Ciao sono Hagi
Vedi il mio profilo


Aprile 2006

DLMM GVS
1
2 3 4 5 6 7 8
9 10 11 12 13 14 15
16 17 18 19 20 21 22
23 24 25 26 27 28 29
30

Tag

Ultimi commenti

Nuovi post

Diffondi i contenuti

Aggiungi al mio Dada

Aggiungi al mio Dada

Condividi i contenuti

De.licio.us
Archivio Aprile 2006

Hello, World!

di Hagi (25/04/2006 - 23:49)

Continuo nella ricerca del suono.

Il suono completo, senza carenze. Forse non è il suono, ma è l'essenza della musicalità, quello che sto cercando.

Non è il suono ad essere deficitario: è la mia testa a voler vedere vuoto o pieno uno spettro di frequenza. Ogni suono può essere perfetto, se lo si guarda con gli occhi giusti

Non occhi che si accontentano, oppure occhi superficiali: parlo piuttosto  di occhi sereni, occhi che sono in grado di discernere il bene dal male, piuttosto che il bello dal brutto. 

Sogna, amico mio, sogna un mondo orientato al benessere di chi ti è vicino, piuttosto che alla tua piccola, meschina convenienza. Sogna, e non stancarti mai di farlo. La vita te ne renderà merito.

Tag: ,

Vota questo post

La riscoperta della musica

di Hagi (16/04/2006 - 10:42)

Non c'è niente da fare.

In questi mesi ho raffinato il mio pensiero, smussandolo con il ragionamento, espandendolo con la scrittura creativa; ho parlato con un sacco di persone, ho appreso un sacco di storie, ne ho raccontate altrettante. Un po' vere e un po' no. Ho scritto a proposito di elezioni politiche, ho partorito racconti, abbozzato un romanzo. Ho recitato, sul palco e sui marciapiedi di Trastevere. Ho concepito colonne sonore. Due, per la precisione.

Ho bevuto le parole di ragazze splendide, ho accolto i pensieri di gente meravigliosa. Ho regalato strade da percorrere.

Poi, dopo tanto tempo, ho suonato le congas.

Non c'è niente da fare.

Se parlo delle congas, normalmente ne parlo male. La darbukka è più moderna, le Tabla più aristocratiche. Il Djembé più dinamico. La batteria poliritmica. Ma, cazzo, le congas, che calore che danno....

E' la sensazione di toccare la pelle e avvertirne quella risonanza. Sulla bossa, per esempio. Oppure in certo pop di maniera. Le congas parlano. Fanno discorsi semplici, negri. Non quelli lunghissimi, astratti e sorprendenti delle Tabla. Le congas arrivano al cuore. Semplicemente.

...E non c'è niente da fare...

La musica è un breviario della saggezza, a saperla padroneggiare. Una canzone cantata e suonata che spieghi ciò che avete in testa è già stata scritta. A voi sta solo di trovarla. Buona Caccia, Lupetti!

Tag: ,

Vota questo post

Momenti

di Hagi (09/04/2006 - 14:57)

Roma, 8 aprile 1981.

Il bambino prende in mano un ciottolo. Anzi, non è un sasso, è un grumo di argilla fresca.

 -"Allora: siete nostri prigionieri. Il fortino è nostro, ora abbiamo tutta la zona. Voi non verrete mai più qui. E' un ordine."

 Sbriciola un po' l'argilla, sorride trra sé e sé. Poi i suoi occhi azzurri assumono una luce cattiva, sadica. Continua a sorridere, ma ora lo fa in faccia al capo degli sconfitti; gli porge il grumo di argilla:

 -"Succhialo. Succhia questo pezzo di terra, e io ti lascio andare."

 Gli occhi neri dell'altro bambino bruciano di rabbia. Quel biondo ha avuto la meglio su di lui. Lo sta cacciando dal suo fortino, per sempre. E' così, lo sapeva. Ma questo no. Questo va oltre le regole del gioco. A ben vedere, è un pezzo del suo fortino; con i suoi alleati lo ha difeso fino all'ultimo.

 Alla fine quelli erano passati, da dietro. Due avevano girato dietro la scuola abbandonata, mentre un terzo parlava da solo per far credere che stessero tutti lì. Era stato maledettamente bravo, li aveva fregati in pieno. Il bambino sconfitto lo aveva ammirato. Non era lealtà, era gratitudine per l'aver imparato qualcosa di utile da quella sconfitta. Ci stava. Non sarebbe più andato, oddìo, magari di straforo qualche volta si; sarebbe risorto, avrebbe preparato un'altra strategia per reimpadronirsi del fortino, e magari pure dell'altro, per poi ricominciare. Gli piaceva l'idea; i bambini amano le cose ripetitive: complicate, magari, lunghe, ma ripetitive.

 Il problema non è succhiare l'argilla: ha fatto cose ben più ributtanti, e sempre con un certo compiacimento. Sarebbe giusto un sapore in più. No, il problema è il farlo dietro ordine. L'avesse deciso lui, non sarebbe stato un problema. Ma così sente un formicolìo strano, non del tutto spiacevole, ma molto forte, violento.

 -"Non mi piace, non lo faccio"

 E' un viso deformato, l'ultimo ricordo di quella scena. Due occhi velenosi, un naso felino contratto dalla rabbia, e i denti digrignati. Anzi, in realtà è il penultimo; l'ultimo sono le mani in avanti che lo spingono giù per la scarpata.

***

 Roma, 8 aprile 2006

 Carlo scende dal motorino, e osserva il suo vecchio campo di gioco. La rete sfondata, seminascosta dal canneto, è stata sostituita da un cancello di robusto metallo, affatto arruginito e in piena efficienza. Accanto, un cartello presenta il parco regionale del Pineto. L’ampio sterrato argilloso, privo di prato perché le capre mangiano l’erba con tutte le radici, e lì nel 1981 ci pascolava un suo compagno di classe per conto del padre, adesso è recintato, e sono stati piantati degli oleandri. Sono esili, ma cresceranno. Anche se lì – l’uomo lo sa bene – “non c’è mai cresciuto un cazzo”.

 Non ci sono cani. Un cartello indica la “zona cani” verso destra, dove da piccolo andava a fare le impennate con la bici. C ’era un percorso naturale, con un tratto di dossi che ad essere capaci erano tre salti, ma comunque almeno due erano garantiti. Poi c’era un dislivello forte, che una volta finiva al suo fortino, ma che adesso era interdetto, da un cartello e uno steccato.

 -“Interdetto? A ME?”

 Una volta dall’altra parte, Carlo si dirige verso quello che sembra a tutti una selva inestricabile di canne, a passo sicuro. Apre la strada calpestando e alzando con le mani quel cespuglio gigantesco, e ritrova la pista che batteva venticinque anni fa. Lascia il sentiero nuovo-nuovo-di-brecciolino-assai-regionale e si infila in quel ginepraio, incurante dei rovi che lacerano il vestito di rappresentanza.

 Carlo si arrampica per una salita ripida e scivolosa; la scarpa di legno è difficile da gestire sullo sterrato, ma conosce la pista. Sale lungo un costone, ci sono le bocche di leone che lo accarezzano, e le margherite ai suoi lati, mentre cammina. Sale ancora, e arriva in un punto dove riesce a dominare con lo sgurado tutto il parco. L’intervento dell’uomo e l’erosione di ventiquattro anni ne hanno mutato la geografia; recinzioni e camminamenti hanno ciroscritto quello che era uno spazio aperto, e il vento e la pioggia hanno scavato il suo fortino, appiattendone le asperità più esposte, e ricoprendo di vegetazione la base.

 ***

Roma, 8 aprile 1981

 Il bambino si alza, dopo un volo di tre metri e mezzo. Non ha perso conoscenza, ma racconterà di essere svenuto a chiunque gli chiederà lumi sulla vicenda. Tossisce, è sporco di argilla su tutto il corpo, e metà del suo viso è rosso di quella terra. Ne ha anche mangiata, alla fine. Ma non è stata la stessa cosa; voci si allontanano, incuranti. Lui riesce a muoversi, di fatto non si è fatto niente. Perché il suo amico lo ha gettato giù dalla scarpata?  E quella faccia… Cosa mai poteva avergli fatto?  Ma, soprattutto:

 -come riprendere il forte?-

 Le voci dei bambini si allontanano, schiamazzando. Carlo si alza in piedi, e si avvia verso casa, in lacrime.

 ***

 Roma, 8 aprile 2006

 Ha il fiatone. Non ha più otto anni, e si sente. Ansima, ma è felice come un bambino. La strada stretta e angusta si è aperta, alla fine. Uno spiazzo, con una quercia da sughero di fronte, offre il Vaticano abbracciato dalle sue mura e S. Pietro che si staglia su tutta l’Urbe a sinistra, mentre a destra un reticolato fatiscente non riesce a proteggere la vecchia scuola da ingressi indesiderati. Carlo sorride. Un gruppo di adolescenti, ispidi e sospettosi, guarda storto quel signore sconosciuto, forse pensano sia della polizia, e non gli piace. Non gli rivolgono la parola, Carlo a momenti nemmeno li vede.

 L’uomo entra, strappando irrimediabilmente i pantaloni con del filo spinato. Percorre il perimetro del caseggiato, fino ad arrivare sul lato opposto dell’entrata. Trova un passaggio nella rete, e si sporge.  Ha trovato la strada!

 -“Da lì sono passati: il fortino è riconquistato.”

 Gli occhi gli distillano nostalgia, mentre percorre al contrario la strada scoperta poco prima, sotto lo sguardo sprezzante e curioso di quei ragazzotti.

 ***

 Roma, 8 aprile 2006

 Il bambino gioca nel parco con due amichetti; tirano calci a un pallone per loro enorme, e si gettano nel fango rosso; le mamme sono lì, li controllano perché i bimbi non si facciano male. Il recinto di legno le tranquillizza quel tanto da potersi fumare una bella sigaretta, mentre i figli si sfogano; meglio della TV; inoltre, se si stancano, andranno a dormire prima, permettendo ai genitori distrutti da una giornata di lavoro e fatica di vedersi un bel film, oppure di farsi una sveltina rilassamuscoli.

 Un grosso cagnone infila il muso nella barriera di legno, divisorio tra uomini e animali; il bimbo, occhi vispi e sorriso infinito, molla pallone e amichetto, e si catapulta su quel capoccione neroneronero con la lingua a penzoloni. Deve toccarlo, lo sa. Una morsa lo acchiappa per la collottola, lo alza da terra, mettendolo di spalle a quello che doveva essere il suo obiettivo, il cane. Di fronte si trova invece la mamma, che puntandogli l’indice:

 -“Mai, hai capito? MAI! I cani sono pericolosi. Tu non devi MAI allontanarti da questo steccato! Hai CAPITO?”

 Il bimbo non ha capito. Ci prova, ma non ci riesce. E’ sicuro che il cane non morde. Lo ha visto negli occhi, è come se ci avesse parlato. Non poteva morderlo. Sta per decidere se rompere in un pianto di frustrazione, quando l’amichetto gli tira la palla. Si gira per prendere il pallone, e vede un signore tutto sporco di terra, con i pantaloni strappati e le scarpe tutte impolverate. Lo sta guardando, e ha una faccia buona.

 Carlo sta guardando quei bambini messi in gabbia, in un parco pieno di chiavistelli. Dove animali, bambini e adulti stanno ognuno per conto proprio. Lì, dove aveva incontrato barboni, era scappato da tossici, aveva tirato  sassi alle lucertole e bastoni ai cani. Era lo stesso posto, ma ridotto alla ragione, al politicamente corretto, alla sicurezza nella divisione. I maglioni messi a pali delle porte erano stati sostituiti da giochi bellissimi, che da piccolo Carlo aveva spesso sognato. Ora, però, vedeva qualcosa di poco conveniente, in quello scambio. Spazio e libertà, rischio e promiscuità, erano stati barattati con sicurezza artificiale, con l’imborghesimento; un intera generazione di bambini, ora, stava ragionando come degli adulti in miniatura, con le loro paure, il desiderio di essere chiusi e sicuri, affievolendo il senso dell’avventura derivato dall’incertezza dei confini.

 -“Ciao! Come mai sei tutto sporco? Sei un barbone?”

 -“No, piccolo, mi sono sporcato andando a vedere il mio fortino. Oggi l’ho riconquistato!”

 -“WOW! E dov’è? Si può vedere?”

 -“E’ vicino da qui, ma allo stesso tempo lontano. Sta lì, vedi quel canneto? Proprio là dietro.”

 -“E perché è lontano?”

 -“Perché per arrivarci devi aprire il chiavistello, passare tra i cani, salire per una strada ripida, con lo strapiombo a destra e sinistra, e ridurti i vestiti come me, vedi?”

 -“Ma forse se lo chiedo alla mamma…”

 -”Come ti chiami? Io Carlo!”

 -“Io mi chiamo Andrea!”

 -“Piacere!”

 La mamma aveva visto tutta la scena. Prima di intervenire aveva tirato altre boccate dalla sigaretta, fino a bruciarla tutta, poi, con aria di sopportazione, si era momentaneamente congedata dalle amiche, con cui stava parlando di un programma televisivo, di bambini e di saldi.

 -“Andrea! Quante volte ti ho detto che non devi dare confidenza agli sconosciuti?”

 ***

Roma, 8 aprile 1981

 Il piccolo Carlo, in lacrime, si dirige verso casa. Si sente offeso, umiliato, e avverte la perdita del fortino come insopportabile. Piange una disperazione comprensibile solo dai bambini. Si sente solo. Passa sotto la ferrovia, e incontra sul marciapiede tre amichetti, stanno giocando a pallone. Si asciuga le lacrime con la manica, e gli occhi si ridistendono nella serenità.

 -“Pallaaaaa…..”

Tag: ,

Vota questo post

Esaurimento

di Hagi (08/04/2006 - 13:48)

Buongiorno, bentrovati.

"Passi Lunghi e Ben Distesi", il romanzo del sottoscritto in cantiere da un po', langue.

Succede. Capita, a volte, che così come viene, l'ispirazione vada via. Noi stiamo qui, ad attendere il suo ritorno; senza aspettativa, senza paura, ma con una serena, placida benevolenza. Tra un po', forse, tante domande troveranno risposte.

Perché Valerio Tucci è morto in un modo così assurdo? Chi è davvero Livia Sodano Steinbeck?  Chi è che ha incontrato Alessio al Paddy Nolan non Ci Avrai?

In una Roma puttana come mai si intrecciano le vicende di varie umanità: teste rasate parlano con rastamanni, Brigate Rozze rimorchiano gentili giapponesi. Pierpaolo Corazza ha una pista, e non intende mollarla: su tutti, il Commissario Cederna e l'Ispettore Galati, con la collaborazione dell'enigmatico Professor De Biasi indagano. La Freccia Nera  ha i minuti contati......

Tag: ,

Vota questo post

Tristezza

di Hagi (04/04/2006 - 19:57)

Quando ti invadono casa, stai sempre stressato. Gli spazi che senti come tuoi vengono violati, stuprati da abitudini mai subìte, da odori non familiari, dal calore del corpo, del respiro, di un'altra persona. Quando ti invadono casa, non vedi l'ora che se ne vadano. Non puoi farne a meno. A volte arrivi sulla soglia con l'orecchio attento, sperando di non sentire quei rumori, quei segnali di vita non tua, dall'altra parte della porta. Quante volte ti sei sorpreso, mentre frugavi con le mani nella borsa cercando le chiavi, a scavare nei suoni dei tuoi ricordi? Quante volte ti sei compiaciuto del tuo senso di ospitalità, magari vergognandotene anche un po', nella mistica corretta e laica del politically correct.

Poi un giorno i rumori non c'erano più. E ti sei sorpreso a vagare per quelle stanze vuote, impregnate ancora di una presenza che sai non sarà più lì. E ti sei inginocchiato, a raccogliere un pacchetto di sigarette vuoto, pezzi del recente già rimpianto, nel silenzio malinconico di una familiarità sacrificata sull'altare dell'egoismo. Avevi aspettato quel momento per mesi, a volte anni. Poi il momento era arrivato, e tutto si era dissolto nel grigio indistinto della tua ritrovata banalità.

Tag: ,

Vota questo post