Vent'anni.
Caro papà,
Oggi la tua famiglia ha messo il due davanti. Sono vent’anni che viviamo senza te. Te ne sei andato nel 1986, il giorno del tuo compleanno, il 15 novembre. Alla fine ci sei rimasto a Venezia, oggi sono sepolte lì le tue spoglie mortali. Da allora sono cambiate un sacco di cose. Probabilmente ci segui da lì dove ti trovi; perlomeno per un po’ l’hai fatto, qui siamo tutti sicuri di questo. Quindi sai che tua moglie non ha mai smesso di amarti, nonostante gli anni di solitudine l’abbiano indurita; grazie a te è riuscita a far crescere due figli in una certa agiatezza economica; hai fatto benissimo a rimandare la tua morte fino a garantire una pensione adeguata a tutti noi: ci è servita tantissimo, e spero di poter fare altrettanto per la mia famiglia quando toccherà a me.
Saprai che tua figlia ha avuto due bambini con Andrea (l’hai conosciuto, anche se per poco. Chissà se ti sarebbe piaciuto: è un uomo onesto, anche se non è un leader naturale, come quelli che ti affascinavano). I bimbi si chiamano
Poi ci sono io. Non ti piacerei, papà. Nemmeno io sono un leader naturale, ma ho imparato a sembrarlo. Non credo sarei riuscito a fregare te. Purtroppo non lo posso sapere. Quando ci siamo separati, io avevo solo quattordici anni. Non una coscienza politica formata, nemmeno un anelito alla conoscenza un po’ fuori dalle righe. Un ragazzo normale. Un po’ somaro a scuola, un po’ no. Forse, sotto sotto le mie oscillazioni tra vette e fossati ti sarebbero piaciute, chissà. Sta di fatto che non ho fatto il vice-posteggiatore abusivo. E tua figlia non ha fatto
Sai, a volte mi chiedo cosa sia stata davvero la tua famiglia, per te. Non sono mai riuscito ad entrare appieno nei tuoi pensieri. Tutte le conoscenze nostre in merito sono legate alla sfera dell’aneddotica familiare, storie sempre uguali, a sfondo morale, che mi hanno sempre convinto poco. La vita umana è molto complicata, e non è certo riducibile a raccontini o ad epiche. Ad ogni modo penso spesso ai tuoi racconti familiari, sforzandomi di cogliere il fiore di una verità profonda, tra tanta narrativa seminata.
Ti sono vicino, papà. Oggi ti capisco, e credo di avvertire quella forza che ti ha portato lontano, a cercare riscatto. L’avverto, e spero, dentro di me, di farne un uso saggio. Spesso credo di non farcela, mi sento masticato da ciò che mi sembra tu padroneggiassi. Altre volte mi sento con il mondo nella mano. Discorsi da schizofrenico, ma va così.
Io sono tuttosommato soddisfatto di me stesso, sai? Non ho combinato molto, ho fatto il musicista per tanto tempo, ma ho ottenuto discreti risultati, nel mio campo. Ho trovato anche il tempo di prendere una laurea. Ci ho messo un fracco di tempo, ma l'ho presa col massimo dei voti e lode. Almeno quello. Tua moglie è venuta raramente a vedere i miei concerti, e ha vissuto il mio amore per la musica in modo contraddittorio. La conosci, mamma: ha il dono della visione, ma non ha coltivato il necessario distacco per padroneggiarlo. In un’epoca mi regalava la cantina per farne una
Tra un po’ sarai commemorato all’Università, se ne sta occupando Giorgio, e io cerco di dargli un po’ di appoggio logistico. Ho preteso di concludere la giornata di studio con un mio intervento. Fidati, in queste cose sono diventato un maestro, quindici anni di palco insegnano questo ed altro. Inoltre ho preteso la presenza dei nipoti che non hai mai visto. Che sappiano, da dove viene l’orgoglio di chiamarsi Mishra.
Sto pensando a come salutarti. Ti ho sempre chiamato “Papà”, “Paponzo”, “Papone”. Tu mi chiamavi “Pippo”, “Ponzi”, “Andò” e chissà in quanti altri modi che non ricordo. Ora però, sono grande, adulto. E ho delle resposabilità che mi obbligano al decoro. Se parlo di te (per esempio quando cerco di prendere le tue parti quando qualcuno critica un’ottica integralista ante-litteram presente nella tua produzione letteraria), dico sempre “mio padre”. Nessuno se ne avrà a male se in una lettera scritta a te ti saluti confidenzialmente. Dopotutto, sei nel codice genetico mio e di Mira.
Ciao, papà.






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