrilli” e sull’imitazione della Carrà; quanto di più musicalmente “colto”, nello spettacolo, è stato demandato da un paio di swing scritti da Luttazzi: molto belli e arrangiati e cantati molto bene; lo swing è cazzeggio, e Fiorello ce l’ha nel sangue.
La scenografia ricorda quella delle paillettes della TV anni sessanta, il corpo di ballo è virtuale (lo si vede solo sugli schermi, Fiorello giura che stanno dietro le quinte, ma alle presentazioni riappaiono a video, e non in carne ed ossa sul palco); Cremonesi è spalla sostiutiva di Baldini, e funziona abbastanza bene. E poi suona bene, ha l’orecchio assoluto.
Fiorello è un personaggio radiofonicamente perfetto. La sua presenza scenica, infatti, è costruita sulla capacità di inventare estemporaneamente (o recitare scritti di autori bravissimi) sketches esilaranti, fidando su delle capacità imitative e comunicative fuori della norma. Ha una voce flessibilissima, e una velocità ferina nel cogliere spunti. Da calciatore, quello che voleva fare davvero nella vita (e non il ballerino), è un vero maestro del “dai e vai”: passaggio e scatto. Per radio, questa capacità ha effetti devastanti. Merito di trent’anni passati su palchi di ogni genere, dai villaggi al camioncino sulla piazza del paese; dal Festivalbar al Karaoke, infine alla Rai. Questo il percorso di una crescita armonica, formazione di un intrattenitore d’altri tempi.
Dal vivo, Fiorello guadagna l’aspetto mimico, che è ottimo. Ha la faccia di gomma, e un’espressione sempre beffardamente sorridente che riesce a coinvolgere: se vuole fa ridere, se vuole fa riflettere. Però, rispetto al furibondo ritmo della radio (la lingua è più veloce di un intero corpo), il ritmo è minore. Spazio ai monologhi sulle gioie della Paternità e sul dialogo tra figli e genitori, oppure alla berlina di Joaquin Cortés, meno spazio ai Martano o agli avvocati Messina (personaggi del suo programma radiofonico).
Insomma, spettacolo divertente, di intrattenimento trasversale sia culturalmente che anagraficamente: Tra platea e galleria, la composizione dell’uditorio è stata una delle più varie che abbia mai visto. C’erano comitive d’anziani, intere famiglie, gruppi di ragazzini, fanatici di W Radio 2, e c’era anche chi W Radio 2 non l’ha mai sentito. C’erano "Gerarchetti e Clarette", ma anche sofisticati intellettuali dall’aria compassata, intellettuali molto meno sofisticati che si sbellicavano come ragazzini. Tutti quanti usciti contenti, nonostante il biglietto fosse piuttosto costoso.
Un successo a tutto tondo, insomma, che non mi ha convinto del tutto esclusivamente a causa di un mio limite tremendo: l’incapacità di divertirsi senza pensare. Sono tornato alla macchina pensando al lavoro che mi aspettava, e recriminando di avere –sostanzialmente- perso tempo.
Mi devo far curare.







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