Non ci credo, Non ci credo e non ci credo!
Il taccuino indiano in onda ieri sera mi racconta il miracolo indiano. Lo fa nel solito modo. Parlano della familiarità indiana al pensiero matematico (ci feci un intervento nella prima conferenza organizzata da Italindia alla sala Gessi dell'Università, nel 1999; quindi il paragone lo trovo giusto ma datato); poi Bangalore e il decentramento dei servizi. E la compatibilità dell'identità indiana con un lavoro globalizzante. E il miglioramento dello stile di vita.
Ma non ci credo. Non ci credo. Mi suona tutto falso. L'India? la qualità in India? Ma se compri qualsiasi cosa fatto in India, lo sai già che ti si romperà nel giro di una settimana. Il lavoro zelante? Forse ad alti livelli, ma gli indiani sono geniali nel cercare di lavorare poco e guadagnare molto.
E poi mi suona come un euro di latta la felicità simultata di operatori di Call Center, tutti felici del loro nuovo stile di vita. Se non proprio falsa, miope: ho visto una situazione del genere in Italia negli anni novanta, e mi sono fatto un'idea della curva che si è disegnata in dieci anni. Basta farsi un giro ad Atesia. Altro che "se sorridete, si sente al telefono": chi ha un lavoro che consiste nel parare i giusti colpi destinati ai ricchi colpevoli, e lo fa sotto sfruttamento, e a due soldi, non c'ha proprio un cazzo da ridere. l'Ottimismo finirà. E tremo pensando al collasso economico che potrebbe derivare dall'accentramento di tutti i servizi di lingua anglosassone in un solo paese. Ma ce la saremo cercata. Anzi, ve la sarete cercata. Io ve l'avevo detto.






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