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Archivio Maggio 2006

Storia di un amore mai nato, ma che sarebbe durato poco, comunque.

di Hagi (24/05/2006 - 17:18)

La ragazza piange, disperata, il suo vuoto esistenziale. Lacrima la sua paura di solitudine, la sua ansia di ricerca frustrata. L'amica le tiene la mano, gli occhi umidi, e le ripete:
-"Adesso passa. Ora passa tutto. Sfogati, Bianca, sfogati."
Mattia, un piccolo ometto di mezza età, con calvizie incipiente e massa grassa un po' in eccesso ne coglie lo sguardo disperato.
-"Perdonami", le dice.
La ragazza lo guarda fisso, e sembra riacquisire vitalità di sguardo.
-"sparisci", gli sibila.
Lui tenta di fermarla, prendendola per un braccio. Lei monta in un disgusto incontenibile, viene scossa da violenti conati di vomito. Si divincola, gli occhi ancora umidi, digrignando i denti. Le fa orrore. E lui la implora, con gli angoli della bocca bianchi di schiuma lacrimosa. La stretta di lui è disperata, fuori controllo. Fuori controllo come lei.
Bianca si asciuga le lacrime, rivivendo altri episodi della sua vita,  diversi da quelli che l'avevano fatta rompere nel pianto. Il bel viso si ridistende, e gli occhi grigi riacquistano il fuoco. Il coglione si è immolato, buon per lei. Gli ha passato la patata bollente, ma non era la patata che voleva lui.
Ora Bianca ride, pensando alla faccia che farà l'amico del cuore quando saprà cosa le è accaduto. E' Mattia che piange, talmente obnubilato dal suo egoismo da non rendersi conto di aver perpetrato la prova d'amore ultima: quella di prendersi sulle proprie spalle il dolore di chi ami. E pensare che c'è gente che ci prova una vita senza riuscirci.
Che mondo ingrato.
No?

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Giovanni

di Hagi (20/05/2006 - 18:53)

Parioli, Martedi 16 maggio 2006

Ho appena portato a Leo il set di congas, con cui domani proveremo insieme al Sestetto Jazz Combo, di scena al Micca Club di Roma venerdi 19 maggio. Ciò mi permetterà di muovermi col motorino invece che con la macchina, evitando problemi di parcheggio e traffico: da Piazza Mazzini, dove abito io, a via Slataper saranno otto minuti. Suoniamo un po', proviamo  grooves , incastri ritmici, finali.  Lavoriamo un pochino, in relax. Decidiamo di mangiare insieme, e andiamo nella trattoria sotto casa sua, da Giovanni.

Giovanni il laziale

Quando vedo la lampada a forma di scudetto biancoceleste, me ne compiaccio; ma è l’entrata di un’altra dimensione: qui è tutto laziale, a parte la porzione di ravioli, che è un po’ scarsina – anche se buonissima. La volta, povera come i magazzini di inizio secolo che fu, è bassa, con ritagli di giornali sportivi, dai tardi anni sessanta agli ottanta. Un gagliardetto degli allievi fa bella mostra di se, nella sala principale, dove ci accomodiamo su delle sedie molto comode davanti ad un tavolo piccolo.

Un’attempata coppia di francesi cerca di ordinare qualcosa: il cameriere non capisce un cazzo, e risponde in tedesco. Riescono ad accordarsi per un piatto di carne di maiale, ma porterà loro uno spezzatino di bovino. Poco male, sarà apprezzato lo stesso.

Durante la cena, Leo parla di jazz, di musica universale. Io recepisco i valori dell’attaccamento alla maglia. Io racconto il dito indice alzato di Chinaglia alla curva Sud dopo il derby d’andata del 1973, Leo ascolta di un concerto di Miles del ’63.  Ci capiamo benissimo.

Con parole diverse stiamo descrivendo la stessa cosa.

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Stati di Grazia

di Hagi (06/05/2006 - 13:02)

...O di allucinazione?...

Ciao Etere! E' un piacere ritrovarti, dopo un po' di tempo impiegato in maniera socialmente più proficua. Oggi vorrei parlarti degli stati di grazia, di quei momenti, cioè, in cui tutto sembra andare per il meglio; quando ci si sente passaggio obbligato dell'energia che collega il cielo con la terra, e tutto ciò che si fa risplende di luce propria. Sono bei momenti, bellissimi. Però hanno dei problemi, dei quali ci si accorge solo quando è troppo tardi. Per esempio, l'idea del tempo: tu sai, caro Etere, quanto mi ossessioni il concetto di tempo, in tutte le sue diverse sfaccettature;  mi sono accorto che nello stato di grazia, il tempo perde il suo protagonismo, ma non per questo rinuncia a scorrere; succede quindi che ci si trova nel tempo,  ma non si riesce a circoscriverlo, abbagliati dalla grazia celeste, fonte di un'ispirazione al limite del messianico. Poi la grazia celeste passa, e noi ci si attacca al cazzo. Ci rimane il buio, e un po' di tempo in meno.

Io ho trovato - caro Etere - un modo per convogliare tutto questo in un progetto organico. Oddìo, diciamo quasi organico.
Colpito dall'ispirazione, l'ho bloccata, imprigionata in righe scritte, in parole affidate a persone per bene, a carezze e giochi di bambini. L'ho fatto per istinto, quasi presagendo il buio che - sempre - precede e segue la luce. Ora i miei occhi sono inerti, incapaci di discernere forme e colori. Le mie mani sembrano aver pero la memoria fisica, la misura degli strumenti che suono. La mia mente è aggrappata all'encefalogramma piatto della notte seguìta alla giornata densa di impegni. Dormo. Non importa quello che farò, o che non riuscirò a fare. Dormo per sognare la tattica con cui affrontare la bataglia del giorno dopo. So che le energie non mi permetteranno di vincere, non sarà il mio momento. Ma la tattica accorta mi aiuterà a limitare le perdite, e magari a scollinare un inverno nemico, fino alla prossima primavera.

Ciao, Etere. Stammi bene, e salutami gli altri brani di pensiero che ti attraversano.

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Trastevere e Corchiano

di Hagi (02/05/2006 - 14:34)

Dopo un fine settimana passato a Corchiano, all'insegna dell'aria buona, di suonate tra amici, di poderose magnate e di birre al Ranch, mi ritrovo a Trastevere, a Freni e Frizioni. Tra la città e la campagna non ci sono tutte 'ste differenze, alla fine; osservo i visi che salgono dalle scale di via del Politeama, e hanno tutti dei tratti distintivi comuni: l'occhio romano scappa a destra e a manca, cercando gente.

L'occhio corchianese scappa a destra e a manca, trovando gente. Ciò che si cerca in città è quello che si trova in paese. Solo che la città vive nell'eterna ricerca, sublimata nell'evoluzione dell'irraggiungibile. Il paese, viceversa, offre il senso della vita spiattellato in maniera talmente diretta da non farsi riconoscere. E come il saggio indiano ricorderà finché vive, l'umanità è divisa in due parti, una su una spiaggia, l'altra su una nave in rada: le due metà aspettano la morte invidandosi a vicenda.

La ricerca senza obiettivo non ha senso. L'obiettivo senza ricerca non ha senso. La città vive sul paese, il paese sogna sulla città. Vita e sogno.

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