Un pensiero per Pietro Paolo Virdis. Che ha aperto a Milano "Il Gusto di Virdis"....
Primo maggio del 1988. Il rombo del San Paolo ottunde i sensi. C’è Gullit, sulla destra, sta accelleranndo. Quando fa così, quello il fondo lo guadagna, non ci piove. Io entro. Mentre sto tagliando in area lo stadio tace. Questo è gol. Lo riconosci subito il pallone che entra, prima di vederlo. Lo senti con il piede, o con la testa. E l’incocciata è di quelle che fanno male, non ammette repliche. Una testata sarda. Garella, con il suo metro e novanta, può farci niente. La rete si gonfia, è Scudetto!
Il calcio piace perché ha tante storie da raccontare, che nel tempo diventano leggenda. Si cominciò a parlare di Pietro Paolo Virdis nel 77’, quando si rifiutò ostinatamente di passare dal Cagliari alla Juve; Tutti i torti non li aveva: i bianconeri avevano Rossi in arrivo dal Lanerossi Vicenza, e Virdis voleva il peso dell’attacco per sè. Ancora meglio, il peso dell’attacco della squadra più vicina alla sua gente. Dopo l’addio di Riva, infatti, gli Isolani cercano il simbolo, l’idolo. Ad ogni modo, la Juve lo prende ugualmente, conducendo trattative estenuanti. “Ovviamente”, ci viene da dire, Virdis a Torino non rende: Mononucleosi, lesioni al menisco ed infortuni vari lo tengono lontano da uno stato di forma ottimale, e il suo rifiuto tanto ostentato gli verrà spesso rinfacciato.
Quando nel 1980 - dopo tre stagioni altalenanti - viene girato a Cagliari in prestito per cercarne il recupero, non sarà la stessa cosa: cinque goals in ventidue partite. Ritornerà alla vecchia signora nella stagione 1981-82. Il posto in nazionale per la spedizione spagnola, però, è chiuso da Rossi, Graziani e Altobelli. Sarà il suo ultimo campionato a Torino: il rapporto conflittuale si risolverà con il passaggio dell’attaccante all’Udinese, proprio al termine della sua stagione miglione in bianconero (nove goals in 30 presenze). Qui stenterà nel primo anno, ma farà una soddisfacente seconda stagione: dieci goals in ventinove presenze. Tutto è pronto per il grande salto, che arriva nella stagione 1984-1985, anno dello scudetto “magico” del Verona. In realtà, il Milan – nuovo approdo per la punta Sassarese – è in quegli anni in acque perniciose: Dal 1980 al 1985 la squadra veleggia tra la serie B e la mezza classifica, fino a quando Silvio Berlusconi, nel 1986, fonderà il “Grande Milan”: ma tutto questoVirdis non lo sa, e si presenta in casa rossonera con nove goals in ventotto partite, nell’anno di esordio di Paolo Maldini (una presenza, a sedici anni). Per i rossoneri, in quell’anno, un magro sesto posto. Ma il cambio di dirigenza non tarda a farsi sentire: nell’86-87, dopo uno spareggio con la Sampdoria, il Milan approda in coppa UEFA, dove viene eliminato al secondo turno dall’Espanyol e, in campionato, Virdis segna (vince il titolo di capocannoniere con 17 reti) e fa segnare. E’ lo squillo di tromba. Quell’anno, passato alla storia per il primo scudetto del Napoli di Maradona, il Milan chiude al quinto posto, ma la formazione è di quelle costruite per vincere. Nel frattempo Michel Platini, “Le Roi”, disputa la sua ultima partita, lasciando una Juventus orfana, e lontana dal titolo per ben sette anni. Si chiude il ciclo della grande Juve degli anni ottanta, e si apre l’ èra di Sacchi. Un calcio spettacolare, veloce e aggressivo, che impone il gioco agli avversari. Gli Olandesi offrono spunto e geometrie, mentre le prodezze dello sfortunato Van Basten, tormentato dalle proprie caviglie, vengono bilanciate dalla rude concretezza tutta isolana di Virdis. Dello scudetto, si è già detto in apertura; la Coppa dei campioni, invece?
La Coppa dei Campioni giocata dal Milan nel 1989 è stata consegnata alla storia per le partite degli ottavi tra Milan e Stella Rossa; a Milano la squadra di Belgrado impose il gioco, portandosi in vantaggio ma facendosi raggiungere dopo appena un minuto: al ritorno, invece, la partita fu sospesa a causa della nebbia sull’1 a 0 per i padroni di casa, in superiorità numerica, un quarto d’ora dopo l’inizio del secondo tempo. Venne rigiocata il giorno dopo, ma il Milan era un’altra squadra. Furono i rossoneri a portarsi in vantaggio, raggiunti dopo poco da Dragan Stojkovic, che il campionato italiano avrebbe visto in azione (non con molta fortuna, in verità) nelle file dell’Hellas Verona. I supplementari non dissero nulla, ma i rigori decretarono il successo milanista, che sarebbe arrivato alla finale, vincendola.
Quell’edizione della coppa non vide Virdis tra i protagonisti. D’altra parte, le migliori annate del bomber coincisero, per una sfortuna maledetta, a quelle peggiori per il Diavolo. Si è già detto di come vinse il titolo di capocannoniere in un Milan in odore di fallimento. In quel 1989, però, Virdis si distinse – nel bene e nel male - in due occasioni: guarda un po’ il caso, proprio nelle due partite cruciali con gli Jugoslavi della Stella Rossa. Fu lui a reagire al goal dell’andata, realizzando il pareggio dopo solo un minuto, e fu sempre lui a regalare un uomo agli avversari nella controversa prima partita di ritorno. La fitta coltre di nebbia che scese sul campo, quel 9 novembre del 1988, dovette sembrare una specie di segno divino. Savicevic aveva segnato un goal dei suoi, da Genio; il Milan perdeva, e a Virdis erano saltati i nervi: rimediò l’espulsione, appena tre minuti prima dell’interruzione della partita. Quando l’arbitro Pauly sospese il match, Virdis era già sotto la doccia. Strana inversione, per chi era solito giocare solo finali di partita. In tutto quell’anno, infatti, Virdis tornò all’antico; ai tempi in cui, a sedici anni nella Nuorese, entrava nell’ultima mezzora, segnando con impressionante regolarità. Una specie di Montella ante litteram. Ma in coppa le reti dell’ariete sardo, annunciate dal doppio confronto del primo turno con il Vitocha, non furono tante. Furono pesanti, quello si, ma non tante. Il Cigno Van Basten, all’epoca la più forte punta del mondo, viaggiava ad altre medie. Ma senza il brizzolato cannoniere di Sassari, il palmares del Milan sarebbe più povero: ci volle tutta la sua caparbietà, la sua propensione allo “sgarbo” (Fiorentina e Roma ne sanno qualcosa) per riacchiappare un pareggio dopo appena un minuto. Unò-Duè. Palla al centro. Ci vediamo a Belgrado.
Nel momento più critico per il Milan di coppa, Sassari era in campo, rappresentata da un uomo testardo, cui si deve la nascita del calciomercato in senso moderno. Il Milan quella coppa la vinse. Un secco quattro a zero alla Steaua Bucaresti gli consegnò la finale. E Virdis era lì. Era entrato, come sempre, al 60’….La “Grande Anima” sbarca in TV
All’inizio, non ci volevo credere. Uno spot commerciale che utilizza l’immagine del Mahatma Gandhi mi sembrava un’offesa gravissima, del tipo un cartellone pubblicitario di maglieria intima con Maria Goretti a fare da testimonial. Poi, quelle parole: lasciate che i vostri cuori battano all’inisono con quello che dico, e penso che allora il mio lavoro sarà concluso. Nel mondo della tv dei nani e delle ballerine, delle televendite e degli indici d’ascolto, è pur sempre un messaggio di spessore. Le parole (che in verità sono appena intelleggibili) sono tratte da un discorso, tenuto a Delhi, conosciuto come One World, con un’obliqua omissione: “If you want give a message to the west, it must a message of love” : nella pubblicità viene taciuto il riferimento all’occidente. La regia dello spot è di Spike Lee, mentre la musica è Sacrifice di Lisa Gerard e Peter Burke. Se avesse potuto comunicare così, oggi che mondo sarebbe?
La domanda, piuttosto, è: Gandhi televisivo avrebbe avuto senso? Magari invitato da Cucuzza….Bestiario Internazionale
E’ dai tempi di Fedro che gli animali offrono spunti di lettura sui comportamenti umani. Dalle aquile dell’antica Roma ai gonfaloni delle città medievali, poi, alcune bestie hanno cominciato a rappresentare intere comunità; il Palio di Siena è paradigmatico in questo senso. Oggi le cose non sono molto cambiate. Orsi, Aquile, Leoni, Lupi e quant’altro sono ben presenti – se non proprio nelle bandiere – almeno nel senso d’appartenenza di diverse popolazioni. Allora l’Orso d’Oro premia il miglior film della rassegna cinematografica a Berlino, riprendendo il simbolo araldico medievale del Länder di Berlino; Il Leone d’Oro fa la stessa cosa a Venezia, rappresentata sin dal medioevo dal Leone di S. Marco; l’aquila (che sia Asburgica, romana o dalla testa bianca) campeggia su tantissimi vessilli, e ricorda altrettante nazioni, tra cui gli U.S.A. E a proposito di questi ultimi, c’è un aneddoto divertente legato all’animale da scegliere per rappresentare il popolo americano. Il Tacchino, e questo a noi fa sorridere, è stato proposto come simbolo degli Stati Uniti d’America nientemeno che da Benjamin Franklin, il quale trovò nel grasso volatile-non-volatile il simbolo degno del popolo americano. Molto meglio dell’aquila dalla testa bianca, la quale, rubando il cibo ad altre specie, stata descritta da Franklin in una lettera alla figlia, un animale dal “cattivo carattere morale”. In più, il tacchino è davvero la forma di vita autoctona per eccellenza del territorio americano. Com’è andata a finire, lo si capisce oggi: il giorno del Thanksgiving, milioni di tavole statunitensi rendono omaggio al grasso e goffo pennuto appiedato, che tanto richiama alla memoria obesi spettatori di reality shows. L’aquila dalla testa bianca è invece cucita sul braccio destro di ogni Top Gun che si rispetti, impressa sul dollaro e su ogni simbolo del potere istituzionale americano. E poi dicono che uomini e animali non si assomigliano….






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