Ombre
Il suo rapporto col mondo seguiva da sempre la falsariga di quello con la propria ombra. A quest'ultima si affezionò quasi subito, era il suo compagno di giochi preferito. Non che Rajendra - questo era il suo nome - fosse misantropo o asociale, tutt'altro. Era nato in un quartiere popolare, e in quanto tale pieno di bambini. Con essi giocava e scherzava quasi tutto il giorno. C'erano, però, momenti in cui preferiva giochi più contemplativi, di quelli in cui non usi la voce, stai zitto, appunto. Lì, la sua ombra diventava anche il suo muto interlocutore. Ragionava - nei suoi venticinque anni - sull'abitudine di camminare a testa bassa, seguendo, sotto i lampioni, la ciclicità del movimento sotto i suoi piedi. Da dietro, un ombra nera come l'inchiostro partiva dai suoi piedi, e ad ogni passo si allungava, sbiadendosi. Proiettava Rajendra sul muro, sul marciapiede, sulle vetture parcheggiate. SI allungava a dismisura, fino a sparire, ricomparendo sempre da sotto i piedi, più scura che mai.
Faceva l'attore. Non aveva mai pensato seriamente di farlo, lo faceva da sempre e basta. Se c'era da fingere, lui fingeva. Era un abilissimo raccontatore di balle e di barzellette, e spesso confondeva le due cose. La gente, da sempre, lo ascoltava con grande interesse; non che non sapesse che le storie che raccontava fossero false, o inventate: la sua voce aveva qualcosa di magnetico, per cui, una volta cominciato, era difficile smettere di ascoltare. Era un mentitore magico. Il problema veniva a proporsi quando finiva di raccontare: lì l'incanto si rompeva, la gente rientrava in sè; siccome il popolo è cattivo, Rajendra si era fatto la fama di bugiardo e inaffidabile. Non voleva fare l'attore, ma la società ce l'aveva costretto. Non sapeva né disegnare, né scrivere. Non aveva orecchio per la musica. E non era disposto a lavorare: insomma, Rajendra non aveva scelto di diventare attore, ma il cinema aveva chiamato Rajendra. Il teatro non gli piaceva. A parte qualche rappresentazione di Grand Guignol nel breve periodo a Londra, non aveva approfondito: ci voleva molta memoria, e la veste teatrale, codificata con rigore, non offriva quell'alone di menzognero del cinema. Il teatro non ama il cinema, quindi non amava nemmeno Rajendra. Davanti alla macchina si trasformava. Poteva diventare qualsiasi cosa. Uno Stanislawsky a due dimensioni. Intuiva perfettamente quello che un regista voleva, e riusciva ad incarnare i desideri particolari di ciascuno spettatore futuro. Ogni film recitato gli portava innumerevoli passaggi in Tv, in contenitori della più varia natura. Probabilmente era dovuto al fatto di riuscire a parlare con la telecamera. Oppure era a causa della grande superficialità di cui era capace. Sta di fatto che quando Rajendra parlava in TV (in radio non era la stessa cosa, aveva bisogno del gesto), era in grado di incantare a distanza migliaia di persone, sulla falsariga di quanto faceva da bambino e da ragazzo con le sue storie. Solo che cambiava il finale. Raj non era più il bugiardo inaffidabile. In televisione era il grande intrattenitore, l'affabulatore, il romantico. Insomma, Rajendra aveva capito profondamente la sua ombra. E da essa aveva capito un pezzo di mondo. Quello fatto di contorni a due imensioni, il mondo privo di profondità. Era un mondo che gli piaceva, che lo portò a rinunciare, progressivamente, all'idea di spessore. La confidenza con la propria silouhette, portata avanti in un'intera vita, l'aveva trasformato, e tanto era il desiderio di giocare con la propria ombra, che alla fine era riuscito - complice una società costruita apposta per lui - a diventare qualcosa di similissimo alla sua ombra. Un'ombra colorata, magari, ma sempre piatta, a dimensione variabile, persistente e - soprattutto - invulnerabile.
Rajendra aveva scelto. O meglio, non aveva avuto scelta. Rinunciò alla sua corporeità, e decise di inserirsi nella catena alimentare delle coscienze ad un livello perfettamente intermedio. Sfamava il grande circo mediatico, cibandosi del tempo offertogli da migliaia di persone, incollate a quella scatola colorata e infernale, da cui Rajendra ci saluta col suo indecifrabile sorriso.





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