Mario Biondi@Auditorium, Roma
Chi parla? Il percussionista che ha calcato 15 anni di palchi, il giornalista che sgrava 15 articoli di musica a settimana, oppure lo scrittore creativo, in pausa da circa 15 mesi? Scalpitano tutti e tre. Mi toccherà usare un eliminacode da schizofrenia, e ricominciare da capo.
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Giovedì 19 aprile, ore 21:15
-“Ma come Cristo possono pensare che uno vada ad un concerto alle 21? Com’è possibile?”
Questo è il suono dei tuoi pensieri, quando ti stai esibendo in una corsa scomposta. La tua andatura assomiglia alla fuga inutile di una ragazza (poi brutalmente massacrata) in Suspiria, mentre la tua faccia sembra quella di James Brown al termine di un concerto al Madison Square Garden nel 1983. La guardia giurata ti guarda impietosita, mentre il suono dei tuoi passi sghembi già risuona nella Cavea. Chiedi il tuo accredito stampa alla ragazza sbigottita,e riesci a farlo, tra un aneurisma e un fischio d’asma. Ti rimetti a correre, ti strappano il biglietto, e ti aspettano due rampe di scale. Da fuori non senti un cazzo. Forza e coraggio. Fai le scale tre alla volta, e ti lanci verso la platea. Una bella ragazza ti placca come un quarterback, e ti digrigna un sorriso inquietante mentre ti informa che devi andare in galleria. E che starai in piedi. E’ un’impressione, oppure cogli una vena sadica nella sua inflessione? Non hai tempo per pensarci. Soffi un ringraziamento ironico, e ti rilanci lungo un’altra rampa. Ti viene da ridere, forse perché cominci a sentire qualche nota.
Quando la porta si pare, sei contento. ‘Na Pasqua. Vedi il concerto dall’alto, Biondi è lì, lo facevi alto, ma non così tanto; i musicisti sono perfettamente esposti, e t’interessa: da buon "giornal-musicista romano" devi avere tutto sotto controllo, per poi poter sputare sentenze in un qualche cazzo di aperitivo a Trastevere. Sei arrivato a concerto iniziato. Vuoi guardarlo per fare un articolo da vendere. Sei lì per lavoro. Prendi il tuo taccuino, posi il borsello, la felpa e la giacchetta per terra, e ti appoggi alla parete. –“Che pezzo era quello con l’incipit che assomiglia a “Beat 70” del Patata? A Child Runs Free?”
Non te lo ricordi più, l’ordine ti sfugge, e sai perché? Perché mentre stavi lì, piano piano, sei ridiventato musicista. Mentre ostentavi alla galleria (buia, nessuno poteva vederti, quindi sei stato doppiamente coglione) quell’atteggiamento da stronzo tipico del giornalista specializzato, quello che si annoia pure se sta partecipando ad un’ammucchiata con delle modelle Ceke, il tuo ginocchio ha cominciato a scandire il bajon della cassa. L’ultima cosa che ti ricordi è che hai fatto una riflessione sul senso della forma musicale, e sulla sua circolarità. Correggimi se sbaglio, ma credo ti fosse partita dalla considerazione che le strutture dei pezzi erano pari pari a quelle del disco, e che cambiavano soloamente assoli, tiro e interplay. Ma non sono sicuro. Poi Biondi ha parlato, ma mica ha detto niente! Altri brandelli di ricordo: di come denunciava la lunga carriera da corista, e la confidenza un po’ giovane col palco: si, lo rivedi mentre passeggia avanti e indietro, mentre con gli occhi annuisce al solo di Bosso, oppure con le mani indica Mannutza; si fa da parte lasciando il quintetto da solo, per poi riapparire ringraziandoli *sinceramente*. Ecco la chiave del tuo piacere: hai ascoltato *sincerità*! Quello guardava la platea, e davvero non credeva ai suoi occhi. Ringraziava i musicisti, e non lo faceva per esigenza di palco, ma perché – porco cazzo – stavano davvero spaccando tutto. Hai visto un musicista-cantante, e non il solito cantante-musicista.
Per questo che la recensione che stai scrivendo non vale niente dal punto di vista giornalistico: perché, di fronte ad uno spettacolo sincero, non hai trovato meglio da fare e da scrivere che due parole, quasi senza senso. Ma sincere.





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