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Marx a Roma

di Hagi (14/03/2007 - 12:30)

A spettacolo finito, Karl Marx in persona è venuto a rabboccarmi il bicchiere di vino rosso, oramai vuoto. Angelo laico. ___________ Dopo una forsennata ricerca di parcheggio, arricchita dalla cupa visione di un’azione di polizia (tre macchine ferme a controllare un tipo calvo con gli occhiali al volante di una Bmw), Viaviana ed io arriviamo al Bar del Vascello. C’è veramente un sacco di gente, e mi è subito chiara la difficoltà di organizzazione dello spazio scenico. Le molte sedie impediscono fluidità da parte dei due attori, il brusio da bar, all’inizio, non promette niente di buono. Di contro, lo scritto di Zinn è molto bello. Non so come valutare l’adattamento di Grignolio: non ho apprezzato, infatti, l’iniziale contestualizzazione romana dell’azione scenica, poiché tutti i riferimenti del testo sono rimasti immutati dall'originale. Questo mi ha creato qualche difficoltà nel “calarmi” nello spettacolo, intriso di riferimenti alla società americana, ma del tutto privo – salvo qualche estemporanea (e indovinata) riflessione del bravo Renato Scarpa – dell’ambientazione romana promessa nell’introduzione e nel lancio dello spettacolo. Ad ogni modo, la pièce è di grande efficacia, e ci restituisce un Marx privato mai abbastanza approfondito, e un excursus storico delle sue idee, omaggiate dall’esperienza Comunarda a Parigi nel 1870 e tradite da Stalin nel dopoguerra. Su tutto, il suo rapporto con la moglie Jenny, tra grande amore e tremende privazioni. Ecco, una nota un po’ dolente c’è: Jenny. Non condividiamo la scelta di Francesca Fava per un ruolo del genere. L’attrice non ci è sembrata tagliata per la profondità richiesta dal personaggio. Anzitutto Jenny aveva tre anni più di Karl, e la Fava è una bellissima ragazza di massimo venticinque anni. Una nobile che sceglie una vita di privazioni per amore, che perde dei figli per malnutrizione e freddo, sfregiata dal Vaiolo, follemente gelosa eppure innamorata del proprio uomo avrebbe dovuto essere interpretata da un’altra figura, e sinceramente non capiamo i motivi che abbiano fatto cadere la scelta su quest’attrice, tra l'altro poco a proprio agio nella parte. La regia di Nanni è soddisfacente, se non altro per le grandi difficoltà che un “palco” del genere presenta. Il pubblico – foltissimo- sembrava uscito da un film di Nanni Moretti. Occhiali a piotta che annuiscono sconsolati, rughe profonde di chi è stato segnato dall’ingiustizia della vecchiaia mai accettata, giovani diessini in gruppo ("no, mi dispiace le sedie so' occupate!"), spauriti rifondaròli in meditata solitudine, un cellulare che è squillato ad un’attempata coppia di milanesi, qualche gnocca in tono minore, infine io e Viviana, extraterrestri in un bar, a guardare Marx redivivo. Da ultimo, il servizio del bar: fa parte del pacchetto, quindi va citato. Ovviamente impossibile il servizio al tavolo, la scelta è stata quella di apparecchiare il tavoli e fornire gli avventori di vino e snacks prima dell'inizio dello spettacolo, ovviamente tutto compreso nel prezzo del biglietto. Tutto sommato il servizio è stato ampiamente sufficiente. Le tartine erano un po’ povere, e per sentirne il sapore ho dovuto spazzolarmene un piatto e mezzo, ma grazie a Dio i milanesi di cui sopra erano inappetenti. Il vino non era male, ma il bicchiere scarso versatomi sarebbe stato poco, per un’ora e mezza di spettacolo. Meno male che Marx me l’ha rabboccato, alla fine. Non mi sono mai sentito più comunista come in quel momento.

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Chucho Valdes@Auditorium

di Hagi (14/03/2007 - 12:26)

Mamma mia, quant’è grosso. Dal lato sinistro della platea, dove Peppe ed io siamo posizionati, si vede la sua schiena da boxeur e il collo con le pieghette. "Veramente ignorante, meglio non litigarci". Questo il primo pensiero. Assomiglia ad una via di mezzo tra Marcelus Wallace di Pulp Fiction e il padre di Eddie Murphy ne Il Principe cerca Moglie, mi pare si chiamasse Re Mombasa. Esaurita la parte visivo-coreografica, comincio ad usare le orecchie al posto degli occhi. Il repertorio del concerto è puramente Latin Jazz, non c’è uno swing neanche a pagarlo oro. Ma non manca. La ritmica, in perfetta sintonia con la “Cubanità”, è perfetta, imperniata su obbligati in clave studiati ed eseguiti con grande rigore. L’effetto è incendiario. La platea dell’Auditorium (tutta la "certa sinistra" romana aspetta queste iniziative per fare i conti con sé stessa e con i propri viaggi a Cuba o New York) applaude tanto, perfino troppo. Sarà lo stress del lunedì, ma l’eccesso di applausi a scena aperta – a tratti – cadeva nel cabarettistco. Non c’è stato un finale che sia stato UNO non affogato in applausi e urletti un po’ “leggerini”. Insomma, la musica ne è uscita un po’ banalizzata. E questo, almeno questo, da "certa sinistra" non te lo aspetti. Certo, questo gigante cubano il pianoforte lo fa cantare. A dispetto del grande volume e del tocco decisamente marcato sulla tastiera, il suono (tra l’altro *frastimato* da tecnici del suono che non hanno fatto una gran figura) era cristallino, profondo e definitissimo. L’impressione, a tratti, è stata che la pronuncia di Chucho fosse un sinolo tra jazz e musica classica. Sul palco lo accompagnavano Juan Carlos Rojas Castro alla bateria, bravissimo nell’integrarsi con le congas di Yaroldy Abreu Robles, grazie anche al prezioso e oscuro lavoro di Lazaro Rivero al contrabbasso, che si è espresso anche allo shekeré in un canto religioso di grande impatto, suonato solo dalla ritmica. Bel concerto, insomma, con momenti di grande intensità. Certo, a dirla tutta ho digerito poco una Mas que Nada un po’ tirata per le orecchie (perché i cubani devono suonare roba brasiliana?), ma è stata una goccia nel mare, dimenticata grazie alle suggestioni Bachiane, Coreane-nel-senso-di-Chick-Corea, addirittura Beethoveniane di questo Grosso, Simpaticissimo e musicalmente trascendentale pianista.

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