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Archivio Aprile 2007

Orzo Senza Slip

di Hagi (28/04/2007 - 13:05)

Serata strana, una dannata escursione fuori dalla realtà. Iniziata con un concerto di Elisa-si, proseguita con un concerto di Elisa-no, risollevatasi con un messaggio SMS di Elisa-si e precipitata giù, insieme alla batteria della mia macchina, in un'Elisa-no. E poi? Poi un documentario sui savants della musica (centrato sulla figura del pianista autistico Derek Paravicini), un'incauta pillola di Melatonina, una passata dalla nonna di Enzetto e una al Blu Note di via Fabio Massimo. Lì consumo un'Heineken (o una Beck's) da 10 euri, gentilmente offertami da Viviana, e quello che resta della mia dignità, staccando Khayalim a quaranta di metronomo, e suonando un Machoum mediorientale con un paio di Bongò che Simone Haggiag mi ha gentilmente prestato. Le cose belle: suonare ad occhi chiusi, il pezzo di Gabrièl, il sorriso e la stretta di mano di Stefano, l'entrata di Haggiag, l'evocazione della Session Etnica, la coda del brano che ho suonato. Le cose brutte: Suonare un ritmo da Darbukka su dei Bongò, un po' di freddezza iniziale da parte di qualcuno, l'ansia di non sapere più articolare una frase come prima, l'incipit del pezzo che ho suonato, la coda di paglia. In buona sostanza, suonare non è come andare in bici: se il mio orecchio sa sempre cosa succede intorno a me, non è detto che le mie mani siano in grado di dargli retta.
Ora:
a me piace scrivere, e al momento è quello che voglio fare. Ma potrò mai rinunciare ad una fluida espressione musicale? Forza e coraggio: toccherà rimettermi in forma. Palestra, Tabla, Darbukka e Congas. E Vaffanculo.

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Fornari-Fresi-Applebaum@Lian Club. Ovvero Boris Vian 4all

di Hagi (27/04/2007 - 19:47)

Se scrivi su qualcosa inerente a Boris Vian, devi stare attento. Attento a non misconoscere il significato profondo di una vita, la sua, riducendolo a quello trasmesso dal culturame egoide-egoista-egocentrico di certa sinistra rincoglionita dal rolex che porta al polso; attento a coglierne le sfumature con la giusta miscela di rispetto e canzonatura; attento – infine - a saperne parlare con lingua sempre agile e velenosa. Sennò, di Vian, che cazzo ne scrivi a fare?
Hai presente la classica serata al buio, quella in cui vai a sentire quel tuo amico che conosci come attore suonare il piano per accompagnare l’attore che invece canterà? Ecco, io c’ero. Al Lian Club, in via degli Enotri a Roma, il giorno della Liberazione. Costava 5 euri, ma sembrava una di quelle che ne costano 15. C’erano le liriche di Boris Vian, tradotte, adattate, recitate e cantate da Augusto Fornari, con l’accompagnamento di Stefano Fresi al piano e Mike Applebaum alla tromba.
Come “Ma chi cazzo è Boris Vian?” Ah, già, che non sei un intellettuale… Per chi scrive un articolo di divulgazione non lo è nessuno, quindi non offenderti. O meglio, fallo, ma non con prendertela con me, caro lettore: le regole non le faccio io, ma le subisco, proprio come te.
Boris Vian (1920-1959) ha scritto 10 romanzi, tra cui 4 thriller del genere hardboiled con lo pseudonimo di Vernon Sullivan, e un capolavoro a suo nome,“La schiuma dei Giorni”. La scelta dello pseudonimo fu dettata dal tentativo di aggirare la censura francese, ciò nonostante, più d'un suo libro venne censurato. La difficoltà che si incontra nel tradurre Vian – brillantemente superata da Fornari - risiede nell'originalità del suo linguaggio, un francese screziato di Argot e arricchito con neologismi onomatopeici e stravaganti, spesso ottenuti dalla fusione di più parole (celebre l'esempio del "pianocktail" della Schiuma dei giorni). Per darti un’idea, Raymond Queneau ha definito La schiuma dei giorni 'la più "spezzacuorente" commovente storia d'amore moderna mai scritta', mentre Daniel Pennac ‘un romanzo da leggere più volte nel corso degli anni: a diciotto anni prevale la griglia interpretativa della passione amorosa, a quaranta quella della critica sociale, a sessanta quella del pessimismo e della tragedia che tutto annulla’. Vian è stato il traduttore francese di Raymond Chandler; non lo sapevo, e ora mi toccherà leggere “Il Grande Sonno” pure in francese – dopo l’inglese e l’italiano!
Fu romanziere, autore di Teatro e di canzoni, novellista e poeta. Ma anche cineasta, musicista (suonava la “Minitromba” nei locali parigini) e pacifista militante. Le sue canzoni sono state interpretate da Nana Mouskouri, Juilette Gréco e Yves Montand (tra gli altri). La sua arte ispirò tanti creativi, primo tra i quali Gainsbourg, che ha pubblicamente dichiarato di essere stato ispirato a comporre liriche dall’ascolto di Vian.
Insomma, ‘n’omo de curtura co’ du’ cojoni così. Mica uno stronzo qualsiasi.
Quella appena descritta è – per sommi capi – la montagna che ha dovuto scalare l’audace Fornari. E l’ha fatto con una certa classe. Prima di tutto, la scelta delle liriche: non solo belle, ma anche traducibili senza troppa perdita concettuale; Tanto per dirne una, Je ne vourrai pas créver diventa “Io non vorrei crepare”. La recitazione è stata avvincente, l’introiezione del testo completa, e l’accompagnamento musicale – quando presente – sempre in linea con le atmosfere noir evocate. Il colpo d’ala del Perozzi, però, Fornari lo sfoggia con il Tango Interminabile, traduzione della canzone Tango Interminabile ded Perceurs de Coffre-Forts: qui il testo trova una sua felice “quadratura traduttiva” con la trasposizione in un romanesco vernacolare, che, ingoiando e digerendo un Argot da proto-Banlieue, restituisce un affresco trasteverino anni quaranta, con personaggi tipo Amnesia, er Ricottaro ed Er Cicoria che sognano, rubano, Sbucieno e riisognano, in un vortice di situazioni appese tra il neorealismo e la poetica Pasoliniana.

Ahò, ma che ho scritto?

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Mario Biondi@Auditorium, Roma

di Hagi (21/04/2007 - 19:06)

Chi parla? Il percussionista che ha calcato 15 anni di palchi, il giornalista che sgrava 15 articoli di musica a settimana, oppure lo scrittore creativo, in pausa da circa 15 mesi? Scalpitano tutti e tre. Mi toccherà usare un eliminacode da schizofrenia, e ricominciare da capo.
____________
Giovedì 19 aprile, ore 21:15
-“Ma come Cristo possono pensare che uno vada ad un concerto alle 21? Com’è possibile?” Questo è il suono dei tuoi pensieri, quando ti stai esibendo in una corsa scomposta. La tua andatura assomiglia alla fuga inutile di una ragazza (poi brutalmente massacrata) in Suspiria, mentre la tua faccia sembra quella di James Brown al termine di un concerto al Madison Square Garden nel 1983. La guardia giurata ti guarda impietosita, mentre il suono dei tuoi passi sghembi già risuona nella Cavea. Chiedi il tuo accredito stampa alla ragazza sbigottita,e riesci a farlo, tra un aneurisma e un fischio d’asma. Ti rimetti a correre, ti strappano il biglietto, e ti aspettano due rampe di scale. Da fuori non senti un cazzo. Forza e coraggio. Fai le scale tre alla volta, e ti lanci verso la platea. Una bella ragazza ti placca come un quarterback, e ti digrigna un sorriso inquietante mentre ti informa che devi andare in galleria. E che starai in piedi. E’ un’impressione, oppure cogli una vena sadica nella sua inflessione? Non hai tempo per pensarci. Soffi un ringraziamento ironico, e ti rilanci lungo un’altra rampa. Ti viene da ridere, forse perché cominci a sentire qualche nota.
Quando la porta si pare, sei contento. ‘Na Pasqua. Vedi il concerto dall’alto, Biondi è lì, lo facevi alto, ma non così tanto; i musicisti sono perfettamente esposti, e t’interessa: da buon "giornal-musicista romano" devi avere tutto sotto controllo, per poi poter sputare sentenze in un qualche cazzo di aperitivo a Trastevere. Sei arrivato a concerto iniziato. Vuoi guardarlo per fare un articolo da vendere. Sei lì per lavoro. Prendi il tuo taccuino, posi il borsello, la felpa e la giacchetta per terra, e ti appoggi alla parete. –“Che pezzo era quello con l’incipit che assomiglia a “Beat 70” del Patata? A Child Runs Free?”
Non te lo ricordi più, l’ordine ti sfugge, e sai perché? Perché mentre stavi lì, piano piano, sei ridiventato musicista. Mentre ostentavi alla galleria (buia, nessuno poteva vederti, quindi sei stato doppiamente coglione) quell’atteggiamento da stronzo tipico del giornalista specializzato, quello che si annoia pure se sta partecipando ad un’ammucchiata con delle modelle Ceke, il tuo ginocchio ha cominciato a scandire il bajon della cassa. L’ultima cosa che ti ricordi è che hai fatto una riflessione sul senso della forma musicale, e sulla sua circolarità. Correggimi se sbaglio, ma credo ti fosse partita dalla considerazione che le strutture dei pezzi erano pari pari a quelle del disco, e che cambiavano soloamente assoli, tiro e interplay. Ma non sono sicuro. Poi Biondi ha parlato, ma mica ha detto niente! Altri brandelli di ricordo: di come denunciava la lunga carriera da corista, e la confidenza un po’ giovane col palco: si, lo rivedi mentre passeggia avanti e indietro, mentre con gli occhi annuisce al solo di Bosso, oppure con le mani indica Mannutza; si fa da parte lasciando il quintetto da solo, per poi riapparire ringraziandoli *sinceramente*. Ecco la chiave del tuo piacere: hai ascoltato *sincerità*! Quello guardava la platea, e davvero non credeva ai suoi occhi. Ringraziava i musicisti, e non lo faceva per esigenza di palco, ma perché – porco cazzo – stavano davvero spaccando tutto. Hai visto un musicista-cantante, e non il solito cantante-musicista. Per questo che la recensione che stai scrivendo non vale niente dal punto di vista giornalistico: perché, di fronte ad uno spettacolo sincero, non hai trovato meglio da fare e da scrivere che due parole, quasi senza senso. Ma sincere.

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Pasqua Con chi vuoi?

di Hagi (04/04/2007 - 17:49)

L’Occidente è vecchio. Sono vecchi i suoi giovani, i suoi bambini. Sono vecchie le idee su cui basa la sua supremazia. E, da vecchi che sono, gli occidentali non muoiono, si spengono. La vita dura 80 anni di media, contro i 60 di poco tempo fa. Solo che vent’anni fa la vecchiaia durava dieci anni, oggi ne dura quaranta, cinquanta. Anche la morte è cambiata. Mica è più ammantata. Non ha più la falce. La morte è diventata compagna di viaggio, in un mondo affetto da mitridatismo da morte. A lei camminiamo accanto, quando ci nutriamo di carne morta e inscatolata, quando inquiniamo l’aria che noi stessi respiriamo. Quando ci interroghiamo sul senso della vita, barricati nella fortezza del nostro finto benessere, soli come cani. Quindi la morte non è più temuta, bensì aspettata. Non con rassegnazione, ma con speranza. La speranza vana di chi si guarda intorno, e vede le malattie degenerative decuplicate in nemmeno un ventennio. La vana speranza di chi non avrà mai diritto ad una pensione, e che probabilmente non avrà neanche la possibilità di mettere su famiglia. La vana speranza di chi teme di vedere spegnersi i propri cari, uno per uno, attorno a sé. Oggi io ho cominciato a morire. Ho realizzato che la mia immortalità, uguale a quella regalata a tutti i ragazzi, è finita. Sono diventato un mortale qualunque, e sono svaniti i miei sogni. E’ sparito l’altro piccolo me che mi corre incontro, è sparita l’illusione di incrinare il dominio dell’egoismo. Mi vedo come tutti quei sessantottini – Dio, che pena che mi hanno sempre fatto – con l’orologio d’oro, il macchinone, e un’espressione triste mentre sorseggiano il loro bicchiere di Barolo pregiato. Quelli dei film d’interno anni ottanta. Giuro, caro Etere, che avrei voluto spaccare il mondo. Avrei voluto strappare tante persone alla loro condizione, elevarle, mostrar loro la magnificenza della creazione in modo laico, eppure allo stesso tempo fideistico. Avrei voluto mostrare al mondo intero la via che a me appariva chiara, per cambiare *tutto* dalle fondamenta. Sarebbe stata una reazione a catena, ci saremmo svecchiati, cazzo. Ci saremmo accorti, tutto d’un tratto, della persona accanto a noi. Avremmo sconfitto la solitudine. Invece ho cominciato a morire. Maledizione, proprio adesso, non ci voleva. Certe cose non le può concepire un mortale: ci vuole un eroe, un messia, un semidio oppure un ragazzo. Un uomo non serve a niente, da ‘ste parti. Non è con la coscienza che si fanno le rivoluzioni, ma con l’assenza della morte.

Niente, praticamente stavo guardando la TV a letto, e ho avuto un principio d’infarto. Sapete, vista appannata, dolori al torace e al collo, affanno… Credo di aver visto anche del bianco, ma non vi saprei dire sovrapposto a cosa. Niente di grave, un paio di ampi respiri ed è passato tutto, però, purtroppo, mi hanno avvisato da lassù: il mio conto alla rovescia è ufficialmente cominciato. Ora si tratta di capire cosa fare di questo mio periodo qui, sulla terra. Bisogna solo resistere alle spinte dell’egoismo, e regalarsi al mondo. Non dovrebbe essere difficile, ma chi lo vuole, un mortale?. Ci vorrebbe un’idea.
EUREKA!
-E se resuscitassi?-

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