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Venti e Trenta

di Hagi (18/10/2006 - 20:47)

Era un periodo strano, per Giuseppe. Si trovava sempre più spesso da solo, ultimamente; e poiché da soli si pensa, lui pensava. Essendo uno scacchista, pensava in maniera spietata.


Quel giorno Guseppe ragionava su sè stesso, e su tutta la sua vita, quella cosa che a suo modo di vedere nient’altro era che la somma aritmetica di tutti i giorni trascorsi dal momento in cui era stato partorito dalla madre, trentasei anni prima,  a quel giorno.
I soliti brandelli di visione, disarticolati ed abbaglianti, frutto di un'iperattività di onde alfa; un pensiero logicamente tattico. Lo conosceva, quel pensiero; normalmente serviva a trovare una mossa vincente per andare a scacco, mentre in quel frangente sembrava essere orientato esclusivamente a far vacillare le sue certezze più salde.
Uno per uno, ineluttabilmente, cadevano i pilastri degi ultimi vent'anni di vita passata. I versi di Time dei Pink Floyd gli rimbombavano in testa; mentre Waters gli diceva che erano partiti tutti mentre lui stava aspettando lo starter, Giuseppe fissava insistentemente la scacchiera posata sul tavolo del suo studio. Anzi, no. Quello che stava guadando era dietro la scacchiera. Era quell'angolo della grande stanza, dove non ricordava di averci mai visto nient’altro.

***


La prima volta che aveva gocato a scacchi era stato a otto anni, in montagna. Lì un suo amichetto più grande, Enrico, gli aveva insegnato le regole. Non gli era piaciuto molto, preferiva giocare a pallone, oppure a Space Invaders, giù, al circolo delle bocce. Al liceo, durante un'occupazione, frequentò un corso autogestito di scacchi, tenuto da un tal Provantini, un ragazzo uscito dal liceo un anno prima, ed ora buono studente ad architettura. L’incipit della prima lezione (dal titolo “dall’apertura al mediogioco”) fu seguito da quaranta persone, dopo un quarto d'ora erano rimasti in tre. Giuseppe, Giovanni e Giancarlone. Il secondo giorno d'occupazione, Giancarlone aveva trovato da scopare. Giovanni e Giuseppe invece s'innamorarono, l’uno dell’altro. Durò più o meno tre mesi, durante i quali, prima di correggere la rotta, relegando l'omosessualità nei ricordi di un'adolescenza avara di risposte semplici, Giuseppe e Giovanni si amarono disperatamente, definitivamente.
In quei tre mesi giocarono a scacchi, sublimando e cementando un rapporto che Giuseppe avrebbe ritrovato mai più. Era una sensazione vicina al sesso sadomaso,  un'algida ricerca di metodi per arrecare dolore al partner. Giuseppe e Giovanni si lasciarono amichevolmente; il primo si fidanzò con una ragazza. Il secondo se ne fece una ragione, ma non si fidanzò mai.

***

Quell'angolo. Da quant'è che stava così? Non se n'era mai accorto; da più di vent'anni aveva  sempre una partita in corso, su quella scacchiera. Quindi Giuseppe era abituato a guardare attraverso quell'angolo, con la mente distesa sul campo di battaglia immaginario, croce e delizia di ogni scacchista. Però oggi era diverso, e non capiva perché. Era come se un miope avesse improvvisamente indossato un paio di occhiali dopo una vita di realtà sfocata. Oggi vedeva il familiare con occhi di estraneo. Sapeva di essere un ottimo giocatore di scacchi, ma non si ricordava più perché giocava. Sapeva di conoscere centinaia di aperture, ma oggi gli sembrava una cosa inutile, fatua, quasi fastidiosa.

Giuseppe era martellato da un pensiero circolare e paranoico: tutto quel tempo passato a giocare, inchiodando, sovraccaricando, infilzando alfieri con le sue forchette diventate proverbiali, tanto ben portate; scoprendo i suoi alfieri, liberandoli a scorribande micidiali, pattugliando la periferia della scacchiera con le torri, sempre ben appostate. Vent’anni passati a pensare il mondo non già nelle 64 case della scacchiera, bensì in quelle sedici centrali, la quarta e la quinta fila. Era il suo territorio indiscusso, in cui dettava la propria legge, e nel quale sapeva di muoversi come nessun altro. Tutto il mondo pensato in sedici case. Per vent’anni aveva trovato rifugio in quella successione di quadrati bianchi e neri, e ora, improvvisamente, gli sembrava tutto senza senso.

Mentre davanti ai suoi nuovi occhi si andavano formando le considerazioni da cui scappava da due decenni, lui cercava un riparo ripercorrendo le ultime mosse della partita persa a Roma nel 1606 dall’oramai anziano Cesare Polerio contro Geronimo Cascio, il Siciliano. Tutto inutile.  Arrivò a pensare alla morte, visone del silenzio, angolo vuoto, a una bottiglia di superalcolico e una pistola afferrata senza pensarci. Ancora niente. Poi la salvezza: prima c’era il problema dell’angolo.

Cominciò a muovere i pensieri in maniera febbrile: quante cose avrebbe potuto fare con quell'angolo disposto in maniera diversa? Partì da uno scrittoio per il diario che non era mai riuscito a tenere, passò per un angolo simil-Ikea, con poltrona, tavolino basso e lampada da lettura; alla fine arrivò: un angolo dedicato al cielo. Salì in soffitta, e trovò un vecchio planetario del nonno (li ricordava volentieri entrambi). Di stelle non sapeva assolutamente nulla; se si fa eccezione dell’Orsa Maggiore, retaggio di un cartone animato dell’infanzia, non sapeva nemmeno riconoscere una costellazione; sembrava non importargliene un granché, e infatti, rovistando tra quelle carte profumate di antico, trovò un quaderno del nonno, datato 1948, ingiallito e scritto con bella grafia dall’inchiostro viola di un pennino; era bellissimo, chiaro e didascalico. C’era tutto il necessario per partire per un viaggio senza fine, disarmante per chiunque non avesse da recuperare vent’anni chiusi in 16 caselle. Avrebbe comperato una mappa del cielo, sarebbe partito dall’imparare a memoria forme, colori e nomi delle stelle. Avrebbe compilato un quaderno, da accopiare con quello del nonno. Aveva un piano, adesso. Niente sarebbe stato più come prima. Forse si sarebbe iscritto all’università.

Brandendo il planetario nella mano sinistra, con sotto l’ascella il quaderno, scese i gradini il più velocemente possibile, mentre sentiva le gambe mancargli; a metà tragitto dovette appoggiarsi alla ringhiera, e tirare uno, due, tre respiri profondi, per non pensare ad un dolore lancinante che gli contraeva tutto l’emitorace sinistro.

***

Quel ragazzo dagli occhi a mandorla aveva un gioco coraggioso, ma aveva ancora molto da imparare. Aveva dispiegato i pezzi leggeri in modo da inchiodare i pedoni di Giuseppe e frenare le diagonali degli alfieri. La situazione creata era di un sostanziale equilibrio sulle file centrali, che il ragazzo dimostrava di conoscere e prediligere. Giuseppe era stato costretto a scalzarlo sulle posizioni più periferiche, sovraccaricandogil la regina con una torre e un alfiere protetti da un pedone e forchettandogli cavallo e torre con la sua regina. Un gioco che non gli era usuale. Alla fine, il giovane aveva dovuto stringergli la mano, poiché Giuseppe sarebbe andato a scacco in due mosse. Fu un gesto sottolineato dai flash dei fotografi, che documentarono la quindicesima vittoria di fila di Giuseppe Bertozzi ad un mondiale di Scacchi.

Il giornalista che scrisse l’articolo sulla partita imputò le lacrime dell’anziano giocatore – da trent’anni costretto sulla sedia a rotelle – all’emozione.

Giuseppe, invece, aveva semplicemente imparato ad odiare le stelle.

 

 

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