Le Feste a Pietralata
Ieri festone al Riverloft, presso il Lanificio Luciani. Un'ora di coda in una specie di garage, per poi sentirmi dire (capitanavo un gruppo di cinque persone invitate da me): "Senza tessera nun se entra!"
La tessera non ce l'avevo, ma sono riuscito comunque ad entrare. E con me, tutti quelli che accompagnavo. Quindi tutto bene.
No.
Vediamo perché:
1) Molta gente - che la tessera non l'aveva - ci è passata davanti. E questa è una cosa che riesce umiliante, anche conoscendo i motivi che stanno a monte di certe meccaniche da locale romano.
2) Mi sono dovuto relazionare in maniera simpatica con della gente che non conoscevo, e che non avevo motivo di ritenere degna di un atteggiamento amichevole. Anche questo è molto umiliante, in generale. Tra questi, un gorilla ottuso e arrogante, che grazie a Dio ho letto con sufficiente anticipo, un tipo dall'accento settentrionale, il quale mi ha informato del fatto che non saremmo mai entrati, e un intellettualoide ben educato - artefice della nostra entrata. Forse è stato l'unico ad aver lasciata aperta la porta del dialogo, al di là dei militareschi "eseguo gli ordini" oppure "ci vuole la tessera".
3) Una volta conquistata la posizione, mi sono goduto lo splendido spazio, un enorme capannone industriale dei primi del 900' (il Lanificio Luciani è noto, come struttura), riadattato a Loft, e probabilmente concupito dalla totalità dei presenti come casetta personale in cui dare le feste. Poi ho preso un cocktail, e un bicchiere piccolissimo di Vodka Lemon, con più ghiaccio che altro, mi è costato 10 euro. E ci ho fatto pure la coda.
Poi molto bon ton, ragazzine di quarant'anni e donne di venticinque, fricchettoni, pariolini e molti amici, vicini e lontani.
Pure Ted e Ginevra, prima uno e poi l'altra. Sono due che stavano insieme ai tempi delle loro medie e del mio ginnasio. Circa diciannove anni fa.
Poi, quando la serata stava decollando, me ne sono andato. Come sempre.
Del resto, se i romani arrivano a scaldarsi alle tre del mattino, cosa posso farci? A me a quell'ora viene sonno.....
Fontani Guitar
Ecco, per gli appassionati, un lavoro di intervento su una chitarra datata 1931, costruita per il nonno chitarrista di mio cognato dal fratello liutaio, nel 1931.
Ritrovata in cantina dopo averla data per dispersa, l'ho fatta restaurare per farne un regalo di compleanno all'altezza del padre dei miei nipoti. E' stato apprezzato da lui, e io ho amato di poter regalare un po' di passato a chi - fortunatamente - ce l'ha.
Idealmente sento di aver staccato un assegno per i miei discendenti, quali essi siano. Che un domani un po' della mia musica possa arrivare a loro, e che la mia vita passata possa divenire un'occasione di ispirazione per qualcuno, quando io non ci sarò più.
La chitarra la trovate QUI.
Cenere (quando non c'è musica nell'aria)
Il silenzio, nei cimiteri, è pausa nella grande partitura dell'esistenza. Il brulicare della vita a contatto con la morte, acquista una signorilità che non si sognerebbe lontanamente di avere, in altri ambiti. Il sorriso e l'abbigliamento dell'impiegato del cimitero sono assolutamente identici a quelli dell'agente immobiliare che cerca di acquistare un appartamento in centro da una donna anziana, sola e malata di ahlzeimer. Eppure, dietro a quegli occhi e sotto quei vestiti, ci sono storie diverse. Il pianto di mia madre non è soppesato dallo sguardo di quell'uomo. Non c'è fretta, al cimitero. Non c'è business; C'è il mesto ricorrere della morte, che non moltiplica il denaro, ma lo fa affluire costantemente, placidamente nelle casse delle pompe funebri. Al cimitero, il dialetto pesante dell'addetto alla cremazione è sussurrato, fuori dal capannone da cui si alza un fumo nero, denso, un po' Guccini, un po' anni quaranta.
."E' un servizio appena partito, ancora dobbiamo arrangiarci." Dice l'uomo mentre ci fa strada.
Saliamo su una rampa, da cui si domina un bel paesaggio di colline verdi, mentre perpendicolarmente a noi, una fontana dall'architettura tra Piacentini e Manzù comincia a sgorgare infiorescenze d'acqua. E le ceneri di mia Zia, poste a mucchietti regolari intorno al centro della fontana - dov'è lo scarico - cominciano a defluire verso il cuore della terra. Polvere alla Polvere, Cenere alla cenere. Così se ne vanno definitivamente le sue spoglie mortali, mentre rimarranno nelle nostre vite che continuano i ricordi d'interno Pratino. Le incomprensioni, le piccole e le grandi paure. Le cene di Natale e i suoi regali teneri e orrendi. Il suo strano modo di voler bene, e la nostra scarsa capacità a comprenderlo. Veniamo accompagnati alla macchina dai tre impiegati, con i quali abbiamo condiviso un momento estremo; sono contento di averli consociuti, penso; e -come sempre- ecco ricominciare la partitura della vita, dopo il Tacet.
Oggi la vita ha il suono della Lambada del cellulare di uno di loro tre.
107
Sono gli anni compiuti oggi dalla Lazio. 107 anni da quel 9 gennaio in cui, a Piazza della Libertà, nasceva la Lazio, ad opera di Luigi Bigiarelli e soci.
107 anni di storia, da Ancherani a Rocchi. Anni di passioni, di vette conquistate contro tutto e contro tutti; di presidenti-papà che battevano rigorini negli spogliatoi e di presidenti-imprenditori finiti in carcere; di scudetti e di retrocessioni, di coppe vinte e di classifiche riscritte dal C.A.F.
Anni di Derby vinti bene e persi male, di lacrime di gioia e di dolore. Anni con macchine della polizia in campo, anni con le camionette fuori.
107 anni per essere i padroni di Roma. Perché a Roma - si sa - c'è solo la Lazio.
1000 di questi giorni, mia adorata , e tanti auguri anche al Presidente. Con la P maiuscola.
CapoSardo - 3
30 Dicembre 2006
Credo di essere a metà strada, e mi sento come la buonanima James Brown al termine di un concerto. La borsa sembra di piombo, e mi sorprendo a fare del training autogeno per fare i restanti tre piani della nave:
-"Cristo, hai trentaquattro anni, non cinquanta! Dici che vuoi fare palestra, e che devi ritovare tono muscolare e fiato; bene, stai già cominciando!"
Funziona, e riesco ad arrivare in cima alla nave (dove però dovrò bere un litro d'acqua) senza infartare. Mi piace pensare che Nico non si sia accorto del mio disagio fisico, ma non mi illudo più di tanto. La cabina è confortevole, larga, con bagno. Dormirò nel letto di sopra, e entrerò nel regno di Morfeo con dolcezza leggendo Bret Easton Ellis, per il quale non condivido nemmeno in minima parte l'entusiasmo di cui è circondato. Lo trovo banale e assertivo, anche se dotato di gran ritmo.
-"Buonanotte, Nico. Te non sai da che casino mi hai tirato fuori!"
-"Ahà...Buonanotte. Spegni te la luce?"
-"Eia"
***
31 Dicembre 2006
Mi sveglio fresco come una rosa e vigoroso come una tigre alle otto del mattino, e incontro con Nico i due tipi con cui ho cambiato la cabina la sera precedente. Quello anziano sta sbrinando: suda copiosamente, con la schiena reclinata all'indietro. L'altro, l'uomo con l'occhio nero, segue me e Nico fino al Garage, anche se non ha la macchina. Lo dribblo con un gioco di prestigio alla Pandev e mi catapulto fuori dalla nave, dove Alessandro mi attende con la macchina: Insieme a Nico andiamo a fare colazione al Poetto, sul mare. Lì veniamo raggiunti alla spicciolata dagli amici dell'estate Carlofortina del 2005. Per l'ora dell'aperitivo ci saranno più o meno tutti.
FINE PARTE 3
CapoSardo - 2
30 Dicembre 2006
Cammino guardandomi i piedi, passando dalla moquette del ponte 7 al linoleum del ponte 2. Le cabine di seconda classe sono infognate in anfratti impossibili, con una logica da sorcio che mi fa venire paura di affogare. Nella mia mente - che sento insana e volatile - la vista del pavimento si sovrappone ai fotogrammi di Danny Lloyd sul triciclo in Shining. Quant'è che cammino e faccio scale? E soprattutto, Nico è con me e ci sto parlando, oppure sto immaginando di farlo? Cristo, sto sconvolto, e l'aria pesante e odorosa di gasolio del claustrofobico ritrovo di topi non mi aiuta.
Quando arrivo di fronte alla cabina 427, la chiave non gira. La porta è aperta. Il sordomuto potrebbe assalirmi, ma da dove arriverà l'attacco? Che letto avrà scelto? Riflettendo, ricordo che la cuccia in alto a sinistra l'ho occupata con una maglietta. Quindi potrebbe saltarmi addosso da destra, oppure afferrarmi le gambe da tutte e due le direzioni. Apro cautamente la porta, e vedo la mia borsa biancoceleste dritta davanti a me. L'obiettivo è lì, e mi sporgo in avanti per prenderlo, immemore dei timori del secondo precedente. La trascino verso il corridoio, con una smorfia di sofferenza, mentre mi giro verso il lettino basso di destra. Cristo, c'è una panza pelosissima, che respira affannosamente. Sbarro gli occhi, afferro la maglietta sul mio lettino, ruotando il collo per guardare dall'altro lato. Un cinese a petto nudo dorme annodato su sé stesso in basso, e sopra di lui il sordomuto (che potrebbe essere morto) è immobile, con la bocca semiaperta.
Esco soffocando un grido di orrore, compiacendomi dello scampato pericolo. Poi prendo la valigia pesantissima e giro lo strettissimo angolo, per tornare sul ponte. Nico esiste, non l'ho sognato, la mia notte è salva, e avrò imparato che per venire in Sardegna bisogna prendere una cabina intera di prima classe, senza pagare il fio di una scelta sbagliata. Non c'è dubbio: il 2007 si presenta molto meglio del maledetto 2006!
Che capodanno che si prospetta, ragazzi, che capodanno.....
FINE PARTE 2
CapoSardo - 1
L’Ichnusa ghiacciata nella mia mano, la vastità del Poetto, e il semicerchio d’olio delimitato dai due promontori che disegnano il Golfo di Cagliari, uniti al sole che bacia la mia pelle coperta solo da una T-shirt della Lazio, mi fanno perdere per un istante il senso del tempo. Poi do il mio regalo di Natale ad Alessandro, che è lì con me, e mi ricordo -compiacenendomene - che è l’ultimo dell’anno.
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31 dicembre 2006
E’ passato un anno e mezzo da quando ho visto per l’ultima volta Nicola, Enriguez, Dolce e Gabbana, Contu e gli altri. Alessandro, invece, è venuto al party per il mio compleanno che ho tenuto sul mio terrazzo quest’estate. Ora stanno tutti sulla spiaggia, seduti attorno ad un tavolo, a mezzogiorno, con una graziosa cameriera di colore che porta birre e Aperol per la compagnia. Intorno a noi, scene familiari con bambini accuditi da mamme cozze, adolescenti che ridono la loro brillante spensieratezza, e un pazzo di una sessantina d’anni in costume, che avanza tonico e spavaldo verso il mare, che oggi è una tavola. Mi si chiede che tempo fa a Roma, e come io abbia viaggiato.
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30 Dicembre 2006
Il suono della sveglia interrompe alle 10:00 un sogno in cui io partivo per la Sardegna. Alle 11 e quarantacinque esco dall’agenzia viaggi in Via Cicerone, brandendo la sinistra di mia nipote nella mia mano destra, e un biglietto di seconda classe per Cagliari (partenza da Civitavecchia alle 18:30) nella sinistra. Poi un volo da Mondadori, dove compro regali per Alessandro, Iaia e me stesso: Acqua dal Sole di Bret Easton Ellis e Complotto contro gli Stati Uniti d'America di Phil Roth. Scelte casuali, spero fortunate. Un pranzo volante da Cimagalli (ottimo l’orzotto con carciofi e provola, buoni gli gnocchi alla romana), infine a casa, per fare le valigie. Dal cellulare chiamo Giovanni, che accetta di accompagnarmi al Porto: in questo modo sarò libero di decidere se tornare con l’aereo oppure con la nave. Realizzo di aver smesso di sognare all'incirca alle10:30.
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La cabina doppia è piccola ma confortevole. Sono solo, ho le chiavi, la nave è mezza vuota, quindi potrò starmene in santa pace. Giro il primo spinello, da consumarsi sul ponte appena uscito dal porto. Sto per chiudere il secondo, quando da fuori la porta della cabina sento chiamare il numero della mia cabina. Lo sguardo si posa sul tavolino microscopico: un mozzicone sventrato di sigaretta, del cellophane arricciato, il portabiglietto di cartoncino – privo dell’angolo superiore destro – con su dei residui di tabacco. Nell’aria, l’odore spesso del marocchino appena squagliato. Tutto descrive l'antro di un tossico. Poi mi sposto verso la maniglia, che si sta girando. Mi sono chiuso dentro, e avverto che sto per aprire; un semplice gesto e il tavolo torna pulito, a detrimento del cestino che si riempie; un altro gesto, felino, per ficcarmi in tasca l’impasto della seconda canna, con tutta la cartina. Apro la porta indossando una faccia che nella mia testa è quella di Gigi Proietti-Mandrake, ma che probabilmente è quella di un neopatentato beccato all’uscita della discoteca da un poliziotto stronzo con l’etilometro in mano. Di fronte vedo un viso che riesce a ricordarmi Il Megapresidente Arcangelo (quello del Fantozzi di Salce), Luciano Moggi, quello brutto dei Fichi d’India e Carlo Delle Piane. Tutti quanti insieme, credo. Appare in stato confusionale, suda e parla di un amico, con il quale divide il viaggio. A un certo punto, appare. E’ un Sardo dell’entroterra, che vive a Roma, ed ha un occhio tumefatto, da una botta presa scendendo dal treno. Parliamo un po’, e mi dice che ama la nave, perché – dice – “si scopa facile”.
Propongo loro di barattare il mio posto con quello dell’amico. Per fare in modo che possano dormire insieme, insomma, una gentilezza gratuita, chéccazzo. Accettano, chiedendomi più volte se io sia sicuro: l’altra cabina è una quadrupla, ma mi assicurano che c’è solo un sordomuto. Mi sento un brivido giù per la schiena, ma non importa. Accetto, a patto che mi lascino preparare la mia roba. Mi richiudo nella cabina, mi levo le scarpe e i pantaloni, e rivolto la tasca dei Jeans sul libro di Ellis, che ho già cominciato - e non mi piace un granché. Giro lo spinello, faccio pulizia e richiudo la borsa.
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30 Dicembre 2006 - ore 20
Il volto dell’ex dittatore appare fiero. Il cattivo cronista parla di Paura, ma io non ne vedo, in quegli occhi.
Il nodo Scorsoio si sovrappone a quel fazzoletto di seta nera, sul collo di Saddam Hussein. Lui rifiuta la benda, poi, mentre la narrazione continua e racconta l’apertura della botola e il corpo che penzola dieci minuti dalla corda, le immagini mostrano prima le parate militari dell’Iraq che fu, poi un cadavere che spunta da un lenzuolo bianco. Il Cattivo Cronista dice che è lui, ma secondo me non si vede un cazzo, c’è un pezzo di viso su un video di pessima definizione; tuttavia gli credo, non sapendo perché.
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Mi mangio una cotoletta con le patatine, una caprese con delle olive nere su una foglia di lattuga. Il pane è fragrante, le cotolette sapide, le patatine mosce e la caprese ha la mozzarella troppo fredda. Si mangia abene, sulla Tirrenia. Fine del Giornale.
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Incontro Nico di fronte al cinema. Danno “Tickets” di Olmi/Loach/Kiarostami, e me lo vedo in prima fila, volentieri, nonostante l’altoparlante destro spernacchi. E’ un film lento, ambientato su un treno, appositamente per addormentarsi in viaggio, credo. Alla fine, andiamo a fumare sul ponte. Nico dà un paio di tiri, io me la finisco; mi sembra di sentire il sapore della liquirizia tenuta in tasca per tutta la settimana precedente. Alla fine sono stravolto, e comincio a delirare. L’argomento verte sul rapporto fra noi e i nostri animali domestici. A tratti lo trovo appassionante, soffoco delle lacime e vorrei abbracciare il mio gatto, rimasto a Roma.
Nico l’ho conosciuto circa quattro anni fa. Vive a Cagliari, ma ha i parenti a Roma. Finché è rimasto nella Capitale, lo si vedeva al Metaverso, e a quasi tutti i Vernissage e aperitivi di Trastevere e Centro. Fa il Fotografo, lavora in un giornale in Sardegna. A Cagliari sta benissimo, centellinando la sua mondanità Romana, quindi non annoiandosene mai. Alla fine, mi invita a dormire in cabina da lui. Accetto di buon grado, rendendomi conto che non sono mai entrato nella quadrupla dove mi dovrebbe aspettare il sordomuto. Cerco le chiavi nella tasca, e mi inoltro nel ventre della nave, al secondo piano (accanto ai garage).
FINE PRIMA PARTE






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