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Nella mia fine non c'è principio

di Hagi (21/03/2007 - 18:21)

Dentro l’ascensore che puzza di ammoniaca, ti rendi conto che il suono di questa orribile versione della Garota de Ipanema sembra raggiungere i tuoi centri nervosi senza passare per le orecchie. E’ tutto ovattato, intorno a te, e il cielo gonfio di grigio-blu ti sta schiacciando, pure se non lo vedi. Quando le porte si aprono e vedi l’enorme androne del S. Andrea, pensi di prendere un caffè. E rompi in un panico che ti mette il fiatone. Pensi ai colori della vita, e li immagini attraverso l’aroma dell’espresso, oppure allo stormire di una passeggiata tra gli alberi ordinati e antichi di villa Borghese. Ti senti bene, puoi respirare l’umidità ferrosa delle ringhiere, puoi vedere l’azzurro degli occhi di una bella infermiera confondersi nel ricordo di un amore lontano. Quasi ti viene da ridere. Poi risenti quel maledetto formicolio alla gamba. –“Oddìo, forse pure al braccio”. Allora ti ricordi del perché sei lì; e non ci credi, non ci vuoi credere. Distrofia Muscolare. Eppure ancora cammini, non stai male. Almeno non ti sembra. Come può, un uomo, pensare di diventare medico? Come fa una persona a restare fredda di fronte a tragedie come la tua? Ci si puo’ fare l’abitudine alla morte? E alla sua idea? Eppure sei riuscito a sentire comprensione e amore per la vita, nelle parole di quell’ometto dalla faccia qualunque. Ti ha lasciato andare. Ti ha ricordato il rischio di crisi respiratorie. Ti ha consigliato di rimanere in una struttura attrezzata. E tu ti sei rivisto sprofondato in un letto, circondato prima dallo sconforto, poi dall’amarezza e infine dalla mesta attesa della tua morte da parte di tutti i tuoi cari. Non hai figli. Ne hai sempre voluti, e ora sai che non ne avrai mai. Sai che su questa terra, l’avventura del tuo principio si risolverà nella tua fine. Senza appello, senza speranza, senza pietà, senza niente di niente. Ti siedi su un aiuola, dove dei medici precari gridano il loro frustrato senso di ingiustizia. A te, che stai per morire; eppure per un attimo ti senti quasi sollevato: Tutti questi problemi, per te, non hanno più senso. Poi il fremito diventa incontrollabile, e ti concentri sul tuo ginocchio che non smette di tremare, mentre una ragazza, un po’ cozza, prima guarda la tua gamba, poi dentro i tuoi occhi. E tu non ti sei mai sentito così solo. Allora prendi il cellulare, e la chiami. -“Pronto?” -“Allora? Come è andata?” -“Tutto bene. Dalle analisi non risulta niente, il medico dice che probabilmente è stress, che lavoro troppo… Io gliel’ho detto, dipendesse da me, ne farei a meno, ma dovrò pur campare…” -“Meno male, ora te lo posso dire, avevo dei presentimenti orrendi… Vieni a casa, che ti faccio un bel pranzetto, amore mio” Tua mamma è contenta davvero. Tu lo sai che pensa da catastrofista, non la conoscessi… Ma ora, come farai a lasciarla fuori da questo? Come potrai dirle che dovrà vederti morire, così come ha visto sua madre, suo padre, suo marito? -“No, ma’… Mi sa che non passerò, a pranzo, devo andare in ufficio, ho preso un permesso, non un giorno di ferie” -“Peccato… Vorrà dire che ti farò la cenetta… Buona giornata, tesoro” -“Ciao, Mà”. Attacchi il telefono alzando lo sguardo, fino ad allora piantato su una bocca di leone al margine della siepe che hai di fronte, e la ragazza ti sta ancora guardando, ma con la coda dell’occhio. Vorresti chiederle di sposarla, pure se è ‘na cernia. La guardi, e ti rendi conto di essere di fronte ad una ricchezza divina, ad una prova di forza dell’intelligenza della natura. La ami, senti un desiderio miope, che non sente ragioni nei suoi riguardi. Vorresti prenderla, baciarla, possederla, abbracciarla, disperarti su di lei. Vorresti un figlio. Ti alzi, il ginocchio non trema più, e guadagni il cancello, oltre il quale hai parcheggiato la macchina. Ti rendi conto che non finirai mai di pagarne le rate, e ti scappa un sorriso, malinconico. -“Ehi!” Ti giri, e la vedi camminare verso di te. E’ imbronciata, ma forse è solo un’impressione -“Posso capre che lei sia contento di non avere nulla, non glie ne ne freghi niente se c’è gente che lavora gratis all’ospedale… Non dico una firma, ma almeno potrebbe prendere un volantino. Almeno per finta. Eh, Cuore di mamma?” Eri quasi arrivato all’uscita, e adesso ti rendi conto che la morte non è la cosa peggiore che possa capitare ad un uomo. -“Non credo me ne farei un granché. Ho appena firmato una liberatoria per non passare i pochi mesi di vita che mi restano sul letto di quest’ospedale. Ma se è per una buona causa, dimmi dove devo firmare. Tanto, potreste pure farmi diventare una testa di legno di qualche società in fallimento, per quello che mi frega. Allora?” Le hai detto queste parole con fredda lucidità, quasi non ti sei accorto che venivano da te. E la guardi, con i tuoi occhi neri, ancora non velati dalla malattia, fino in fondo all’anima. Lo hai sempre saputo fare. –“Allora? Non dici niente a papà tuo?” la incalzi. Lei sembra una statua di sale. Probabilmente voleva attaccare solo discorso, in modo un po’ acido. Magari per una cozza è un po’ strano, ma il mondo è bello perché è vario. -“Come ti chiami?” Glielo chiedi senza distogliere lo sguardo da quelle forme troppo abbondanti, dai tratti asimmetrici. Cerchi di ricordarti cosa avevi colto in quella donna solo mezzo minuto prima, e non te lo ricordi. Ora vuoi solo scopartela per sfregio, per regalarle un ricordo triste, una scia negativa della tua morte. -“…Io…” E’ tutto quello che dice, prima di girare le spalle e andarsene. Non una scusa, non una battuta. Niente di niente. La guardi procedere verso un gruppo di precari in agitazione, dei quali qualcuno ti sta guardando. Non si gira, allora lo fai tu. Sali in macchina, pensando a dove vuoi andare. E mentre realizzi che hai bisogno del passaporto che non hai mai avuto, il ginocchio comincia a tremare. -“Per fortuna che ho la macchina automatica. Tutto sommato sono fortunato”.

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