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Archivio Settembre 2006

Due Parole su Saturno

di Hagi (27/09/2006 - 18:46)

Van Prasht. L'esilio nella foresta.

Soffre. Scalpita. Si muove in maniera sterile, scomposta e dispendiosa, per non ottenere altro che ansia di prestazione, e quella sgradevole sensazione di rincorrere invano tutto e tutti.

Saturno lo costringeva a stare rintanato. Non gli piaceva, sapeva che era dannoso, ma non poteva fare altrimenti.

Il suo bisogno era il pubblico, l'esercito da comandare, gli sguardi da rapire; il pianeta dagli anelli lo poneva di fronte ad un esilio forzato. Se la sua testa volgeva sempre da una parte all'altra, in un moto perpetuo e iperattivo, Saturno gliela inchiodava in un circolo meditativo feroce, in cui l'unica attività poteva essere guardarsi dentro.

E quello che vedeva, mica gli piaceva. Non capiva se doveva cambiare lo sguardo su sè stesso, oppure le proprie azioni. Non riusciva a mettere a fuoco se fossero le sue azioni a renderlo così, oppure se esse erano poca cosa perché lui stava in quello strano, inedito stato di coscienza.

Di fatto, lui sapeva tutto questo. Conosceva il proprio quadro astrale. Aveva consultato diversi tipi di Oracolo. Aveva pregato. Poi si era rifugiato nella mens più pura. Era riuscito ad epurare tutto ciò che di sensibile-sensuale ponesse barriere alla coscienza più cristallina. Fatta eccezione per qualche fugace atto onanistico, estemporaneo e necessario.

Era solo, cosmicamente solo.

Ce l'aveva, la capacità di andare a fondo nelle cose, ma non riusciva a tenerla per più di tanto. Questo - lui lo sapeva - era ciò che Saturno pretendeva da lui. Il pianeta dell'anzianità, della maturità e della consapevolezza, lo schiacciava con tutto il peso delle infinite vecchiaie di cui è stendardo. Doveva imparare ad essere più saggio. Doveva volgere quel senso avviluppante, "marmellatoso", da sabbia mobile, in un concetto positivo. Non poteva essere tutto negativo, doveva esistere una lettura di quell'orrore che avesse un senso.

Parlava con sé stesso, ribattendosi e contrattaccando:
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-"Tutta la vita di un uomo potrebbe essere governata solo dal caso. La scienza dimostra che tutto, in natura, tende al Caos ";

-"Vero. Però l'intelligenza umana è andata progredendo sempre grazie alla capacità di pensiero organico e astratto";

-"L'uomo è animale mammifero. Classificato (Sapiens Sapiens), come qualsiasi altra forma di vita sulla terra";

-"L'uomo è animato da una sete di conoscenza, unico caso tra gli esseri viventi";

-"Non puoi asserirlo con sicurezza";

-"Attraverso la vista giusta, si può realizzare che viviamo in un puntino insignificante. Guai a pensare che lo scopo sia tutto qui";

-"E perché?"

-"Perché in questo caso, l'essere umani, e quindi votati alla conoscenza, diverrebbe inutile, e solo dannoso per l'ecosistema";

-"E' esattamente come la penso io";

-"No, ti sbagli, ti devi sbagliare. E' necessario un atto di fede. Una fede positiva, e logica. La fede nel bene. Nulla si crea e nulla si distrugge. Partire da qui. E imparare a trasformare il male in bene, il vile metallo nell'oro. Procedere, senza frustrarsi mai, perché si ha chiaro il risultato che si vuole. Non troverai la pietra filosofale, ma scoprirai basi e acidi. E la  vita avrà avuto un senso, quello di una ricerca, frustrata solo in apparenza. Sono i nostri figli. Sono loro che cercheranno quello che noi abbiamo trovato, e troveranno ciò che a noi è sempre stato negato. Ma questo, val bene la vita. E basta, non voglio più ascoltarti."
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In buona sostanza, si barcamenava in questo genere di pensieri. Ma quel basso continuo nella sua testa gli imponeva di scegliere: doveva uccidere uno dei suoi due sè-stessi, e non riusciva a decidersi, come l'Asino di Buridano.

E come mio nipote.

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