Nella mia fine non c'è principio
Dentro l’ascensore che puzza di ammoniaca, ti rendi conto che il suono di questa orribile versione della Garota de Ipanema sembra raggiungere i tuoi centri nervosi senza passare per le orecchie. E’ tutto ovattato, intorno a te, e il cielo gonfio di grigio-blu ti sta schiacciando, pure se non lo vedi. Quando le porte si aprono e vedi l’enorme androne del S. Andrea, pensi di prendere un caffè. E rompi in un panico che ti mette il fiatone. Pensi ai colori della vita, e li immagini attraverso l’aroma dell’espresso, oppure allo stormire di una passeggiata tra gli alberi ordinati e antichi di villa Borghese. Ti senti bene, puoi respirare l’umidità ferrosa delle ringhiere, puoi vedere l’azzurro degli occhi di una bella infermiera confondersi nel ricordo di un amore lontano. Quasi ti viene da ridere. Poi risenti quel maledetto formicolio alla gamba. –“Oddìo, forse pure al braccio”. Allora ti ricordi del perché sei lì; e non ci credi, non ci vuoi credere. Distrofia Muscolare. Eppure ancora cammini, non stai male. Almeno non ti sembra. Come può, un uomo, pensare di diventare medico? Come fa una persona a restare fredda di fronte a tragedie come la tua? Ci si puo’ fare l’abitudine alla morte? E alla sua idea? Eppure sei riuscito a sentire comprensione e amore per la vita, nelle parole di quell’ometto dalla faccia qualunque. Ti ha lasciato andare. Ti ha ricordato il rischio di crisi respiratorie. Ti ha consigliato di rimanere in una struttura attrezzata. E tu ti sei rivisto sprofondato in un letto, circondato prima dallo sconforto, poi dall’amarezza e infine dalla mesta attesa della tua morte da parte di tutti i tuoi cari. Non hai figli. Ne hai sempre voluti, e ora sai che non ne avrai mai. Sai che su questa terra, l’avventura del tuo principio si risolverà nella tua fine. Senza appello, senza speranza, senza pietà, senza niente di niente. Ti siedi su un aiuola, dove dei medici precari gridano il loro frustrato senso di ingiustizia. A te, che stai per morire; eppure per un attimo ti senti quasi sollevato: Tutti questi problemi, per te, non hanno più senso. Poi il fremito diventa incontrollabile, e ti concentri sul tuo ginocchio che non smette di tremare, mentre una ragazza, un po’ cozza, prima guarda la tua gamba, poi dentro i tuoi occhi. E tu non ti sei mai sentito così solo. Allora prendi il cellulare, e la chiami. -“Pronto?” -“Allora? Come è andata?” -“Tutto bene. Dalle analisi non risulta niente, il medico dice che probabilmente è stress, che lavoro troppo… Io gliel’ho detto, dipendesse da me, ne farei a meno, ma dovrò pur campare…” -“Meno male, ora te lo posso dire, avevo dei presentimenti orrendi… Vieni a casa, che ti faccio un bel pranzetto, amore mio” Tua mamma è contenta davvero. Tu lo sai che pensa da catastrofista, non la conoscessi… Ma ora, come farai a lasciarla fuori da questo? Come potrai dirle che dovrà vederti morire, così come ha visto sua madre, suo padre, suo marito? -“No, ma’… Mi sa che non passerò, a pranzo, devo andare in ufficio, ho preso un permesso, non un giorno di ferie” -“Peccato… Vorrà dire che ti farò la cenetta… Buona giornata, tesoro” -“Ciao, Mà”. Attacchi il telefono alzando lo sguardo, fino ad allora piantato su una bocca di leone al margine della siepe che hai di fronte, e la ragazza ti sta ancora guardando, ma con la coda dell’occhio. Vorresti chiederle di sposarla, pure se è ‘na cernia. La guardi, e ti rendi conto di essere di fronte ad una ricchezza divina, ad una prova di forza dell’intelligenza della natura. La ami, senti un desiderio miope, che non sente ragioni nei suoi riguardi. Vorresti prenderla, baciarla, possederla, abbracciarla, disperarti su di lei. Vorresti un figlio. Ti alzi, il ginocchio non trema più, e guadagni il cancello, oltre il quale hai parcheggiato la macchina. Ti rendi conto che non finirai mai di pagarne le rate, e ti scappa un sorriso, malinconico. -“Ehi!” Ti giri, e la vedi camminare verso di te. E’ imbronciata, ma forse è solo un’impressione -“Posso capre che lei sia contento di non avere nulla, non glie ne ne freghi niente se c’è gente che lavora gratis all’ospedale… Non dico una firma, ma almeno potrebbe prendere un volantino. Almeno per finta. Eh, Cuore di mamma?” Eri quasi arrivato all’uscita, e adesso ti rendi conto che la morte non è la cosa peggiore che possa capitare ad un uomo. -“Non credo me ne farei un granché. Ho appena firmato una liberatoria per non passare i pochi mesi di vita che mi restano sul letto di quest’ospedale. Ma se è per una buona causa, dimmi dove devo firmare. Tanto, potreste pure farmi diventare una testa di legno di qualche società in fallimento, per quello che mi frega. Allora?” Le hai detto queste parole con fredda lucidità, quasi non ti sei accorto che venivano da te. E la guardi, con i tuoi occhi neri, ancora non velati dalla malattia, fino in fondo all’anima. Lo hai sempre saputo fare. –“Allora? Non dici niente a papà tuo?” la incalzi. Lei sembra una statua di sale. Probabilmente voleva attaccare solo discorso, in modo un po’ acido. Magari per una cozza è un po’ strano, ma il mondo è bello perché è vario. -“Come ti chiami?” Glielo chiedi senza distogliere lo sguardo da quelle forme troppo abbondanti, dai tratti asimmetrici. Cerchi di ricordarti cosa avevi colto in quella donna solo mezzo minuto prima, e non te lo ricordi. Ora vuoi solo scopartela per sfregio, per regalarle un ricordo triste, una scia negativa della tua morte. -“…Io…” E’ tutto quello che dice, prima di girare le spalle e andarsene. Non una scusa, non una battuta. Niente di niente. La guardi procedere verso un gruppo di precari in agitazione, dei quali qualcuno ti sta guardando. Non si gira, allora lo fai tu. Sali in macchina, pensando a dove vuoi andare. E mentre realizzi che hai bisogno del passaporto che non hai mai avuto, il ginocchio comincia a tremare. -“Per fortuna che ho la macchina automatica. Tutto sommato sono fortunato”.
El Topo@Next Door
Quando ho deciso di andare al Next Door, credevo che Via della Divina Provvidenza fosse dalle parti del centro. Dal nome, nella mia testa bacata, era collocabile tra Largo Argentina e Campo de' Fiori. Inoltre l'invito reiterato da Adriano Lanzi, quello provocatorio di Omar Sodano ("Tanto nun vieni, sei 'n' sola!") mi hanno convinto a partecipare l'evento: un concerto di musica elettronica spinta. Ovviamente, sempre nella mia testa.
Come molti dei lettori di queste righe sanno, ho collaborato con Lanzi e Sodano un paio d'anni fa. La situazione ha funzionato per mille motivi, ma non funzionava per diecimila, quindi abbiamo deciso di allentarla. Io ho suonato un pezzo sul loro nuovo disco in uscita, e loro hanno messo su un line up con Batteria e Vibrafono. Suonavamo in trio (chitarra, basso e percussioni) con basi preparate. Il repertorio era tratto dal lavoro "La Vita Perfetta", più altre composizioni - che tra un po' formeranno il secondo LP di Lanzi e Sodano (ma non ho capito ancora se uscirà a loro nome oppure come "El Topo"). Il suono creavamo era tra il Progressive di scuola Canterburyana e il Kraut (sono prodotti dai Faust) con delle venature di protoelettronica. Sonorità assolutamente particolari, caratterizzate da una sapiente ricerca di suoni e da un'astratezza formale di assoluta erudizione. Una musica magari un po' freddina, ma del tutto calcolata. I motivi per cui non decollò la situazione tra di noi (almeno secondo il sottoscritto - che però sta scrivendone, quindi ha potere dittatoriale sull'informazione in merito) era un vuoto dal punto di vista ritmico: Le percussioni sulla base non riuscivano a ritagliarsi lo spazio giusto nelle strutture dei pezzi; ci voleva la batteria, ma al tempo Adriano e Omar non la pensavano così.
Invece ieri c'era. E si sentiva. Mendolia ha suonato l'assolo di batteria migliore che abbia sentito dagli ultimi due anni a questa parte: un discorso astratto, fluido e coerente come una canzone, ordito sul canovaccio di una batteria elettronica che sembrava essere la traccia di un tema. Biondi al Vibrafono si è preso sulle spalle gran parte degli obbligati - originariamente campionati - e ha donato loro analogicità e diversa profondità sonora. Il Basso di Sodano riempiva l'ambiente, e la chitarra di Lanzi è stata "Beckerianamente" perfetta. Le basi, nel concerto di ieri, rimanevano dietro, a suggerire il senso della struttura, ma inglobate in un suono vero, suonato a grandissimi livelli. Un concerto davvero piacevole dal punto di vista performativo, a tratti esaltante. Meno Kraut e più Canterbury (ovviamente, dato il line up), delle nuove sfumature “jazzy” che – personalmente – ho apprezzato molto. Una musica sempre fedele all'idea di base che ha animato il progetto di Lanzi e Sodano sin dalla sua nascita, ma allo stesso tempo "di nuovo vestita", molto meno esoterica e criptica per il pubblico non del settore, che ora è in grado di entrare meno traumaticamente nell'universo compositivo di questi due pazzi visionari. Amici miei.
Marx a Roma
A spettacolo finito, Karl Marx in persona è venuto a rabboccarmi il bicchiere di vino rosso, oramai vuoto. Angelo laico. ___________ Dopo una forsennata ricerca di parcheggio, arricchita dalla cupa visione di un’azione di polizia (tre macchine ferme a controllare un tipo calvo con gli occhiali al volante di una Bmw), Viaviana ed io arriviamo al Bar del Vascello. C’è veramente un sacco di gente, e mi è subito chiara la difficoltà di organizzazione dello spazio scenico. Le molte sedie impediscono fluidità da parte dei due attori, il brusio da bar, all’inizio, non promette niente di buono. Di contro, lo scritto di Zinn è molto bello. Non so come valutare l’adattamento di Grignolio: non ho apprezzato, infatti, l’iniziale contestualizzazione romana dell’azione scenica, poiché tutti i riferimenti del testo sono rimasti immutati dall'originale. Questo mi ha creato qualche difficoltà nel “calarmi” nello spettacolo, intriso di riferimenti alla società americana, ma del tutto privo – salvo qualche estemporanea (e indovinata) riflessione del bravo Renato Scarpa – dell’ambientazione romana promessa nell’introduzione e nel lancio dello spettacolo. Ad ogni modo, la pièce è di grande efficacia, e ci restituisce un Marx privato mai abbastanza approfondito, e un excursus storico delle sue idee, omaggiate dall’esperienza Comunarda a Parigi nel 1870 e tradite da Stalin nel dopoguerra. Su tutto, il suo rapporto con la moglie Jenny, tra grande amore e tremende privazioni. Ecco, una nota un po’ dolente c’è: Jenny. Non condividiamo la scelta di Francesca Fava per un ruolo del genere. L’attrice non ci è sembrata tagliata per la profondità richiesta dal personaggio. Anzitutto Jenny aveva tre anni più di Karl, e la Fava è una bellissima ragazza di massimo venticinque anni. Una nobile che sceglie una vita di privazioni per amore, che perde dei figli per malnutrizione e freddo, sfregiata dal Vaiolo, follemente gelosa eppure innamorata del proprio uomo avrebbe dovuto essere interpretata da un’altra figura, e sinceramente non capiamo i motivi che abbiano fatto cadere la scelta su quest’attrice, tra l'altro poco a proprio agio nella parte. La regia di Nanni è soddisfacente, se non altro per le grandi difficoltà che un “palco” del genere presenta. Il pubblico – foltissimo- sembrava uscito da un film di Nanni Moretti. Occhiali a piotta che annuiscono sconsolati, rughe profonde di chi è stato segnato dall’ingiustizia della vecchiaia mai accettata, giovani diessini in gruppo ("no, mi dispiace le sedie so' occupate!"), spauriti rifondaròli in meditata solitudine, un cellulare che è squillato ad un’attempata coppia di milanesi, qualche gnocca in tono minore, infine io e Viviana, extraterrestri in un bar, a guardare Marx redivivo. Da ultimo, il servizio del bar: fa parte del pacchetto, quindi va citato. Ovviamente impossibile il servizio al tavolo, la scelta è stata quella di apparecchiare il tavoli e fornire gli avventori di vino e snacks prima dell'inizio dello spettacolo, ovviamente tutto compreso nel prezzo del biglietto. Tutto sommato il servizio è stato ampiamente sufficiente. Le tartine erano un po’ povere, e per sentirne il sapore ho dovuto spazzolarmene un piatto e mezzo, ma grazie a Dio i milanesi di cui sopra erano inappetenti. Il vino non era male, ma il bicchiere scarso versatomi sarebbe stato poco, per un’ora e mezza di spettacolo. Meno male che Marx me l’ha rabboccato, alla fine. Non mi sono mai sentito più comunista come in quel momento.
Chucho Valdes@Auditorium
Mamma mia, quant’è grosso. Dal lato sinistro della platea, dove Peppe ed io siamo posizionati, si vede la sua schiena da boxeur e il collo con le pieghette. "Veramente ignorante, meglio non litigarci". Questo il primo pensiero. Assomiglia ad una via di mezzo tra Marcelus Wallace di Pulp Fiction e il padre di Eddie Murphy ne Il Principe cerca Moglie, mi pare si chiamasse Re Mombasa. Esaurita la parte visivo-coreografica, comincio ad usare le orecchie al posto degli occhi. Il repertorio del concerto è puramente Latin Jazz, non c’è uno swing neanche a pagarlo oro. Ma non manca. La ritmica, in perfetta sintonia con la “Cubanità”, è perfetta, imperniata su obbligati in clave studiati ed eseguiti con grande rigore. L’effetto è incendiario. La platea dell’Auditorium (tutta la "certa sinistra" romana aspetta queste iniziative per fare i conti con sé stessa e con i propri viaggi a Cuba o New York) applaude tanto, perfino troppo. Sarà lo stress del lunedì, ma l’eccesso di applausi a scena aperta – a tratti – cadeva nel cabarettistco. Non c’è stato un finale che sia stato UNO non affogato in applausi e urletti un po’ “leggerini”. Insomma, la musica ne è uscita un po’ banalizzata. E questo, almeno questo, da "certa sinistra" non te lo aspetti. Certo, questo gigante cubano il pianoforte lo fa cantare. A dispetto del grande volume e del tocco decisamente marcato sulla tastiera, il suono (tra l’altro *frastimato* da tecnici del suono che non hanno fatto una gran figura) era cristallino, profondo e definitissimo. L’impressione, a tratti, è stata che la pronuncia di Chucho fosse un sinolo tra jazz e musica classica. Sul palco lo accompagnavano Juan Carlos Rojas Castro alla bateria, bravissimo nell’integrarsi con le congas di Yaroldy Abreu Robles, grazie anche al prezioso e oscuro lavoro di Lazaro Rivero al contrabbasso, che si è espresso anche allo shekeré in un canto religioso di grande impatto, suonato solo dalla ritmica. Bel concerto, insomma, con momenti di grande intensità. Certo, a dirla tutta ho digerito poco una Mas que Nada un po’ tirata per le orecchie (perché i cubani devono suonare roba brasiliana?), ma è stata una goccia nel mare, dimenticata grazie alle suggestioni Bachiane, Coreane-nel-senso-di-Chick-Corea, addirittura Beethoveniane di questo Grosso, Simpaticissimo e musicalmente trascendentale pianista.
Pausa di Riflessione
...E anche quest'anno, Hagi osserva una bella pausa di riflessione. Un po' perché scrive tutti i giorni su un giornale, un po' perché in certi momenti è importante non rendere tutti i propri pensieri "spendibili", per non incorrere nella petulanza eccessiva. Fare la fine di Oscar Giannino non è il mio obiettivo. E sì che di cose ne accadono. Sulla politica ci sarebbe tanto da dire, su Sanremo non ho detto la mia, il "Treno della Pace" - da me approfondito nella vita privata - è rimasta una notizia da agenzia. Tra l'altro il mio libro non sta conoscendo avanzamento. Insomma, cari lettori (due) non abbiate paura. Non sono morto, non sono inaridito e non mi sono ancora rincoglionito del tutto. Solo un po' di pigrizia immotivata, di cui mi sforzo di trovare motivi. Ad Maiora






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