Ciao sono Hagi
Vedi il mio profilo


Ottobre 2006

DLMM GVS
1 2 3 4 5 6 7
8 9 10 11 12 13 14
15 16 17 18 19 20 21
22 23 24 25 26 27 28
29 30 31

Tag

Ultimi commenti

Nuovi post

Diffondi i contenuti

Aggiungi al mio Dada

Aggiungi al mio Dada

Condividi i contenuti

De.licio.us
Archivio Ottobre 2006

Ritornerai

di Hagi (26/10/2006 - 13:37)

Ci sono delle volte in cui benedico di avere un blog personale, perché mi permette di scrivere quello che sento, senza ossequio alla notizia, senza l'ansia di dimostrare niente a nessuno. Ieri è morto Bruno Lauzi, e mi mancherà, per la sua poesia e l'arguzia del suo sguardo spietato, testimonianze di quella cricca genovese di cui faceva parte.
Un blob di esistenzialismo, arguzia, disperazione, e quella cosa senza nome che si colloca tra l'ironia e il sarcasmo.
Era malato da tempo, ma questo non gi ha impedito fino all'ultimo di sferzare questa società dopata con la sua musica e le sue parole.
Lo voglio salutare, sulle note di "Ritornerai", regalandogli una delle pochissime foto su queste pagine.
Ciao, Bruno. Ritornerai.

Vota questo post

Venti e Trenta

di Hagi (18/10/2006 - 20:47)

Era un periodo strano, per Giuseppe. Si trovava sempre più spesso da solo, ultimamente; e poiché da soli si pensa, lui pensava. Essendo uno scacchista, pensava in maniera spietata.


Quel giorno Guseppe ragionava su sè stesso, e su tutta la sua vita, quella cosa che a suo modo di vedere nient’altro era che la somma aritmetica di tutti i giorni trascorsi dal momento in cui era stato partorito dalla madre, trentasei anni prima,  a quel giorno.
I soliti brandelli di visione, disarticolati ed abbaglianti, frutto di un'iperattività di onde alfa; un pensiero logicamente tattico. Lo conosceva, quel pensiero; normalmente serviva a trovare una mossa vincente per andare a scacco, mentre in quel frangente sembrava essere orientato esclusivamente a far vacillare le sue certezze più salde.
Uno per uno, ineluttabilmente, cadevano i pilastri degi ultimi vent'anni di vita passata. I versi di Time dei Pink Floyd gli rimbombavano in testa; mentre Waters gli diceva che erano partiti tutti mentre lui stava aspettando lo starter, Giuseppe fissava insistentemente la scacchiera posata sul tavolo del suo studio. Anzi, no. Quello che stava guadando era dietro la scacchiera. Era quell'angolo della grande stanza, dove non ricordava di averci mai visto nient’altro.

***


La prima volta che aveva gocato a scacchi era stato a otto anni, in montagna. Lì un suo amichetto più grande, Enrico, gli aveva insegnato le regole. Non gli era piaciuto molto, preferiva giocare a pallone, oppure a Space Invaders, giù, al circolo delle bocce. Al liceo, durante un'occupazione, frequentò un corso autogestito di scacchi, tenuto da un tal Provantini, un ragazzo uscito dal liceo un anno prima, ed ora buono studente ad architettura. L’incipit della prima lezione (dal titolo “dall’apertura al mediogioco”) fu seguito da quaranta persone, dopo un quarto d'ora erano rimasti in tre. Giuseppe, Giovanni e Giancarlone. Il secondo giorno d'occupazione, Giancarlone aveva trovato da scopare. Giovanni e Giuseppe invece s'innamorarono, l’uno dell’altro. Durò più o meno tre mesi, durante i quali, prima di correggere la rotta, relegando l'omosessualità nei ricordi di un'adolescenza avara di risposte semplici, Giuseppe e Giovanni si amarono disperatamente, definitivamente.
In quei tre mesi giocarono a scacchi, sublimando e cementando un rapporto che Giuseppe avrebbe ritrovato mai più. Era una sensazione vicina al sesso sadomaso,  un'algida ricerca di metodi per arrecare dolore al partner. Giuseppe e Giovanni si lasciarono amichevolmente; il primo si fidanzò con una ragazza. Il secondo se ne fece una ragione, ma non si fidanzò mai.

***

Quell'angolo. Da quant'è che stava così? Non se n'era mai accorto; da più di vent'anni aveva  sempre una partita in corso, su quella scacchiera. Quindi Giuseppe era abituato a guardare attraverso quell'angolo, con la mente distesa sul campo di battaglia immaginario, croce e delizia di ogni scacchista. Però oggi era diverso, e non capiva perché. Era come se un miope avesse improvvisamente indossato un paio di occhiali dopo una vita di realtà sfocata. Oggi vedeva il familiare con occhi di estraneo. Sapeva di essere un ottimo giocatore di scacchi, ma non si ricordava più perché giocava. Sapeva di conoscere centinaia di aperture, ma oggi gli sembrava una cosa inutile, fatua, quasi fastidiosa.

Giuseppe era martellato da un pensiero circolare e paranoico: tutto quel tempo passato a giocare, inchiodando, sovraccaricando, infilzando alfieri con le sue forchette diventate proverbiali, tanto ben portate; scoprendo i suoi alfieri, liberandoli a scorribande micidiali, pattugliando la periferia della scacchiera con le torri, sempre ben appostate. Vent’anni passati a pensare il mondo non già nelle 64 case della scacchiera, bensì in quelle sedici centrali, la quarta e la quinta fila. Era il suo territorio indiscusso, in cui dettava la propria legge, e nel quale sapeva di muoversi come nessun altro. Tutto il mondo pensato in sedici case. Per vent’anni aveva trovato rifugio in quella successione di quadrati bianchi e neri, e ora, improvvisamente, gli sembrava tutto senza senso.

Mentre davanti ai suoi nuovi occhi si andavano formando le considerazioni da cui scappava da due decenni, lui cercava un riparo ripercorrendo le ultime mosse della partita persa a Roma nel 1606 dall’oramai anziano Cesare Polerio contro Geronimo Cascio, il Siciliano. Tutto inutile.  Arrivò a pensare alla morte, visone del silenzio, angolo vuoto, a una bottiglia di superalcolico e una pistola afferrata senza pensarci. Ancora niente. Poi la salvezza: prima c’era il problema dell’angolo.

Cominciò a muovere i pensieri in maniera febbrile: quante cose avrebbe potuto fare con quell'angolo disposto in maniera diversa? Partì da uno scrittoio per il diario che non era mai riuscito a tenere, passò per un angolo simil-Ikea, con poltrona, tavolino basso e lampada da lettura; alla fine arrivò: un angolo dedicato al cielo. Salì in soffitta, e trovò un vecchio planetario del nonno (li ricordava volentieri entrambi). Di stelle non sapeva assolutamente nulla; se si fa eccezione dell’Orsa Maggiore, retaggio di un cartone animato dell’infanzia, non sapeva nemmeno riconoscere una costellazione; sembrava non importargliene un granché, e infatti, rovistando tra quelle carte profumate di antico, trovò un quaderno del nonno, datato 1948, ingiallito e scritto con bella grafia dall’inchiostro viola di un pennino; era bellissimo, chiaro e didascalico. C’era tutto il necessario per partire per un viaggio senza fine, disarmante per chiunque non avesse da recuperare vent’anni chiusi in 16 caselle. Avrebbe comperato una mappa del cielo, sarebbe partito dall’imparare a memoria forme, colori e nomi delle stelle. Avrebbe compilato un quaderno, da accopiare con quello del nonno. Aveva un piano, adesso. Niente sarebbe stato più come prima. Forse si sarebbe iscritto all’università.

Brandendo il planetario nella mano sinistra, con sotto l’ascella il quaderno, scese i gradini il più velocemente possibile, mentre sentiva le gambe mancargli; a metà tragitto dovette appoggiarsi alla ringhiera, e tirare uno, due, tre respiri profondi, per non pensare ad un dolore lancinante che gli contraeva tutto l’emitorace sinistro.

***

Quel ragazzo dagli occhi a mandorla aveva un gioco coraggioso, ma aveva ancora molto da imparare. Aveva dispiegato i pezzi leggeri in modo da inchiodare i pedoni di Giuseppe e frenare le diagonali degli alfieri. La situazione creata era di un sostanziale equilibrio sulle file centrali, che il ragazzo dimostrava di conoscere e prediligere. Giuseppe era stato costretto a scalzarlo sulle posizioni più periferiche, sovraccaricandogil la regina con una torre e un alfiere protetti da un pedone e forchettandogli cavallo e torre con la sua regina. Un gioco che non gli era usuale. Alla fine, il giovane aveva dovuto stringergli la mano, poiché Giuseppe sarebbe andato a scacco in due mosse. Fu un gesto sottolineato dai flash dei fotografi, che documentarono la quindicesima vittoria di fila di Giuseppe Bertozzi ad un mondiale di Scacchi.

Il giornalista che scrisse l’articolo sulla partita imputò le lacrime dell’anziano giocatore – da trent’anni costretto sulla sedia a rotelle – all’emozione.

Giuseppe, invece, aveva semplicemente imparato ad odiare le stelle.

 

 

Vota questo post

Un Racconto di Formazione

di Hagi (13/10/2006 - 17:05)

L'Appuntamento era al Mamiani, alle 11:15 del mattino. Il suo vecchio liceo. Lo scopo era parlare con il preside, per sondare il terreno tra i ragazzi per la costituzione di un coro scolastico.

Le implicazioni erano infinite.

Quant'è che non ci entrava? Fece due calcoli; era uscito nel 1992, ma si era fatto sicuramente l'occupazione del 1993, e forse ci era rientrato, saltuariamente, fino al 1995. Poi gli amici avevano terminato il ciclo di studio, e il suo Liceo era diventato territorio di altri, definitivamente. Non conosceva più nessuno.
Ma dal 1995 al 2006 erano passati altri undici anni. Due generazioni.

Così fece due calcoli: se al liceo ci si entra a quattordici anni, per uscirne a diciotto/diciannove, i quartini di adesso erano nati nel 1992.

Tirò un sospiro meditabondo, ed entrò, non potendo fare a meno di notare una serie di particolari.

Il primo fu il cancello elettrico, dal quale vide uscire una Polo nera guidata da un liceale.
Il secondo un ascensore e una pedana per disabili, che non c'erano, né erano mai state all'ordine del giorno in qualunque assemblea.
Il terzo delle teche nell'atrio del primo piano, di fronte alla presidenza, contenenti antichi strumenti di laboratorio;
Il quarto era quello che l'aveva colpito di più.

Si trattava del busto di Terenzio Mamiani (c'era sempre stato), ma con di fronte una targhetta esplicativa attraverso la quale dei minorenni lo informavano intorno a cose che lui non aveva mai saputo. Si sentì scandalizzato.

Dopo il preside, parlò coi due rappresentanti d'Istituto. In realtà non parlava tanto, ma li osservava agire e muoversi. Forse lui non si era mai mosso in un modo così adulto. Mentre quei ragazzi gli parlavano, lui pensava di far compilare loro il suo settequaranta-o-come-diavolo-si-chiama-adesso-il-modulo-per-la-dichiarazione-dei-redditi.

Di contro, aveva considerato come oramai fosse irrimediabilmente più vicino al corpo docente che non agli alunni.

All'inizio  rabbrividì. Poi Saturno gli indicò, per la prima volta dopo anni, la migliore disposizione d'animo da avere in quella nuova situazione.

Rajendra era cresciuto, ed aveva avuto l'occasione di verificarlo con un metro oggettivo. Una grande fortuna.

Vedeva dei ragazzi camminare, giocare a pallone, fumare sigarette, tradire abitudini onanistiche.
Vedeva della ragazze belle, sfacciatamente innocenti, ridacchiare senza motivo con altre coetanee, più timide e introverse. Leggeva in tutti loro tanti percorsi, sovrapponendoli ad altre facce dei suoi tempi. Diverse, ma negli stessi spazi d'allora.

Lui vedeva in loro il tempo che era passato. Rientrava tra quelle mura avendo un significato diverso da quello avuto prima. Alcuni di quei ragazzi erano nati che lui il Mamiani già non lo conosceva più.

Il periodo del liceo era lontano da lui quanto una intera vita per un adolescente.

E tutta quella masnada di ragazzini erano la misura del tempo passato mentre credeva di averlo sospeso. Saturno, glielo aveva suggerito Saturno; lo stesso che gli aveva fatto saltare la partita della Nazionale per andare a prendere la nipote all'uscita della riunione Scout del mercoledi.

Rajendra stava risvegliandosi dal coma.

Così partì, casualmente, il percorso di elaborazione del lutto dovuto alla perdita della madredi vent'anni prima.

Un'altra storia da niente, quella...

Un'altra, appunto.

Vota questo post

Scrittura Creatìna per menti dopate

di Hagi (10/10/2006 - 11:08)

Lo scambio di cui parla l'estratto della conversazione con Richard Bennet è disponibile  QUI.

*Burned* sono io, Mark invece (indovina?) lui.
______________________________

*Burned* scrive:
cmq, siete un disastro.

*Burned* scrive:

Mo' è notte  FONDA...

Mark scrive:
la correggo va

*Burned* scrive:

la corièra arìva all'una de notte, ché ?

Mark scrive:
ahhhh

Mark scrive:
parli di decorso logico temporale

Mark scrive:
alle 23

Mark scrive:
..."Uno strano benessere, epidermico, frizzantino, che lo avvolgeva mentre sorseggiava quell'assurda situazione, coì piccola e inutile, ma così piena nella sua semplicità".

Mark scrive:
ahahahaha
 
*Burned* scrive:

te gusta, ché ?

Mark scrive:
ahahahaaghaghagh

*Burned* scrive:
Il problema è: se a G. piace vedere il paesaggio, e arriva a notte fonda, 'ndò cazzo è annàto ? A Torino ?

Mark scrive:
beh con la linea Marozzi...

*Burned* scrive:
...E uno si fa Martina Franca-Milano per scendere a calpestare foglie morte?

Mark scrive:

Oppure una pineta a Varsavia

*Burned* scrive:
-ecco, questo ci piace....-

Mark scrive:

aghhaghghaghagh

*Burned* scrive:
siamo tre polacchi di ritorno a Lodz per Pasqua....

*Burned* scrive:
con i pacchi...

Mark scrive:
HAHGHAHGAHGAHHGAHAGHA

Mark scrive:
AGHHGAHAHAHAHHAHAHHAHAHA

Mark scrive:
aiuto aghahghag

Mark scrive:

pubblicherò questa discussione sul blog

Mark scrive:
aghhagahg

*Burned* scrive:

fai, fai....

*Burned* scrive:
Sempre che non ti freghi in velocità...

Mark scrive:

aghhghgahaghga

*Burned* scrive:
Ridi, ridi....

Vota questo post

Bricolage Ermeneutico

di Hagi (09/10/2006 - 10:30)

Il Male e Peggio affonda nel vecchio tramezzo come una lama nelle carni del nemico. La polvere filtra anche attraverso la mascherina, e non ti farà respirare decentemente per due/tre giorni. Gi occhialini, patinati da un manto grigiastro, deformano la realtà delle cose. Hai appena buttato giù due tramezzi e la tua casa ha - improvvisamente - assunto un'altra prospettiva.
E' bastato quel singolo lampo, il colpo d'ala che ti ha permesso di guardare ciò che avevi davanti con altri occhi, quelli che ti hanno proiettato nel più giusto dei futuri, animato da una convinzione dal sapore fideistico.

Per il resto, è stata solo azione.

Quindi, pensiero e azione. Ma niente Mazzini.
_______________

Il pensiero è rapido, indolore, appagante, imprevedibile e necessario; l'azione è lenta, faticosa, ispirata, appagante e necessaria. Il pensiero non ha tempo, l'azione è vincolata al tempo fisico.

L'uomo riesce bene quando il suo pensiero ispira la propria azione. Riesce bene quando gli vengono regalate insieme la gioia di pensare astrattamente razionalizzando un'idea  e la buona volontà, la tenacia e la determinazione per tramutarla in qualcosa di sensibile.

E' possibile farlo a più gradi, e le proporzioni dell'idea non sono in nessun modo relazionabili con la sensazione particolare donata dalla realizzazione della stessa; non c'è un metro unico per misurare la soddisfazione, ma solo dei pallidi modelli massivi (e limitatissimi) quali quello televisivo:

tempo_esposizione_ai_media : realizzazione_idea = premio : sacrificio

In buona sostanza, se ti restauri un mobile, oppure fai del mantenimento creativo alla tua moto, non vai da Amici della De Filippi, ma ti senti soddisfatto, permeato di quell'appagamento che ti ricorda certe giornate di quand'eri bambino.

Ecco, questo volevo dire.

Vota questo post

Secòndi

di Hagi (05/10/2006 - 11:13)

E tutto ad un tratto, aveva realizzato.

Momenti duri ne aveva avuti, e gli avevano lasciato addosso una strana sensazione di precarietà; l'ineluttabilità della fine di tutte le cose, compresa la sua, lo assaliva oramai costantemente, e il dono della visione retta della realtà oramai lo aveva cambiato.

Almeno, così credeva.

Poi arrivò quel secondo. Un secondo, sessantesima parte di un minuto, in cui aveva focalizzato la gravità dell'ingiustizia che stava perpetrando ad una persona che tutto sommato gli voleva bene, e che lo metteva di fronte all'atroce verità: era un egoista, un piccolo, meschino egoista.

Lui scappava, e lo sapeva. Lei lo inseguiva, e sapeva anche questo. Non la voleva vedere, ma il perché  non lo capiva. O meglio, ne aveva qualche sensazione, ma non si trattava di un pensiero armonico, organico. Più che altro erano frammenti di visione, reazioni istintive e ancestrali sulle quali non era mai riuscito a soffermarsi. Ogniqualvolta ci aveva provato, aveva rinunciato persino a *tentare* di mettere ordine in mezzo a quel casino.

Poi arrivò quel secondo.

Fu lungo, un tempo che gli permise di raccogliere comprensione, logica e organizzazione di pensiero e appallottolarle insieme con concentrata dedizione. Ne plasmò una specie di grosso proiettile. Poi venne il momento di trovare un bersaglio, e lo identificò nell'egoismo e nella miopia di ragionamento, quella che ti fa vedere bene da vicino e male da lontano.

Sparò.

Aveva preso una decisione, aveva capito che non sarebbe potuta durare, quella strana relazione, squilibrata e poco serena. Avrebbe dovuto mettere i puntini sulle "i", e gli sarebbe costato fatica, dispiacere, autostima e quant'altro. Ma, soprattutto, gli sarebbe costato quel poco calore - forse l'unico tepore che gli era rimasto. Ma era giusto così, doveva fare tabula rasa, spianare, per poi ricostruirsi dalle fondamenta.

Solo allora - pensava - avrebbe potuto riappropriarsi di quanto aveva ricevuto di bello, e poi, magari contraccambiarlo.

Ma mentre lo pensava, sapeva che forse non era vero. Sentiva che sarebbe finita, e non gli piaceva affatto.

Il secondo successivo.

Vota questo post

una birra da Blogger

di Hagi (04/10/2006 - 10:54)

Autoreferenzialità telematica.

Scendo da casa di Pietro piacevolmente intorpidito. La chitarra sulle spalle mi tiene la schiena dritta e la mente rapida; non tirerò fuori lo strumento, anche se l'unica cosa che mi va di fare è di suonare. Ma cerchiamo di non sembrare subito un dissociato; per quello ci sarà tempo.

L'idea è quella di un dopocena di Laziali, visto che l'invito viene da BoC, una delle più prolifiche penne del blog biancoceleste. Non sarà così.

Arrivo con Vinnie Colaiuta nelle orecchie, praticamente una lezione di rabbia tenuta da Frank Zappa, ascoltata con interesse morboso da un serial killer, e riproposta sul corpo di una vergine. E' un disco violento, come si sarà inteso. Fuori dal Lapsutinna, un bel po' di gente fuma. Dentro un bel po' di gente beve. Io non so dove cazzo andare a parare. Levo le cuffie, mi avvicino, tentando di carpire brandelli di discorso. Penso pure di andarmene, ma poi rido da solo per l'enormità della corbelleria. Colaiuta intanto continua a rimbombarmi nel cervello, nonostante abbia staccato l'iPod.
Mi affaccio, implorando la Santa Trinità acché qualcuno mi riconosca; Esaudito.
E' BoC che mi viene incontro, a salvarmi dall'oblio, anche se non lo sa, non lo può sapere. Un paio di convenevoli di rito, e mi comincia a presentare agli avventori più vicini; non ne conosco uno, fatta eccezzione per twosister, con la quale insceno un commovente siparietto: lei si presenta, "ciao, io sono Twosister" e io le rispondo, "no, sono Hagi, Twosister non so proprio chi sia", salvo l'accorgermi di quanto ho detto, e minimizzare la figura da ritardato mentale con un ghigno. Peggiorando ovviamente la gà scarsa considerazione da me meritata fino a quel momento.

Insomma, loro due sono le uniche persone che scrivono su laziali.

Il raduno è nato dall'iniziativa di noantri, i quali appoggiandosi su Splinder hanno creato una bella tavolata di cyberentità-incarnate-per-un-giorno, quindi eccomi proiettato in una dimensione - quella dei bloggers più o meno incalliti - che io mi rendo conto di non conoscere affatto. "bene" -penso- "un po' di cultura da secondo millennio. Chissà che il mio paleoblog non ne venga migliorato"... E poi: "bah, io sono all'antica: progressismo politico e reazione tecnologica. Il mio blog va bene così "

Però mi metto in ascolto, e realizzo di essere fatto di carne e ossa solo a tratti. Potrei giurare di avere percepito sulla mia carne viva l'effetto dell'Ignore sulle chat. Ho ascoltato discussioni interessanti e superficiali, pezzi di cultura cuciti insieme a brandelli di spiritualità. Un bloB di concetti, pensieri e sinapsi affascinante e dispersivo. Ho conosciuto un musicista, come me, e l'ho mandato da Radio Rock. Speriamo ci vada. Poi Marcus, il quale mi ha conquistato con il concetto di "effetto Paperopoli", per quanto credo di averne un'idea diversa. Ataru che a quanto pare è un faro, una luce....
Sciroccata, la quale non è venuta (con twosister) a farsi una foto di fronte al Tacito, dove c'erano luce e sfondo decenti: passi, ma mi sono sentito come il Mostro di Dusserldorf, per quanto, coi capelli che mi ritrovavo non avrei potuto aspettarmi nient'altro... Thunderblue, che non ha un blog per scelta, o per pigrizia, ha detto tutte e due le cose, e non ho capito quando mentiva; E poi un ragazzo brizzolato, simpatico, che ha riso quando gli ho parlato di mitridatismo da romanisti, STefano e Andy Capp di Noantri, con i quali non posso dire di avere parlato ma invece lo posso dire; Una ragazza, no, due, no tre, delle quali non ricordo un nome che fosse uno.

E poi i saluti. Già tristi di per sé, ma ancora più tristi in certe situazioni; e tornare ad essere somma di 1 e 0, ricordandosi perché il corpo lo dedichiamo a gente al di fuori di Internet è una di queste.

Secondo me.

Vota questo post

Ritorno al Futuro

di Hagi (02/10/2006 - 15:06)

Improvvisamente era arrivato il due ottobre. Era successo così, normalmente, e Hagi si era trovato a vivere la vita che aveva condotto fino al luglio precedente. Certo, qualcosa era fuggito via. Un gruppo musicale, mezzo ufficio (l'altra metà, come sarebbe finita?) un dottorato che gli scivolava via tra le dita e un giornale che aveva cominciato a chiamarlo con meno frequenza.

Ora, però, era tornato l'eterno presente, testa del passato e coda del futuro, a bussargli nella testa. Il Due ottobre. Gli sembrava una data messianica, speciale, come il giorno di Natale, oppure la festa dei lavoratori. Si trattava - al contrario - di un simulacro di normalità, un appiglio a quella splendida mediocrità tanto invocata da Saturno, suo fedele compagno da un bel po'. Zimmi era andata via, ed era stata l'ultima. Tutti, adesso, sembravano sapere che Hagi avrebbe dovuto stare solo, in meditazione e contemplazione dell'abisso. Solo così, pensavano, avrebbe potuto uscire da quella melma. Solo così avrebbe potuto ordire una strategia, preparare una riscossa.

E Hagi, nel suo nuovo stato di solitudine ascetica, aveva imparato a pensare solo in indicativo presente. Un buon inizio.

Vota questo post